È il 27 giugno 1923. Il giovane seduto di fronte al Maresciallo Capo Domenico Calò, comandante la stazione dei Carabinieri di San Martino di Finita, è il diciottenne Umile Parise, della frazione di Santa Maria le Grotte, interrogato in merito ad un presunto infanticidio di cui si erano sparse voci vaghe in paese già qualche mese prima, verso la fine di marzo, voci irrobustite, si fa per dire, da due lettere anonime indirizzate alla Procura di Cosenza, ma che non ebbero seguito, nonostante l’allora comandante la stazione dei Carabinieri, il Maresciallo Luigi Lucà, interrogata la donna accusata del reato, la ventiduenne Maria Gelsomina Scolpiti, nata in America da ignoti genitori, ebbe la conferma del suo stato di gravidanza e la data presunta del parto: metà aprile. Poi Lucà fu trasferito e di Maria Gelsomina non si ebbero più notizie. Insediatosi il Maresciallo Calò, le indagini furono riprese e il giovane Umile chiamato a deporre perché avrebbe delle informazioni sensazionali da riferire:
– Conosco a fondo la Scolpiti perché è una prostituta e ho avuto con lei relazioni intime dopo degli altri – sì, Maria Gelsomina è, a detta di tutti, una donna di facili costumi –. Il 13 marzo sera mi recai in casa sua e la trovai seduta e vicino la porta d’ingresso vidi una quantità di sangue per terra. Le chiesi spiegazioni di quel sangue e lei non mi volle dire la ragione. La mattina seguente mi confessò che aveva dato alla luce una bambina, dichiarandomi che era nata morta. Passati otto giorni circa mi disse che la bambina l’aveva seppellita in contrada Acquaviva, vicino ad una casa colonica abitata attualmente dal colono Salvatore Lanzillotta, narrandomi anche di averla ravvolta fra cenci e coperta con pietre e due tegole e con una frasca sopra per segnale. Trascorsi cinque giorni, tanto per assicurarmi del fatto, mi recai sul posto e trovai pietre, tegole e frasca tutte rimosse, ma c’era un pezzo di cencio e mi convinsi che in quel luogo la bambina realmente era stata sepolta. Siccome della bambina nulla ho trovato, ritengo che sia stata pasto di animali. Non mi si è data più l’occasione di rivedere la Scolpiti perché è scomparsa da Santa Maria, quindi nessun’altra delucidazione so dare su dove è andato a finire il corpicino.
Dopo questa importante dichiarazione ed a qualche altra voce raccolta, il Maresciallo, convinto della responsabilità di Maria Gelsomina, verbalizza che detto delitto non è stato fatto da essa Scolpiti per salvare il proprio onore poiché è noto che ha dato a tenere a Cosenza un’altra sua bambina fatta illecitamente, ma bensì per disfarsi della creatura. Essa dichiarò al Maresciallo Lucà che era incinta e che avrebbe dovuto sgravare nel mese di aprile seguente, mentre aveva già partorito e forse ucciso la bambina, come afferma il teste Parise, rendendosi poi irreperibile. Essa Scolpiti, per non dare nell’occhio al popolo ed al suddetto Maresciallo, dopo il parto s’imbottì di cenci onde far vedere che ancora non aveva sgravato.
Poi, accompagnato da Umile Parise, il Maresciallo va in contrada Acquaviva e riscontra personalmente, in un rudere a poca distanza dalla casa colonica di Lanzillotta, il posto dove la bambina realmente fu messa perché l’erba si vede infracidita a causa di qualche corpo sopra posto, ma la cosa strana è che non ci sono né le due tegole, né i cenci di cui ha parlato Parise, né tantomeno avanzi del corpicino, sicuramente divorato dai cani di casa Lanzillotta. Come mai? Certamente Angelina, la figlia dell’ottantottenne colono Salvatore Lanzillotta, deve saperne qualcosa, anche perché parrebbe esserci una lontana parentela con Maria Gelsomina. Interrogata con insistenza, non è stato possibile strapparle una parola per mettere a luce il delitto. Beh, se è così, al Maresciallo non resta da pensare che le due tegole le abbia fatte sparire proprio Angelina, probabilmente raggiunta dalla notizia che Parise ha cantato.
Poi Calò interroga un’altra donna, Veneranda Umbro:
– Sono convinta che Maria Gelsomina fosse incinta e che ha procurato più volte di abortire con lavande. Poi non la vidi più quando appariva gravida…
– Sapete qualcosa di più preciso su questi tentativi?
– Un giorno rientrai in casa e non vi trovai appeso vicino al letto il mio enteroclisma. Seppi che arbitrariamente era entrata Maria Scolpiti e si portò via l’enteroclisma. Mi portai immediatamente da lei e non me lo restituì né allora, né per sei mesi consecutivi, quantunque io gliene facessi vive insistenze. Io avevo interesse ad avere l’arnese perché sapevo che lei era incinta e tentava di abortire con lavande fatte a mezzo dell’enteroclisma. Un altro giorno venne e mi chiese chi vendeva verderame e poi ho saputo che ne aveva ingerito una quantità, sempre allo scopo di abortire, ma non ci riuscì. Escogitò anche il mezzo di procurarsi una paura tuffandosi in una vasca piena di acqua sita nel fondo di Angelina Lanzillotta, come mi raccontò la stessa Maria Gelsomina. Da tale momento rimase per quattro giorni in casa di Angelina e poi tornò in paese, ma sempre gravida perché nemmeno la paura riuscì a farla abortire. Finalmente, il 13 marzo, epoca giusta, si sgravò di una bambina, che io non ho visto e non so se sia nata viva, né se sia nata morta.
– Sapete che fine ha fatto la bambina?
– Ignoro dove la bambina sia andata a finire…
È il 16 novembre 1923 e questo è quanto basta al Pretore di Montalto Uffugo per emettere un mandato di cattura con l’accusa di infanticidio nei confronti di Maria Gelsomina Scolpiti, sempre latitante.
– Nulla conosco dei fatti che Vostra Signoria mi domanda e nego di avere trasportato due tegole; non ho mai visto Maria Gelsomina seppellire una bambina nel fondo da me tenuto in fitto – risponde Angelina Lanzillotta al Pretore che le chiede conto del suo possibile ruolo nella vicenda.
– La Scolpiti veniva spesso in casa vostra? Sapevate che era incinta?
– Veniva spesso a trovarci, ma ignoro se fosse stata gravida. Vedevo, però, che aveva la pancia grossa ed alle mie domande rispondeva che era ammalata.
– Sapete che è una prostituta?
– Io abito in campagna, distante da lei che abita in paese e non so che vita conducesse…
– Avete visto, verso la fine di ottobre, Umile Parise aggirarsi vicino a casa vostra alla ricerca di terra smossa?
– Ho visto Parise girare nel mio fondo, ma non mi sono avvicinata a lui ed ignoro che nel mio fondo vi fosse terra rimossa.
– Una testimone ci ha riferito che la Scolpiti si buttò in una vasca piena di acqua, sita nel vostro fondo, allo scopo di abortire e poi rimase alcuni giorni a casa vostra. È così?
– È vero che un giorno si recò nel mio fondo e cadde nella vasca piena di acqua. Io però non ero presente e mi raccontò lei stessa l’accaduto. Non è vero, invece, che rimase dei giorni in casa mia, ma ritornò a casa sua nello stesso giorno.
Viene interrogato anche il Maresciallo Luigi Lucà, che aveva avviato le indagini sul presunto infanticidio:
– Nel marzo 1923 fui informato che certa Scolpiti Maria Gelsomina trovavasi incinta e in imminenza di parto e che la donna poteva facilmente sopprimere il frutto delle sue viscere. Mi recai a Santa Maria Le Grotte e la interrogai. Mi dichiarò che doveva sgravare ad aprile perché incinta grossa, come ebbi modo di constatare. Nel mese di aprile la Scolpiti scomparve dal luogo e, nonostante le mie indagini, non riuscii a scoprire dove si fosse rifugiata. Più tardi furono presentati due ricorsi anonimi relativi all’infanticidio che la Scolpiti avrebbe commesso. Risposi ai ricorsi, ma poi fui trasferito e non potei più occuparmi del fatto.
24 febbraio 1924, Reggio Calabria. Il Brigadiere Giuseppe Sulfaro ed il Carabiniere Pasquale Medici, verso le sette di mattina, sono di pattuglia nei pressi del Duomo, quando notano una giovane donna che cammina verso di loro, li guarda e tenta di cambiare strada. Immediatamente la fermano, la portano nella caserma Mezzacapo e la identificano: è Maria Gelsomina Scolpiti!
Dopo vari disguidi sul trasferimento della donna nel carcere di Cosenza, il 13 aprile 1924, Maria Gelsomina Scolpiti racconta la sua versione dei fatti al Giudice Istruttore:
– Mi dichiaro innocente perché è falso che io sia partorita ed abbia ucciso la mia creatura. Fu prima del marzo dello scorso anno, non mi ricordo né il giorno e né il mese, che io, trovandomi in campagna dove ero andata a far legna, essendo gravida di tre mesi, abortii casualmente e seppellii il feticino lì nel bosco stesso.
– Parise Umile sostiene di avervi trovata in casa con una quantità di sangue per terra e che gli avevate confessato di avere partorito una bambina, nata morta, che seppelliste vicino alla casa dei Lanzillotta.
– Parise aveva interesse a mentire contro di me perché egli voleva possedermi, mentre io mi mantenni restia alle sue voglie…
Tutto dice che qualcosa è effettivamente accaduta, ma non c’è il benché minimo riscontro oggettivo. Come si regoleranno gli inquirenti?
Nell’unico modo possibile: letto l’interrogatorio di Scolpiti Maria Gelsomina, la quale contesta di aver ucciso il frutto delle sue viscere, data la mancanza del cadaverino e quindi l’impossibilità di constatare se il feto nacque vivo e vitale, sebbene il contegno dell’imputata possa far presumere il contrario delle sue affermazioni, deve dichiararsi il non luogo a procedere per insufficienza di prove.[1]
[1] ASCS, Processi Penali.