AHI, MI MMAZZAU!

Verso le sette di sera del 4 aprile 1949 viene ricoverato nell’Ospedale di Crotone un uomo a causa di una ferita da arma da punta e taglio al decimo spazio intercostale sinistro, penetrante nella cavità addominale. È in imminente pericolo di vita dicono i medici.

La donna che lo ha accompagnato, la quarantenne sua amante Teresa Pelle, dice ai poliziotti di servizio che l’uomo si chiama Giovanni Micò, nato a Casignana in provincia di Reggio Calabria, ma residente in località Sant’Antonio di Crotone. Dice anche, senza entrare nei particolari, che la coltellata gliel’ha data il ventiduenne Vincenzo Covelli pochi momenti prima del ricovero.

I medici hanno visto giusto, infatti Micò muore pochi minuti prima di mezzogiorno del 5 aprile senza aver mai ripreso conoscenza.

Intanto la macchina investigativa si è messa in moto e la Questura è subito in grado di ricostruire i fatti e definire le responsabilità:

Verso le undici di mattina del 4 aprile Teresa Pelle si accorge che le manca una gallina e si mette in giro per rintracciarla; poco dopo la vede nella vicina stalla di Vincenzo Covelli, nel momento in cui questi sta chiudendo la porta. Ne nasce un vivace battibecco durante il quale Teresa accusa Vincenzo di essere un ladro e Vincenzo si difende giurando che della gallina non ne sa niente. Poi, infastidito, ingiuria la donna.

Quando Giovanni Micò torna a casa nel pomeriggio, Teresa gli racconta del, a suo dire, tentativo di furto della gallina e Giovanni va dal padre di Vincenzo ad esprimere il suo risentimento per l’accaduto. Il padre, a sua volta, rimprovera aspramente Vincenzo, minacciando anche di percuoterlo. Contrariato per l’ingiusto rimprovero, il giovane si allontana da casa e cerca Micò per spiegargli che non aveva avuto nessuna intenzione di sottrarre la gallina, entrata nella stalla senza che egli, intento a pulire un cavallo, se ne fosse accorto. Mentre Vincenzo cerca Micò incontra Isidoro Manica, che cerca di calmare il nervosismo dell’amico e poi, venuti a diverbio sulla pubblica via Vincenzo, Micò e Teresa, cerca di riappacificarli e sembra esserci riuscito, tant’è che Vincenzo insieme a lui e a Giuseppe Romano, nel frattempo sopraggiunto, cominciano ad allontanarsi. Ma proprio in questo momento, mandato a chiamare da Micò, arriva in bicicletta Luigi Vrenna, meglio conosciuto come “Zirri”, pericoloso pregiudicato e capo della malavita locale, che comincia a provocare Isidoro Manica, tanto da arrivare allo scontro fisico con scambio di pugni e schiaffi, finendo per rotolarsi a terra, Vrenna sopra e Manica sotto. Temendo per il fratello, chiamato da un ragazzino, interviene nella zuffa Giuseppe Manica, muto e con un braccio anchilosato, che lancia alcuni sassi contro Vrenna colpendolo alla testa e facendolo, così, desistere dal compiere ulteriori atti di violenza contro suo fratello Isidoro, che si rialza da terra.

Contemporaneamente si sente un grido:

Ahi, mi mmazzau! – tutti si girano e vedono Giovanni Micò che si tiene le mani premute sull’addome, mentre Vincenzo Covelli si dà alla fuga.

Poi la precipitosa corsa verso l’ospedale.

Accertati sommariamente i fatti, vengono denunciati tutti i presenti e cioè: Vincenzo Covelli per omicidio volontario e rissa aggravata; Domenico Covelli, Teresa Pelle, Isidoro Manica, Giuseppe Manica, Luigi Vrenna e Giuseppe Romano per rissa aggravata.

Vincenzo Covelli resta latitante fino all’11 aprile, quando viene arrestato. Interrogato, racconta la sua versione dei fatti:

La mattina del 4 aprile, mentre nella mia stalla ero intento a governare gli animali, si presentò Teresa Pelle che andava in cerca di una gallina, la quale venne rintracciata fra le altre che erano entrate nella stalla e che razzolavano nello sterco. La gallina fu fatta uscire e la donna si allontanò borbottando parole d’ingiuria e di minaccia, accusandomi, nonostante le mie proteste, di aver tentato di rubarle la gallina. Poi andai al lavoro e quando tornai, verso le cinque, fui aspramente redarguito da mio padre, che tentò anche di percuotermi con un palo, per aver tentato di rubare la gallina, come Teresa Pelle gli aveva riferito. Mi sottrassi con la fuga all’ira paterna e andai da Teresa Pelle protestando per l’accusa, ma la donna continuò ad inveire contro di me dicendomi che la cosa non era finita e che dovevo fare i conti con l’amante al suo ritorno dalla campagna. Le risposi che solo una donna come lei poteva parlare in quel modo e feci ritorno alla stalla, cacciando fuori un cavallo che aveva una lesione al petto, poi mi accinsi a riscaldare dell’acqua e sale per la medicazione. Poco dopo sopraggiunse Micò, che si diede a formulare nei miei confronti le più strane minacce, dicendomi che mi avrebbe cavato gli occhi, succhiato il sangue e che avevo a che fare con uno di Reggio Calabria che aveva fatto tremare l’intera provincia. Gli chiesi se per caso non fosse ubriaco poiché nulla avevo commesso e allora Micò raccolse un sasso e me lo tirò contro senza colpirmi perché riuscii a schivarlo. Allora deposi il recipiente dell’acqua per terra e con la stecca di legno che lo reggeva mi avvicinai a Micò, il quale fuggì verso la stalla di Raffaele Arcuri e io continuai a medicare il cavallo. Poi stavo per chiudere la stalla quando passò da lì Isidoro Manica che, vedendomi pallido e tremante, mi domandò cosa fosse successo. Lo resi edotto di quanto accaduto e stavamo entrambi per allontanarci, allorché si ripresentò Micò accompagnato da Teresa e seguito a breve distanza da Luigi Vrenna. Tra Vrenna e Manica nacque un diverbio e io cercai di fare da paciere, ma ricevetti un colpo di bastone da Micò e mentre cercavo di ripararmi nella stalla fui nuovamente colpito al braccio. Entrai nella stalla, presi il coltello su di una mensola in prossimità della porta che serviva per salassare gli animali e mi collocai dietro la porta stessa, mostrando l’arma ed intimando a Micò di fermarsi. Questi, invece, si avventò su di me, andando a finire col ventre contro il coltello. Micò, ferito, indietreggiò e, fatti alcuni passi, si accasciò al suolo. Io fuggii, liberandomi poi del coltello

Teresa Pelle, da parte sua, fornisce tre versioni del fatto. La prima è quella raccontata in Questura:

Verso le quattro di pomeriggio, tornato il mio amante dalla campagna lo informai di quanto era accaduto al mattino e lui si recò dal padre di Vincenzo, dal quale ebbe ampia soddisfazione. Verso le sette, mentre Micò, chiusa la stalla, si avviava con me e con Giuseppe Romano verso casa, fu fermato da Vincenzo Covelli, che si trovava insieme con Isidoro Manica, pronunciando frasi minacciose. Si cercò di dirimere ogni motivo di acredine, allorché sopraggiunsero Domenico Covelli, fratello di Isidoro, e Luigi Vrenna, compare di Micò. Vrenna si adoperò per mettere la pace, ma il suo intervento dispiacque a Isidoro Manica e i due, dopo uno scambio di parole, vennero alle mani. Io, Micò e Romano ci appressammo ai contendenti per dividerli e dal trambusto che seguì approfittò Vincenzo Covelli per vibrare una coltellata a Micò. Aggiungo che mentre Vrenna e Isidoro Manica quistionavano, Giuseppe Manica lanciò delle pietre che colpirono Vrenna.

La seconda e la terza versione sono quelle fornite al Giudice Istruttore nello stesso interrogatorio:

Mentre Micò si trovava nella stalla, avendo visto sulla strada Vincenzo Covelli e Isidoro Manica, nell’uscire con me prese per precauzione un bastone; avvicinatosi a Covelli, questi lo offese con le parole “fitusu e disgraziato”, minacciandolo che l’avrebbe fatto sparire dal mondo. A seguito dell’atteggiamento di Covelli, Micò andò a chiamare il suo compare Vrenna, detto “Zirri”, tornando insieme sul posto poco dopo. Vrenna incominciò a quistionare con Manica e i due si colluttarono; contemporaneamente anche Micò e Covelli si azzuffarono, scambiandosi pugni e calci, poi Micò colpì ripetutamente col bastone Covelli, che ad un certo momento estrasse il coltello e ferì Micò, dandosi alla fuga. Preciso che alla zuffa non prendemmo parte né io, né Domenico Covelli e né Giuseppe Romano. Preciso, inoltre, che quando Vrenna e Manica vennero alle mani, Micò cercò di separarli e Covelli si diede a saltellare intorno ai tre tenendo in mano il coltello, cercando evidentemente di colpire Vrenna e Micò. Il secondo, accortosi di tale manovra, alzò il bastone roteandolo in aria per tentare di tenere a distanza Covelli il quale, tuttavia, riuscì a colpirlo all’addome.

Per Luigi Vrenna le cose sono andate così:

Trovandomi casualmente in prossimità della stalla di Micò, intervenni per mettere pace fra questi e Vincenzo Covelli, ma il mio intervento contrariò Isidoro Manica, il quale mi diede uno spintone. Venuti alle mani, vidi il Covelli, a circa due metri dalla sua stalla, vibrare una coltellata a Micò, che era armato di bastone, poi fui colpito da alcuni sassi tiratimi da Giuseppe Manica

Isidoro Manica, da parte sua, dichiara:

Io feci da paciere tra Vincenzo Covelli, Micò e Teresa Pelle. Sopraggiunto Vrenna, questi si rivolse contro di me ed ebbe inizio una colluttazione che cessò quando mio fratello Giuseppe lanciò un sasso e colpì Vrenna. Contemporaneamente sentii gridare Micò “mi mmazzasti!” e vidi Vincenzo fuggire

Giuseppe Manica conferma le parole del fratello e aggiunge:

Vidi Micò armato di bastone che correva dietro a Vincenzo Covelli e questi, poi, ferire col coltello Micò in prossimità della porta della stalla.

Giuseppe Romano, che ha assistito a tutto lo svolgimento dei fatti, ricorda:

Vincenzo Covelli, Micò e Teresa Pelle si incontrarono e si scambiarono invettive. Poi Covelli e Micò si lanciarono dei sassi e Micò scappò. Quando sopraggiunse Vrenna, questi venne a diverbio con Isidoro Manica e poi passarono a vie di fatto, mentre Vincenzo Covelli era inseguito da Micò, armato di bastone. Covelli andava verso la stalla, ma non mi accorsi che Micò veniva ferito, solo lo vidi indietreggiare e accasciarsi al suolo

L’ultimo a dovere difendersi dall’accusa di rissa aggravata è Domenico Covelli:

Mi trovavo dall’altra parte dell’abitato con la mia carrozza da noleggio, quando venni chiamato da un ragazzo, tal Sorrentino, che mi disse di accorrere poiché Micò stava ammazzando mio fratello e arrivai quando ogni quistione era finita

Il ragazzo, Francesco Sorrentino, conferma e l’unica cosa certa dopo le dichiarazioni degli imputati è che Domenico Covelli e Giuseppe Romano in effetti non c’entrano niente, per il resto ci sarà da sudare per ricostruire come realmente andarono le cose e attribuire a ciascuno le proprie responsabilità. Qualcosa di molto interessante esce dalle indagini della Questura, riferite al Magistrato dal Commissario di Pubblica Sicurezza:

La lite degenerò per l’intervento di Vrenna, notoriamente in contrasto con i parenti di Isidoro Manica per ragioni di supremazia nell’ambito della malavita locale e con i Covelli per le stesse ragioni. Vincenzo Covelli, l’omicida, è un ottimo giovane che ha lasciato da poco gli studi, mentre Micò, come Vrenna, è un pregiudicato.

Finalmente vengono rintracciati quattro testimoni oculari, che concordemente dichiarano:

Passando verso le sei di pomeriggio nelle vicinanze della stalla di Vincenzo Covelli, lo vedemmo intento a riscaldare dell’acqua per medicare la ferita di un cavallo; sopraggiunse Giovanni Micò, in compagnia di Giuseppe Romano, e, avvicinatosi a Covelli, gli rivolse le seguenti parole “disonesto e miserabile, non hai imparato ancora a conoscere chi è Giuvanni u rriggitanu? Io ho fatto tremare tutta la provincia di Reggio e tu volevi rubarmi una gallina? Io sono capace di rompere le corna a te e a tutta la famiglia tua!”. Covelli rispose che della gallina non sapeva nulla e lo pregò di lasciarlo in pace, tanto più che aveva avuto abbastanza rimproveri dal padre, che voleva cacciarlo di casa. Micò, di rimando, rispose che se il padre lo avesse mandato via, egli lo avrebbe ammazzato e, in ciò dire, prese un sasso lanciandolo contro Covelli, che riuscì a schivarlo, come riuscì a schivarne un secondo. Allora il giovane depose il secchio e, preso il palo col quale lo reggeva sul fuoco, inseguì Micò, che fuggì, poi ritornò subito sul posto per continuare l’operazione interrotta. Altri testimoni raccontano che, trovandosi a passare per la contrada Sant’Antonio, notarono a circa 150 metri di distanza un uomo che, brandendo un lungo bastone, inseguiva un giovane che si riparò in una stalla, ove pure entrò l’inseguitore. Questi uscì subito dopo premendosi una mano sulla pancia e, fatti pochi passi, si abbatté al suolo. Uno dei testimoni aggiunge di avere riconosciuto Micò nell’inseguitore e di non avere ritenuto opportuno intervenire perché lo conosceva per un violento, avendo anni prima ucciso la moglie.

Alla luce di tutto ciò, la Sezione Istruttoria, su conforme richiesta del Pubblico Ministero, dichiara non doversi procedere per rissa aggravata contro Giuseppe Romano e Domenico Covelli, essendo insufficienti le prove e ordina il rinvio a giudizio di tutti gli altri davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro. Vincenzo Covelli dovrà rispondere di omicidio volontario e partecipazione in rissa aggravata, mentre tutti gli altri di partecipazione in rissa aggravata.

La causa si discute il 26 febbraio 1951 e Vincenzo Covelli modifica parzialmente la dichiarazione resa nel suo interrogatorio e dice:

Fui percosso e ferito da Micò e mi rifugiai nella mia stalla, inseguito fin dentro da costui. Quando mi accorsi che Micò era in procinto di colpirmi ancora, per difendermi presi il coltello che si trovava a portata di mano sulla mensola e gli vibrai un colpo al ventre, dandomi subito alla fuga.

– Quindi il fatto avvenne dentro o fuori la stalla?

Il ferimento avvenne dentro e non fuori la stalla.

Anche Teresa Pelle modifica le sue precedenti e contrastanti dichiarazioni:

Vidi Micò armato di bastone rincorrere Vincenzo Covelli, ma non seguii quanto poi tra i due avvenne e mi voltai quando intesi che il mio amante, che si trovava vicinissimo alla porta della stalla, disse che era stato ucciso. Non vidi, perciò, quando Covelli ebbe a vibrare la coltellata, né lo vidi allontanarsi dopo il ferimento.

A questo punto anche Vrenna decide di modificare quanto già dichiarato e adesso nega di aver visto Micò con un bastone in mano.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva che attraverso le risultanze istruttorie e dibattimentali possa ritenersi veritiera la versione data ai fatti da Vincenzo Covelli, sino al momento in cui egli, inseguito da Micò, ebbe ad entrare nella sua stalla e ad impossessarsi dell’erma con la quale colpì a morte l’avversario. Il comportamento dell’imputato dal mattino del 4 aprile sino al fatale epilogo è stato tutt’altro che provocatorio e non avrebbe dovuto destare sentimenti di ostilità nell’animo di Teresa Pelle e di Micò, se questi non fosse stato animato da uno spirito di sopraffazione e di violenza. L’insignificante episodio della gallina doveva finire nel momento in cui il volatile venne ritrovato, dopo la giustificazione attendibilissima fornita da Covelli e invece Teresa Pelle, donna di malaffare, pur avendo aspramente redarguito il voluto ladro, lo accusò ingiustamente al padre e, non contenta ancora, dopo aver appreso che Vincenzo Covelli era stato cacciato di casa dal padre, lo accusò all’amante Micò, già conoscendo la reazione che il fatto avrebbe in questi provocato per il suo carattere violento e aggressivo, estrinsecatosi anche in un uxoricidio. E Micò, accompagnato sempre dalla sua amante, va a trovare Covelli, intento a medicare un cavallo ferito, e lo investe in malo modo minacciandolo e facendogli presente che aveva a che fare con una persona che aveva fatto tremare l’intera provincia di Reggio Calabria. La quistione avrebbe potuto anche questa volta considerarsi finita, ma Micò non intende far passare l’occasione per impartire una dura lezione al giovane e va a chiamare il suo compare e affiliato Luigi Vrenna, che nutriva rancore verso la famiglia Covelli. Che Vrenna sia stato chiamato da Micò risulta in modo indubbio dalle dichiarazioni di Teresa Pelle. Disgrazia volle che all’arrivo di Vrenna si trovasse casualmente sul posto Isidoro Manica, suo nemico, e il cui intervento come paciere lo irritò e provocò, dopo un breve scambio di parole, una colluttazione. Mentre avveniva la colluttazione, Covelli, come ha dichiarato senza contrasto, cercò di intervenire per separare i contendenti, ma Micò, che aveva in mano un lungo bastone, glielo impedì colpendolo alla testa e al braccio. Covelli fuggì verso la sua stalla inseguito da Micò col bastone alzato e pronto a colpire ancora. Sotto una tal minaccia, Covelli prese un coltello e colpì con estrema violenza Micò, che si accasciò al suolo, decedendo il giorno dopo. Che i fatti si siano svolti nel modo appena detto non può porsi in dubbio.

Detto questo, la Corte affronta il problema di stabilire se Vincenzo Covelli agì in stato di legittima difesa, come chiede la difesa, e osserva: indubbiamente l’imputato si è trovato nella necessità di difendersi contro un pericolo attuale ed ingiusto, sorto in dipendenza del fatto che Micò lo inseguiva armato di bastone, con evidente intenzione di adoperarlo ancora. Giustificata, altresì, tale necessità dalla circostanza che Covelli si trovava a lottare con un pericoloso avversario, di prestanza fisica superiore alla sua e che aveva dato ampia prova di un carattere spregiudicato e violento. Pur sussistendo gli estremi non solo del pericolo, ma di un’offesa in atto, la Corte non ritiene che fra azione e reazione vi sia stata quella proporzione richiesta dalla legge perché possa applicarsi la discriminante perché vi fu un’errata valutazione del pericolo o comunque dei mezzi di salvezza. Se fosse risultato che Micò ebbe ad inseguire Covelli fin dentro la stalla e se il ferimento fosse avvenuto nel locale, la legittima difesa avrebbe dovuto trovare applicazione, ma non sembra che il tragico epilogo si verificò dentro la stalla, anche perché solo in dibattimento l’imputato ha fornito una tale versione e quindi non può essere ritenuta pienamente attendibile perché evidentemente suggerita dopo l’assurda versione data nel suo primo interrogatorio ed i testimoni e gli altri imputati su questo punto si sono dimostrati dubbiosi ed incerti. Covelli, quindi, agì, è vero, col proposito di difendersi dall’ingiusta aggressione, ma la sua reazione fu sproporzionata alla effettività del pericolo dovuta alla precipitazione nel calcolare il pericolo. Pertanto, modificato il titolo del reato, Vincenzo Covelli va dichiarato colpevole di omicidio colposo e, in considerazione delle modalità del fatto, degl’incensurati precedenti penali, e del risarcimento del danno alla parte offesa, ritiene la Corte di concedere anche le attenuanti generiche e condannare Vincenzo Covelli ad anni 1 e mesi 9 di reclusione, oltre alle spese ed alle pene accessorie. Siccome Vincenzo ha già scontato la pena con la carcerazione preventiva, deve essere rimesso subito in libertà, se non detenuto per altra causa.

La Corte spreca solo poche parole per il reato di rissa aggravata, di cui devono rispondere tutti gli imputati: assoluzione per insufficienza di prove per tutti.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Catanzaro.