Sono le otto di mattina del 9 novembre 1913. La cinquantottenne contadina Lucia Perrone esce dalla sua casa colonica in contrada Magarosa per andare a dare da mangiare al maiale nel porcile a pochi metri dall’abitazione. Arrivata vicino al porcile, in una specie di piccolo avvallamento tra un cumulo di letame e un rialzo della stradina che partendo dalla casa sbocca sulla mulattiera da Cipollina a Grisolia, intravede qualcosa di strano. Si avvicina e, sgranando gli occhi e spalancando la bocca per la sorpresa mista a terrore, mentre lascia cadere a terra il secchio con il mangiare del maiale, si mette ad urlare con quanto fiato ha in gola:
– Curriti gente ca c’è nu mùortu!! Chi disgrazia, chi sacrificiu ch’è successu!
Subito dai campi vicini accorre gente e non si può fare altro che constatare che davvero, in quel piccolo anfratto, c’è il cadavere di un uomo giacente sul fianco sinistro con i capelli e parte del viso insanguinati. Guardando bene i presenti constatano non si tratta di un uomo fatto, ma di un ragazzo di una quindicina di anni, orrendamente ucciso a colpi di scure. Osservando ancora meglio qualcuno riconosce nel cadavere il sedicenne Giuseppe Ritondale e Lucia Perrone pensa bene di mandare il suo garzone a Grisolia per avvisare le autorità. Il ragazzo, Francesco Trifilio, si precipita in paese e avvisa la Guardia Municipale Luigi Guaragna. La notizia si sparge subito e subito qualcuno ricorda che il giorno prima Giuseppe era stato visto a Cipollina in compagnia del ventenne Filippo Franco e del sedicenne Nicola Presta e tutti pensano che i due, sicuramente, o sono direttamente implicati nel delitto o devono saperne qualcosa.
In un capannello in piazza Antonio Capalbo dice che Nicola Presta ha appena portato a suo fratello Giuseppe un mantello, un paio di chili di maccheroni, un bacile e un tascapane contenente alcuni oggetti, dicendogli che appartenevano a Giuseppe Ritondale. I sospetti verso i due giovanotti aumentano e quando la gente li vede entrare nella piazza e camminare tranquillamente, i due vengono accerchiati e tempestati di domande. In un primo momento, pur ammettendo di essere stati insieme a Ritondale a Cipollina ed anche allo scalo di Verbicaro-Orsomarso per ritirare la paga del loro lavoro prestato a giornata alle dipendenze dell’impresa costruttrice di un tronco della ferrovia, si schermiscono dicendo che la sera dell’otto loro due sono tornati a Grisolia lasciando Ritondale a Cipollina con un suo amico.
Il mulattiere Giuseppe Marino ha ascoltato ciò che i due hanno appena raccontato, poi interviene e dice che stanno mentendo, che non è vero che i due sono tornati a Grisolia la sera dell’otto perché li ha incontrati all’alba mentre tornavano in paese. Franco e Presta impallidiscono e cominciano a confondersi e contraddirsi. Adesso dicono che, sì, è vero che sono tornati in paese all’alba, ma della morte di Ritondale non ne sanno niente perché lo hanno lasciato a Cipollina. È una tempesta di domande che si accavallano l’una all’altra e i due non fanno altro che continuare a contraddirsi, poi qualcuno nota che sulle scarpe di Presta ci sono delle strane macchie rosso scuro che sembrano essere sangue rappreso. No, non è sangue, giura Presta, ma si tratta di pittura o, meglio, di tintura di calzolaio. Però Antonio Capalbo, che di mestiere fa il calzolaio, si abbassa per controllare bene e dice che si tratta di sangue e nota anche che la scarpa presenta recentissime tracce di raschiatura. Presta tenta di metterci una pezza e, ripetendo il pronto suggerimento dell’amico Filippo Franco, adesso sostiene che si tratta davvero di sangue, ma è sangue animale perché ha appena aiutato il macellaio Vespasiano De Marco a scannare alcuni agnelli. E la raschiatura? Presta rimane a bocca aperta e non sa cosa rispondere. Ma in piazza c’è anche il macellaio che lo smentisce: è vero che è passato dalla sua macelleria, non per aiutarlo, ma per ordinargli della carne che poi non è passato a ritirare.
In questo frattempo arriva in piazza la Guardia Municipale Guaragna che già sa della morte violenta di Ritondale e sta andando in contrada Magarosa. Informato delle contraddizioni in cui i due sono caduti, li arresta, li chiude in una stanza del Municipio e, dopo avere telegrafato al Pretore di Verbicaro, si avvia per espletare i primi rilievi, accompagnato da alcuni paesani.
La prima cosa interessante che Guaragna scopre è che a circa cinque metri dai piedi del cadavere c’è una lunga macchia di sangue, a forma di clava, che si estende per circa un metro e ottanta centimetri e tra questa macchia e i piedi del cadavere si intravedono solo poche stille di sangue una di seguito all’altra e nessun segno di trascinamento sulla terra. A poca distanza dal cadavere, sopra un muretto a secco, c’è un cappello sporco di fango nella parte posteriore e con macchie di sangue e capelli attaccati alla fodera interna. Questo significa che Ritondale non è stato ucciso nel punto in cui è stato trovato, ma circa cinque metri prima e che il corpo è stato trasportato nell’avvallamento per ritardarne il ritrovamento. Quindi questi primi rilievi dicono che, essendo stato il corpo “trasportato” e non “trascinato”, è stata necessaria l’azione di almeno due persone, se non per la materiale esecuzione del delitto, almeno per lo spostamento del cadavere.
Per conoscere le ferite presenti sul corpo bisognerà aspettare il medico legale: sei lesioni prodotte da arma da taglio, sicuramente scure con lama da sei centimetri, localizzate tra la parte destra del collo e della nuca con frattura della clavicola, della mandibola e delle vertebre e altre quattro lesioni alla mano destra, segno che la vittima ha cercato di parare i tremendi colpi. Poi il perito conferma che Ritondale fu ucciso o cadde agonizzante nel punto della estesa macchia di sangue ed il suo corpo, poi, di peso fu sollevato e trasportato nel sito ove si rinvenne, giacché se fosse stato trascinato, nello spazio intermedio non avremmo avuto solo la presenza di poche stille di sangue caduto a gocce, ma delle impronte di sangue striscianti. Un solo individuo, dato il peso di Ritondale, giovinotto di ben sviluppata costituzione scheletrica, non potette, ad ogni modo, portare di peso la vittima da un punto all’altro. Circostanze queste indubbie per come si ricava dalla copiosa quantità di sangue caduta nel punto della macchia e che dovette formare quasi un rigagnolo e dalla presenza di una piccola macchia di sangue nel punto in cui fu rinvenuto il cadavere.
Il primo dei due arrestati ad essere interrogato è Filippo Franco che, pur confessando il delitto, si giustifica dicendo di essere stato aggredito da Ritondale con un coltellaccio, che per difendersi è stato costretto a sopprimerlo e che Presta non c’entra niente perché durante l’inseguimento era rimasto indietro e arrivò solo a cose fatte.
Ma nessun coltellaccio è stato rinvenuto nei pressi del cadavere e non basta ad accreditare questa versione il ritrovamento in una tasca dei pantaloni della vittima di un piccolo coltello a piega e senza punta, per giunta chiuso, quindi è difficile credere che le cose siano andate così. Allora Franco, in un secondo interrogatorio, cambia versione e addebita la responsabilità dell’omicidio a Nicola Presta che, interrogato a sua volta, si dichiara innocente, anche se ad accusarlo, oltre al suo amico, ci sono le macchie di sangue sulle sue scarpe, nonostante continui a ripetere, ancora smentito dal macellaio Vespasiano De Marco, che quelle macchie sono dovute al sangue degli agnelli che aiutò a scannare. Poi cambia anche lui versione e ora dice che le macchie gliele ha fatte Franco quando, rifugiatisi in un pagliaio dopo l’omicidio, per scherzo prese a tirarlo per i piedi con le mani sporche di sangue. Una pura sciocchezza, ironicamente smentita da Franco durante il loro confronto davanti al magistrato:
– Vedi che la tua è una bugia grossa! Se tu, come hai detto, eri in piedi, certo io non mi sarei abbassato per tirarti per i piedi, ti avrei tirato per un braccio!
Gli inquirenti insistono molto su Presta, ritenendolo il più debole tra i due, ma alla fine dell’ultimo interrogatorio, invitato per l’ennesima volta a nominare un difensore di fiducia, spazientito, Presta sbotta:
– Non ne voglio avvocati, a Cosenza me la vedrò!
L’unica cosa su cui entrambi sono d’accordo è che non ricordano molto della tragica sera perché erano completamente ubriachi per il vino bevuto, tre litri dicono, con Ritondale nella cantina di Luigi Schiffino a Cipollina, ma subito arriva la smentita del cantiniere: non erano affatto ubriachi perché consumarono un litro in tre.
Franco e Presta devono sostenere anche numerosi confronti con vari testimoni ed ancora un altro tra di loro, nel quale prima si rimbalzano la responsabilità dell’omicidio, per arrivare infine a negare di essere stati loro due insieme o uno solo di loro, ma che, ad un certo punto, mentre tutti e tre tornavano a Grisolia erano così stanchi da fermarsi a riposare e si addormentarono accanto al cumulo di letame. Quando Franco e Presta si svegliarono non trovarono più Ritondale e pensarono che se ne fosse andato per conto suo. Solo la mattina seppero dell’omicidio. Il problema è che non sono d’accordo nel dire chi dei due si svegliò per primo.
Ovviamente, contraddicendosi e accusandosi l’un l’altro, non fanno che aggravare la loro posizione, ma c’è un punto fondamentale da chiarire: il movente. E per farlo gli inquirenti tornano indietro alla mattina dell’8, quando tutti e tre andarono allo scalo di Verbicaro – Orsomarso a riscuotere la paga. Quanto toccò a ciascuno? Secondo le indagini del Brigadiere Vincenzo Reale, comandante la stazione di Verbicaro, a Ritondale toccarono 80 lire, a Franco 30 lire e a Presta solo 5 lire. Con un minuzioso lavoro di perquisizioni, per la verità aiutato dai genitori di Franco, il Brigadiere recupera le 80 lire nelle abitazioni degli imputati e ora il movente è chiaro: omicidio a scopo di furto.
La tesi degli inquirenti per affermare che entrambi gli imputati cooperarono attivamente all’omicidio, commesso per rubare la paga a Ritondale, è che mentre Presta tratteneva la vittima, Franco lo colpiva con la scure. È una forzatura? Vedremo.
Il 6 maggio 1914 la Sezione d’Accusa rinvia Franco e Presta al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di omicidio volontario aggravato.
La causa si discute il 15 settembre 1915 e tutti restano a bocca aperta quando il Presidente legge il dispositivo della sentenza:
Visto il verdetto dei giurati, la Corte assolve Presta Nicola per non aver commesso il fatto e ne ordina la scarcerazione, se non detenuto per altra causa. Condanna Franco Filippo alla pena della reclusione per anni 16 e mesi 8, pena ridotta di anni 1 per l’indulto 27 maggio 1915.
Probabilmente per l’assoluzione di Presta dall’accusa di omicidio i presupposti c’erano, dal momento che nel primo interrogatorio Franco si assunse tutte le responsabilità scagionandolo, ma suona molto strano che la giuria, assolvendo Presta abbia lasciato pensare che Filippo Franco, dopo aver massacrato Giuseppe Ritondale, lo sollevò da terra da solo e da solo lo trasportò per circa 5 metri, mentre Presta stava a guardare. Questo si può spiegare soltanto perché l’eventuale partecipazione allo spostamento del cadavere non è stata ritenuta una partecipazione attiva al delitto.[1]
[1] ASCS, Processi Penali.