AFFARI DI FAMIGLIA

È la sera del 17 settembre 1947. Verso le ore 8 Gilberto Ioverno – che tutti chiamano Alberto – è fermo, al buio per mancanza d’illuminazione, col suo amico Saverio Greco in via Pazienza nell’abitato di Campana, quando viene avvicinato da Francesco Urso e Saverio Greco (per evitare fraintendimenti a causa dell’omonimia dei due Saverio Greco, chiameremo il secondo nominato soltanto Greco ed il primo soltanto Saverio). Urso dice loro:

Qui non ci potete stare, andatevene!

Non c’è ragione di andare via giacché non facciamo male ad alcuno! – gli risponde Ioverno.

A questo punto interviene la madre di Urso, che ha sentito tutto ed è uscita di casa:

– È meglio che ve ne andate per evitare quistioni con mio figlio, quell’ubriacone e prepotente!

I due amici seguono il consiglio e si allontanano di poche decine di passi, fermandosi a parlare con tre donne ferme vicino ad un altro gruppo di giovanotti, tra i quali Francesco Ioverno, fratello di Alberto. Dopo pochi minuti i due amici salutano e fanno per andarsene, quando vengono raggiunti da Greco e Urso, che afferra da tergo per la giacca Alberto e cerca di trascinarlo lontano mentre gli dice:

Vieni che ti voglio parlare!

Possiamo benissimo parlare qua – gli risponde e allora Urso, all’improvviso, comincia a tempestarlo di pugni, buttandolo a terra.

Vistosi a mal partito e non ricevendo aiuto dall’amico Saverio, Alberto invoca l’aiuto del fratello, che accorre immediatamente ma viene fermato da Greco e i due cominciano a picchiarsi. Adesso in via Pazienza ci sono due gruppi di giovani che si picchiano, distanti tra loro non più di cinque metri. Poi Francesco Ioverno e Greco la smettono e si scambiano le scuse, mentre gli altri due vengono divisi dalla gente accorsa sul posto, tra cui anche la madre di Urso, il quale repentinamente si allontana correndo a casa.

Mentre Alberto, ansimando, si spolvera gli abiti e si aggiusta i pantaloni, indeciso se tornarsene a casa o rispondere alle domande dei presenti sul perché della zuffa, viene avvicinato da Greco che comincia a sua volta a picchiarlo ed a tirargli i capelli. Di nuovo interviene gente ed i due vengono divisi, così Alberto, suo fratello Francesco e Saverio cominciano ad allontanarsi dal posto, rallentati dalla molta gente che continua a chiedergli notizie del fatto. Mentre Alberto racconta la sua versione, da un vicolo sbuca repentinamente Francesco Urso e gli tira una coltellata all’addome e precipitosamente scappa sparendo nel buio, prima che qualcuno riesca a bloccarlo.

Antonio ha ancora la bocca spalancata e gli occhi sgranati per la sorpresa, poi si tocca la pancia e sente la mano bagnata dal sangue caldo che sgorga dalla ferita. I presenti prima lo fanno stendere sul selciato e poi lo portano a braccia in casa della zia, Lucia Ausilio, dove poco dopo arriva il medico, dottor Gaetano Manfredi, che lo medica e, dopo aver riscontrato che la ferita da arma da punta e taglio al basso ventre è penetrante in cavità e ha provocato la fuoriuscita di anse dell’intestino tenue, si riserva la prognosi e lo dichiara in pericolo di vita.

Intanto Francesco Urso si è nascosto in casa ma qualcuno lo ha visto. Quando poco dopo sente che i Carabinieri bussano alla porta e gli intimano di uscire con le mani in alto, tenta l’impossibile: salta da una finestra sul retro della casa e, prima che i Militari, sentito il tonfo, corrano a prenderlo, riesce a scappare.

Non ricordo bene… solo Urso… non ho visto chi intervenne per dividerci… – farfuglia Alberto al Maresciallo che lo interroga la mattina dopo.

Siccome i testimoni oculari raccontano che Urso era in compagnia di Greco e che questi ha picchiato Alberto, i Carabinieri arrestano anche lui, ma viene messo in libertà provvisoria dopo qualche giorno perché c’è qualche incongruenza tra le deposizioni dei testimoni, che forse si confondono tra le varie fasi del fatto.

Il 27 settembre, interrogato dal Pretore, Alberto accusa anche Greco:

– Ha aiutato Urso a ferirmi perché mentre mi picchiava, Urso mi ha colpito…

Beh, data la gravità della ferita è comprensibile che sta confondendo i momenti dei vari episodi, ma a rimettere le cose a posto ci pensano il fratello Francesco, Saverio e Pasquale Le Rose, i quali raccontano cronologicamente come sono andati i fatti, almeno come li hanno percepiti.

Secondo Francesco Ioverno e gli altri due la responsabilità di Greco nell’omicidio è chiara:

Mi tenne continuamente immobilizzato impedendomi di accorrere in aiuto di mio fratello. Ad un certo momento io e mio fratello, dopo che Urso si era allontanato, fummo afferrati da Greco, il quale continuò a malmenare mio fratello – ma non parla delle reciproche scuse scambiate con Greco.

Interrogato, Greco fa solo qualche ammissione:

Di ritorno a casa da un gruppo di amici presso cui mi ero recato per motivi di lavoro, percorrendo la strada al buio improvvisamente mi sentii colpire con un pugno al fianco ed uno al naso. Riconosciuto il mio aggressore per Francesco Ioverno, questi mi fece le scuse per i colpi involontariamente infertimi. Poi, per pulirmi il naso da cui fuoriusciva sangue, prima mi lavai in casa di Giovanni Biondo e poi andai a casa mia.

Diversa da tutte le altre è la deposizione di Filippo Leone:

Mi allontanai per qualche minuto e quando ritornai sul posto trovai i fratelli Ioverno che picchiavano Greco e li divisi. Poi ritornai a casa e dopo circa dieci minuti sentii urlare che avevano ammazzato Alberto

Maria Rossano racconta:

Incontrai Francesco Urso che si allontanava rapidamente e non rispose alla mia domanda del perché delle grida. Non era trascorsa una mezz’ora quando, mentre mi trovavo in casa sentii gridare che avevano ammazzato Alberto

Purtroppo il dottor Manfredi ha ragione: le condizioni di Alberto peggiorano subito dopo aver risposto al Pretore e dopo quattro giorni di agonia, il 27 settembre, muore a causa della peritonite acuta determinata dalla sepsi prodotta dalla ferita.

Sono passati dieci giorni dal fatto e ancora nessuno, nemmeno la vittima ed il suo amico Saverio, ha capito perché Francesco Urso ha accoltellato a morte Alberto. L’unica cosa che dalle indagini dei Carabinieri sembra apparire come un possibile movente è la voce che i due amici si trovavano in quella via per ragioni sentimentali in quanto Saverio aveva intenzione di fidanzarsi con una sorella di Francesco Urso e questi non voleva che i due stazionassero in via Pazienza. E allora perché è stato ammazzato Alberto e non Saverio? Sembra davvero troppo poco e infatti l’accusa mossa contro il latitante Urso è di omicidio volontario aggravato dai motivi futili e abietti.

Dalla sera fatale è passato più di un anno quando a Campana arriva, come una liberazione, la notizia che Francesco Urso, rimpatriato dalla Polizia Giudiziaria di Torino, è stato arrestato dai Carabinieri di Cassino per aver dato false generalità, asserendo che era di quel comune.

Io non l’ho ucciso, con Ioverno ho avuto solo uno scambio di pugni e schiaffi senza altre conseguenze – si difende quando viene interrogato dal Pretore.

– Quale fu il motivo di quello scambio di pugni e schiaffi?

Non posso precisarne il motivo dato il tempo trascorso

Urso e Greco vengono rinviati al giudizio della Corte d’Assise di Rossano per rispondere rispettivamente di omicidio volontario aggravato dai motivi futili e abietti e di concorso in detto delitto per avere impedito la difesa di Ioverno Gilberto.

La causa si discute il 21 luglio 1949 e ad Urso pare che sia tornata la memoria perché adesso dice di ricordare il motivo dello scambio di pugni e schiaffi, senza altre conseguenze con Ioverno:

Ioverno era indebitamente intervenuto in una questione sorta tra me ed una mia sorella, che rimproveravo per non avermi ubbidito, al che Ioverno intervenne dicendo: “avresti dovuto trovare me al posto di tua sorella ed avresti visto che risposta ti avrei dato!”. Da qui seguì la colluttazione senza altre conseguenze

Ovviamente questa ricostruzione viene smentita non solo dal fratello della vittima, dall’amico Saverio e da Pasquale Le Rose, che già si erano espressi durante l’istruttoria, ma anche dagli altri testimoni escussi.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva che risulta pienamente provata la responsabilità di Francesco Urso per l’omicidio ascrittogli, ma non ricorre, nella fattispecie, l’aggravante dei motivi futili e abietti giacché risulta accertata una causale (indebito intervento di Ioverno in affari di famiglia; motivi sentimentali) che esclude il movente abietto o futile, per cui deve essere modificato il titolo del reato.

Quindi, siccome per la Corte ci fu l’indebita intromissione di Ioverno negli affari di famiglia di Urso, non resta che passare a determinare la pena da irrogare: si reputa equo partire dal minimo della pena (anni 21) aumentandoli di anni 1 per la recidiva specifica, quindi anni 22 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.

Adesso la Corte deve esaminare la posizione dell’altro imputato, Greco Saverio, la più delicata perché la meno chiara, e osserva: non risulta alcuna compartecipazione del Greco nell’omicidio. Che egli abbia negato i punti più salienti dei fatti non è prova della sua colpevolezza. Egli ha ammesso solo che si sentì colpire con un pugno al fianco ed al naso. Riconosciuto il suo feritore per Francesco Ioverno, questi gli fece le sue scuse e poi si recò a casa sua, negando ogni altra circostanza. Comunque, a suo carico risultano accertati in modo chiaro ed inequivocabile due episodi: la colluttazione con Ioverno Francesco, sia pure fatta a scopo di trattenerlo per non farlo accorrere in aiuto del fratello e le altre percosse usate in persona di Ioverno Gilberto dopo che era stato lasciato da Urso. Esse avvennero in breve periodo di tempo. Filippo Leone asserisce che, diviso Greco dagli Ioverno, rientrò a casa e dopo circa dieci minuti sentì gridare che avevano ammazzato il Ioverno Gilberto. Anche Rossano Maria sentì gridare che l’avevano ammazzato. Dalle risultanze processuali non può desumersi né un preventivo accordo, né una partecipazione materiale del Greco nell’omicidio commesso da Urso. Quando Ioverno ricevette la coltellata era libero, non trattenuto da alcuno e tanto meno dal Greco, sebbene questi si trovasse vicino o quasi.

Affermato che Greco non partecipò al delitto, la Corte deve esaminare la richiesta del Pubblico Ministero di condannare l’imputato non più per concorso in omicidio, ma, semplificando il concetto, per una sorta di responsabilità oggettiva.

La Corte, a questo proposito, osserva: la Pubblica Accusa, nell’odierno dibattimento, ha sostenuto ricorrere nella fattispecie il caso del reato diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti giacché Urso, accordatosi col Greco di percuotere o ferire Ioverno Gilberto, ha finito di ucciderlo e pertanto di tale evento deve rispondere anche Greco, sia pure in una forma attenuata. E la respinge: la richiesta non trova riscontro nella realtà dei fatti. La Corte chiarisce che il legislatore, usando l’espressione “reato diverso o più grave”, non ha voluto introdurre una responsabilità automatica, ma una forma particolare di partecipazione al reato, che attenua l’applicazione rigorosa dell’intenzione dolosa.

In sostanza, quando più persone partecipano insieme a un’attività criminale, tutte possono essere considerate responsabili, sia dal punto di vista materiale sia morale, anche del reato più grave o diverso commesso da uno di loro, perché quell’evento rappresenta una conseguenza dell’azione o dell’omissione a cui hanno concorso.

Tuttavia, affinché anche chi non voleva quel reato più grave o diverso ne risponda, è necessario che venga dimostrato in modo corretto che esiste un legame diretto tra l’azione compiuta e l’evento verificatosi. In altre parole, il reato più grave o diverso deve essere una conseguenza oggettiva dell’azione o dell’omissione che tutti avevano voluto.

A questo punto la Corte, per chiarire definitivamente il concetto, riporta come esempio un passo di una sentenza della Cassazione del 22 maggio 1936: giustamente viene escluso tale nesso nel fatto del partecipe ad un furto, che, dopo l’impossessamento, si dia alla fuga mentre gli altri concorrenti, a sua insaputa, usano minacce verso la persona per assicurarsi il profitto delle cose sottratta.

Quindi, nel caso in esame, manca la prova del precedente accordo tra Urso e Greco di ferire ed anche di uccidere Ioverno, pertanto l’imputato Greco va assolto per non aver commesso il fatto.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Rossano.