Sono le otto di sera del 26 febbraio 1944. Un uomo, imbacuccato nel suo cappotto, cammina svelto nei vicoli bui di Cipollina. Lo incontrano due passanti che lo scrutano e notano che sotto il cappotto nasconde un arnese lungo e sottile, poi continuano per la loro strada commentando a bassa voce lo strano incontro e sono concordi nell’aver riconosciuto l’uomo, non dal viso ma dal portamento e dall’abbigliamento. Poco più avanti l’uomo incontra un ragazzino, Giuseppe, che, nonostante il buio e nonostante l’uomo cerchi di coprirsi il viso, lo riconosce perché gli passa a circa mezzo metro di distanza.
L’uomo adesso sta camminando lungo via Chiesa e, giunto all’angolo con Piazza del Popolo, si ferma e si appiatta contro il muro di una casa donde si domina l’uscita del negozio di Almo Romito, ad una trentina di metri da lui, dove la sera si riuniscono alcuni amici. Sì, è ancora aperto, la luce dall’interno filtra dalla porta a vetri. Poi apre il cappotto, tira fuori l’arnese notato dai due passanti, un fucile da caccia a due canne, e si mette in attesa.
Dopo un paio di minuti la porta della bottega si apre ed esce un uomo che saluta chi è all’interno; è bene illuminato dal chiarore della luce del negozio, è la vittima designata, non può sbagliare. Punta il fucile caricato a caprioli e spara un solo colpo. La vittima cade fulminata, colpita dai pallettoni tra la faccia e il lato sinistro del collo. L’uomo, con calma, mentre si aprono porte e finestre per capire cosa sia accaduto, rimette il fucile sotto il cappotto, si avvia verso casa lasciando dietro di sé solo il leggero rumore dei suoi passi, sempre più sfumato, e incontra di nuovo il ragazzino Giuseppe.
In questi stessi momenti, in una delle case che affacciano sulla piazza, il giovanetto Pietro Ritondale sta insegnando alla figlia di Anna De Amicis a scrivere il nome, quando lui, la ragazzina e la madre sobbalzano per la detonazione. Anna si affaccia alla finestra e, appresa la triste notizia, si mette gli zoccoli e corre fuori.
Almo Romito capisce immediatamente che ad essere stato ucciso è il suo amico Evaristo Adduci ed immagina anche chi sia stato ad ammazzarlo: il cugino Felice Adduci. Ma perché? Cosa avrebbe spinto Felice ad uccidere il cugino?
È una storia che affonda le radici nel passato, cerchiamo di capirci qualcosa: i rispettivi padri erano fratelli ma non andavano d’accordo e si perseguitavano l’un l’altro sia per rivalità di interessi, sia per motivi politici, presi dalla smania di primeggiare ed affermare la propria prevalenza nella piccola frazione di Cipollina. Da qui, piano piano, si consolidò una inimicizia accanita e implacabile trasmessa ai figli dai mai sopiti rancori.
Quello che dicono di loro in paese è tremendo: Signorotti arroganti, violenti e prepotenti gli uni e gli altri, hanno il medesimo fermento del sangue. Vivono della lotta e per la lotta, pronti sempre ad azzannarsi con alterchi, minacce e ricorsi. Ogni occasione è buona, sia cha vogliano accaparrarsi clienti per le loro aziende agrarie o industriali e commerciali o proseliti per la rispettiva fazione, sia che vogliano denigrarsi vicendevolmente.
Aggiungiamo qualche altro elemento: Felice è l’amministratore delle aziende che ha in comune con i fratelli Gaetano e Paolo, ha la passione per la caccia ed è considerato un tiratore dalla mira infallibile. Ma ha anche la testa un po’ calda. Basti pensare che dopo l’armistizio dell’8 settembre, in seguito ad un furto di benzina abbandonata dai tedeschi, richiese al comando inglese una mitragliatrice per sopprimere i pretesi ladri, fra i quali segnalò nientemeno che suo cugino Evaristo. La mitragliatrice gli fu rifiutata e Felice dichiarò pubblicamente che sarebbe andato a caccia dei ladri col suo infallibile fucile.
I Carabinieri, giunti sul posto, raccolgono la deposizione di Almo Romito ed i suoi sospetti su Felice, poi ascoltano l’anziana madre della vittima che afferma di essere certa della responsabilità, non solo di Felice, ma anche degli altri due cugini, Gaetano e Paolo, o come esecutori materiali del delitto o come mandanti e così le indagini si concentrano su tutti e tre i cugini, che vengono arrestati, ma è chiaro che, vuoi per le deposizioni di quelli che l’hanno visto prima e dopo il delitto, vuoi per la sua infallibile mira, vuoi perché durante la perquisizione domiciliare il suo fucile risulta avere una canna utilizzata molto recentemente, l’indiziato principale come esecutore materiale dell’omicidio è Felice.
I fratelli si difendono sostenendo che è stata solo una fatale combinazione il fatto che il fucile di Felice presenti tracce di una recentissima esplosione perché la mattina successiva al delitto ha sparato ad una beccaccia senza colpirla e fanno il nome di due testimoni, che confermano la circostanza e aggiungono che Felice, come dimostrerebbe anche il fatto di avere mancato la beccaccia, non è affatto un tiratore formidabile.
E la sera del 26 febbraio? Come viene giustificata la presenza di Felice, armato di fucile, nei pressi del luogo del delitto? Semplice, è tutto falso perché tutti e tre i fratelli erano insieme a casa e nessuno è uscito. Ci sono dei testimoni? Certo! Le persone di servizio e Anna De Amicis che però, come abbiamo visto, non poteva essere a casa degli imputati mentre Evaristo veniva ucciso perché uscì di casa con gli zoccoli appena appresa la notizia, precipitandosi dai tre fratelli, suoi grandi amici.
Per gli inquirenti si tratta evidentemente di testimoni di favore, smentiti da testimoni affidabili come il prete, il medico del paese e altri notabili, senza dimenticare, ovviamente, i testimoni che hanno visto e riconosciuto Felice andare verso il luogo del delitto tenendo nascosto il fucile sotto il cappotto e poi tornare indietro dopo averlo commesso.
E poi, secondo gli inquirenti, c’è il movente, grave, rappresentato dall’inimicizia inveterata e accanita tra i cugini.
Ma per la difesa dei fratelli l’assassino deve ricercarsi tra uno dei tanti nemici di Evaristo, che lo avrebbe ucciso sparando da qualche finestra di via Chiesa e se ne sia rimasto chiuso in casa, oppure sparando dalla strada e quindi dileguandosi attraverso la strada provinciale e la campagna adiacente. Di più? Secondo la difesa un fantasma avrebbe inquinato o fuorviato l’istruttoria, senza però portare fatti concreti a supporto delle tesi.
Lasciando da parte la storia del fantasma, la perizia balistica esclude che l’assassino abbia potuto sparare da una finestra o, genericamente, dalla strada, ma è certo che il colpo sia partito dall’angolo di via Chiesa a circa trenta metri di distanza.
Dicevamo del movente, l’inimicizia inveterata e accanita tra i cugini. Bene, l’indagine porta alla luce episodi sconcertanti: secondo le deposizioni raccolte, Evaristo era più implacabile, più irriducibile dei cugini perché, se nella famiglia degli imputati affiora a quando a quando un desiderio di pace, nell’ucciso l’odio sopraffà ogni altro sentimento. Infatti, come ha riferito un comune parente di entrambe le famiglie, un primo tentativo di componimento fu fatto dagli imputati nel 1937 in occasione dell’apertura del mulino elettrico, perché essi offrirono la compartecipazione nella società per la gestione del mulino, accettata dal comune parente, ma decisamente e recisamente rifiutata da Evaristo. Un secondo tentativo, sempre riferito dal comune parente, confermato da un fratello della vittima, fu fatto nel 1940 perché, in tanto odio, era sorto un segno d’amore tra il fratello di Evaristo e una sorella degli imputati. Ebbe corso, in via ufficiosa, una proposta di matrimonio tramite una comune amica e fu benevolmente accolta dagli imputati. Ma Evaristo non volle. Proibì al parente di farsi latore della proposta ufficiale e impose ed ottenne dal fratello, maggiorenne, di desistere dal suo proposito, poi lanciò ai cugini una nuova e più sanguinante offesa, motivando il suo crudele comportamento col ricordo che la loro madre, avanti il matrimonio, aveva concesso i suoi favori a colui che poi aveva tutto riparato con le giuste nozze. Un terzo tentativo, recentissimo, lo ha riferito il parroco perché fu lui che ne prese l’iniziativa, profittando dell’occasione che i maggiorenti di Cipollina divisavano di separarsi dal comune di Grisolia. Il parroco racconta che durante una riunione in casa di uno dei maggiorenti si fece un elenco delle persone più facoltose che si dovevano interessare della cosa e Gaetano di buon grado vi comprese il cugino Evaristo, ma questi, quando vide l’elenco, osservò che non era opportuno mettere al corrente troppa gente e quando prese parte alla riunione, che durò circa tre quarti d’ora, non rivolse mai la parola al cugino e si congedò senza stringergli la mano.
Gli inquirenti accertano inoltre che gli atti di reciproca ostilità si sono succeduti fin quasi al momento dell’uccisione perché, mentre Felice stava in agguato a via della Chiesa per mettere in esecuzione il suo piano, il fratello Gaetano raccattava da un suo compare prove dell’esosità del cugino avversario, che aveva preteso dal compare cinquecento lire di danni perché un suo bue era andato a bere in una fonte d’acqua di EVARISTO.
E mentre Evaristo stava per essere ucciso, andava a sua volta raccattando contro il cugino Paolo, ufficiale postale, i lamenti di donne che non avevano ricevuto i sussidi militari per farne oggetto di ricorsi e di denunce penali. Così assicurano due donne, appositamente contattate da Evaristo.
Una situazione evidentemente destinata ad esplodere da un momento all’altro e Felice colse al balzo l’occasione del presunto furto di benzina per togliere di mezzo il cugino.
Davanti a questi elementi gli inquirenti chiedono ed ottengono il rinvio a giudizio dei tre fratelli per rispondere di omicidio premeditato in concorso tra di loro.
La causa si discute il 5 febbraio 1945 e la Corte non ha alcun dubbio che Felice sia l’esecutore materiale del delitto per tutta la serie di circostanze che abbiamo già illustrato, ma che è opportuno riepilogare: 1) la sua mira infallibile; 2) il suo fucile che risultò aver sparato da poche ore; 3) i testimoni che lo hanno visto andare verso il luogo del delitto col fucile nascosto sotto il cappotto; 4) il conseguente fallimento del suo alibi, che si fondava sulla sua presenza in casa con i fratelli; 5) l’aver addebitato al cugino la partecipazione al presunto furto di benzina, la richiesta al comando inglese di una mitragliatrice per uccidere i responsabili e la successiva dichiarazione pubblica che avrebbe provveduto col proprio fucile.
Poi ci sono le testimonianze di comodo dei dipendenti e degli amici.
Ma nel dibattimento vengono fuori altre circostanze che aggravano la sua posizione: la sera del delitto non indossava le solite scarpe chiodate, ma scarpe leggere per non far rumore camminando; la sua inclinazione alla violenza, perpetrata anche contro il proprio zio, Commissario Prefettizio.
Tutto questo fa affermare alla Corte che la morte di Evaristo, nella piena vitalità dei suoi 43 anni, è legata con nesso causale all’azione del cugino Felice, poiché è pacifico che essa fu prodotta dal colpo di fucile, da costui esploso e che attinse la vittima, fulminandola, tra faccia e collo sinistro. L’agente agì con coscienza e volontà di cagionare l’evento verificatosi. In questa persistenza nel delittuoso proposito, sopraffattrice di tutti i motivi inibitori presentatisi alla coscienza e che avrebbero vinto un comune proposito delittuoso, sta l’aggravante della premeditazione.
E questo è un fatto. Ma, osserva la Corte, se è vero che Felice, nel suo animo di violento e di prepotente covava odio feroce ed implacabile verso il cugino, è anche vero che Evaristo era, come abbiamo visto, altrettanto, se non di più, violento e prepotente.
E gli atti di violenta prepotenza usati da Evaristo contro la famiglia dei cugini, danno lo spunto alla Corte per affrontare un argomento spinoso: possono questi atti costituire la base per concedere a Felice l’attenuante dello stato d’ira per fatto ingiusto della vittima?
La Corte ritiene di sì e spiega: lo stato d’ira determinato da fatto ingiusto della vittima, si può dire che fosse quasi permanente nell’imputato e nella sua famiglia per gli atti di reciproca ostilità, ma Evaristo si dimostrò più implacabile, più irriducibile perché, come abbiamo visto, rifiutò ogni tentativo di riconciliazione. Dunque, Felice ha commesso il fatto in stato d’ira determinato da una serie di fatti ingiusti commessi dalla vittima contro di lui e contro i suoi familiari. Inoltre, la Corte ritiene che sussistano le condizioni per concedere anche le attenuanti generiche perché fu tratto al grave delitto da una inimicizia familiare avita e dall’ambiente in cui è prodezza essere arrogante e prepotente.
Per quanto riguarda la pena da comminare, la Corte, considerate tutte le modalità del fatto, ritiene giusto, partendo dall’ergastolo, diminuire la pena ad anni 20 di reclusione per l’attenuante dello stato d’ira e diminuirla ancora ad anni 16 e mesi 8 di reclusione per le attenuanti generiche, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.
Ora è il momento di affrontare la posizione di Gaetano e Paolo, gli altri due fratelli imputati e la Corte. La tesi della parte civile e del Pubblico Ministero di un complotto familiare, supportata dalla circostanza che poco prima del delitto i tre fratelli furono visti confabulare sotto la loro casa perché tutti avevano interesse a sopprimere il cugino, non regge, per cui la Corte ritiene che nei loro confronti non siano emerse prove sufficienti ad affermarne la responsabilità penale per aver prestato un qualsiasi concorso nel delitto commesso dal fratello Felice e vanno assolti con formula dubitativa.
Felice ricorre per Cassazione ed il 18 giugno 1947 la Suprema Corte annulla la sentenza di primo grado e rinvia gli atti per il nuovo giudizio alla Corte d’Assise di Potenza, ma non ne conosciamo gli esiti.[1]
[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.