LA NOTTE DI FERRAGOSTO

La trentenne Antonietta Lamanna da Catanzaro, rimasta vedova di Pietro Peronaci, risposatasi col trentaquattrenne barbiere Francesco Merigliano, da tempo lo tradisce concedendo le sue grazie al trentaduenne muratore Francesco Galati, ammogliato con prole, il quale è amico del marito e frequenta la sua casa, ma commette la deplorevole leggerezza, agli inizi di agosto del 1943, di vantarsi della tresca. Quando Merigliano lo viene a sapere, dopo vari litigi con Antonietta, l’8 agosto la caccia di casa e manda a dire all’ex amico Galati che ormai avrebbe potuto fare liberamente i suoi comodi.

Antonietta, che è tornata ad abitare a casa dei genitori, il 14 agosto va a trovare il marito e, volendo trarre vendetta della propalazione fatta da Galati che ha distrutto la sua comoda posizione di moglie e di amante, lo convince della necessità di sopprimere l’ex amante e concordano un piano per eseguire il delitto, che cominciano subito a mettere in atto. Antonietta esce, rintraccia Galati e gli dà appuntamento amoroso nella casa dei genitori verso la mezzanotte del 15, appena sarebbe suonato l’allarme aereo. L’uomo, che non crede ai suoi occhi, accetta senza sospettare nulla e, ringalluzzito, la lascia fischiettando e facendole l’occhiolino.

La mattina del 15 Antonietta accoglie in casa dei genitori il marito, che si trattiene per tutta la giornata e la sera, dopo aver cenato coi genitori ignari del concerto criminoso, va a letto in una camera separata, sita di fronte alla porta d’ingresso.

A mezzanotte suona la sirena dell’allarme antiaereo ed il fiducioso e fremente innamorato fischia dinanzi la porta. Al fischio Antonietta ed il marito, ognuno dal proprio letto, si alzano senza fare rumore. Merigliano impugna una grossa rivoltella fornitagli dalla moglie, che l’aveva ereditata dal primo marito, e si mette in agguato dietro la tenda di un piccolo vano adiacente alla porta d’ingresso. Antonietta, discinta e scalza, apre la porta e, suadente, invita l’amante ad entrare e gli sussurra:

Stanotte ci divertiremo molto

Galati, fiducioso e fremente, entra, ma fatti pochi passi scorge Merigliano che, uscito da dietro la tenda, gli spara quasi a bruciapelo due colpi, facendolo cadere a terra senza un gemito, con la colonna vertebrale spezzata in due.

Credendolo morto, mettono in esecuzione la parte del piano che darà loro la salvezza: Antonietta prende la rivoltella e con l’arma in mano va in Questura e, sconvolta, dice all’Agente che l’accoglie togliendole di mano l’arma:

Ho ucciso un uomo che ha attentato al mio onore

Merigliano, intanto, correndo a perdifiato è tornato a casa sua e si è messo a letto.

Tutto perfetto, tranne un piccolo particolare: Galati non è ancora morto e quando arriva la Polizia, prima di perdere conoscenza, racconta tutto. Antonietta è già in Questura e gli Agenti vanno a bussare a casa di Merigliano, che, insonnolito e nudo come se si fosse appena svegliato da un sonno tranquillo, apre e professa il suo stupore per quanto apprende essere accaduto.

I due vengono rinchiusi nel carcere di Catanzaro in attesa di giudizio, ma il 29 agosto accade qualcosa di tragico e forse non del tutto inaspettato: gli alleati bombardano la città e colpiscono anche il carcere, provocando l’evasione di molti detenuti, tra i quali anche Antonietta Lamanna ed il marito Francesco Merigliano.

Non scappano, non si nascondono, Francesco Merigliano addirittura diserta dopo l’armistizio dell’8 settembre, ma tornano nella casa coniugale dove, approfittando della confusione di quel nefasto periodo, convivono pacifici e tranquilli, come se nulla fosse successo, per ben tre mesi, fino a quando, cioè, a qualcuno in Questura viene in mente di andarli a cercare proprio lì, forse imbeccato da qualche uccellino.

Rinviati al giudizio della Corte d’Assise di Catanzaro per rispondere di omicidio premeditato, i due si presentano in aula il primo settembre 1944 e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, rigetta la richiesta della difesa di Francesco Merigliano di sottoporlo a perizia psichiatrica e lo condanna, concedendogli l’attenuante di avere agito per motivi di particolare valore morale e sociale, ad anni 20 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie. Condanna Antonietta Lamanna, che deve rispondere anche di detenzione e porto abusivo di arma da fuoco, e concedendole l’attenuante della provocazione, ad anni 24 di reclusione e mesi 1 di arresti, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.

Merigliano e Lamanna ricorrono per Cassazione e la Suprema Corte, il 24 aprile 1946, conferma la condanna comminata ad Antonietta ed annulla la sentenza emessa contro Merigliano, rinviando gli atti alla Corte d’Assise di Cosenza per il riesame della precisa determinazione della sua imputabilità e colpevolezza nell’omicidio premeditato commesso dalla moglie.

La causa si discute il 5 novembre 1946 e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva: le risultanze dell’attuale dibattimento nulla di nuovo o di diverso hanno apportato a quanto accertò la Corte d’Assise di Catanzaro. L’asserita infermità mentale, totale o parziale, che la difesa basa sul certificato del dottor Massara, che si riferisce al 1923 e dal quale prende anche lo spunto per chiedere in ipotesi subordinata una perizia psichiatrica, è in pieno smentita da venti anni di vita più che normale, durante i quali l’imputato, nonostante la meningite tifoidea sofferta nel remoto 1923. Ha costantemente migliorato la sua posizione sociale, passando dal rango di barbiere a quello di impiegato, adempiendo molto bene alle sue mansioni. Inoltre, richiamato alle armi proprio ai primi di quello stesso mese di agosto 1943 ed assegnato alla milizia contraerea, fu riconosciuto perfettamente sano di mente ed in perfetta sanità di mente attendeva alle mansioni militari esplicate fino al giorno del delitto, nella consumazione del quale, subito dopo e successivamente, diede manifestazioni di piena capacità di intendere e di volere, come ictu oculi si desume.

Smontata la richiesta di perizia psichiatrica, la Corte continua: piuttosto questa Corte, prendendo in esame una delle tante versioni date da Merigliano, opina che costui, fino ad allora pervaso da sospetti più o meno fondati, ebbe la certezza dell’esistenza della tresca quando, nella notte dal 15 al 16 agosto 1943, sentì il fischio di Galati ed allora sparò ed uccise nello stato d’ira determinato dall’offesa recata al suo onore. Ritiene, così, che l’omicidio fu commesso per causa d’onore, per cui irroga anni 3 di reclusione.

Siccome Francesco Merigliano fu arrestato la mattina del 16 agosto 1943 e siamo al 5 novembre 1946, cioè più dei tre anni della condanna, la Corte ordina la immediata scarcerazione del suddetto Merigliano.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.