Nel territorio di Stignano in provincia di Reggio Calabria, e precisamente in contrada San Fili, abita la famiglia Commisso, che coltiva in fitto terreni di proprietà Alvaro.
Il 25 gennaio 1935 il ventinovenne Vincenzo Commisso va a lavorare in contrada Serleto e verso le cinque di pomeriggio torna nella masseria di contrada San Fili. Poco dopo, per caso, va al recinto delle pecore, distante dalla masseria circa duecento metri, dove il fratello maggiore Giuseppe accudisce allo sgombro del concime, aiutato dalla trentunenne Rosina Natì, che da più di tre mesi è al servizio dei Commisso nei lavori agricoli. Vincenzo, rivolgendosi al fratello in tono alquanto altezzoso, dice:
– Dovevi pulire l’ovile, non il mandrile!
Giuseppe, calmo, gli risponde:
– Non potevo fare due cose contemporaneamente, aiutami a portare fuori il letame e dopo provvedo a pulire l’ovile.
Sembra una osservazione sensata, ma non per Vincenzo che comincia a bestemmiare urlando. Giuseppe, sempre calmo, lo richiama:
– Non è questo il modo, non gridare per non suscitare apprensione ai vicini!
Vincenzo, invece di seguire il consiglio del fratello che intanto si è portato davanti alla porta dell’ovile, lo sfida:
– Vieni dentro se hai coraggio!
E Giuseppe segue il fratello nell’ovile con l’intento di calmarlo, ma Vincenzo afferra uno zappone e gli tira due colpi alle spalle col dorso dell’attrezzo. È inevitabile a questo punto che i due si azzuffino violentemente scambiandosi calci e pugni. Temendo che la cosa possa andare a finire male, Rosina Natì si mette in mezzo ai due e fa ogni sforzo per dividerli, riuscendo a separarli e finanche a togliere dalle mani di Vincenzo un coltello a serramanico a forma di roncola con punta ad apice tagliente.
Vincenzo, visto fallire il tentativo di accoltellare il fratello inerme, ancora più furibondo e senza perdere tempo, corre a casa per prendere il fucile carico a pallini tenuto sempre, senza che né la madre e né la sorella se ne accorgano in tempo. Sbuffando come un toro torna verso l’ovile per chiudere la questione col fratello che nel frattempo sta tornando verso casa.
Giuseppe, arrivato a metà strada e superata di poco la curva esistente tra l’ovile e l’abitazione, vede Vincenzo andargli incontro a passo svelto col fucile spianato e con evidenti intenzioni minacciose. Allora, resosi conto del pericolo che incombe su di lui, per sfuggire al fratello cerca di cambiare direzione oltrepassando il ciglio della strada campestre per inoltrarsi nei campi circostanti. Ma Vincenzo, accelerando ancora il passo, gli urla:
– Disgraziato fermati! Ti ammazzo!
È ormai una corsa disperata quella di Giuseppe per sfuggire all’ira di Vincenzo, che guadagna sempre più terreno e quando capisce che la distanza è quella giusta per non sbagliare il colpo, una quindicina di metri, si ferma di botto e in un attimo prende la mira e spara un colpo.
Giuseppe sente i pallini dilaniargli la carne del collo ma, sebbene gravemente ferito, continua a correre e urla a Vincenzo:
– Non sparare! Mi hai ucciso… perdonami!
– Se vuoi che ti perdoni ti devi inginocchiare! – gli impone e Giuseppe si ferma, fa per inginocchiarsi, ma stramazza a terra boccheggiando senza riuscire più a rialzarsi. È troppo debole per il fiume di sangue che ha perso per la recisione della carotide.
È proprio in questi attimi che sopraggiunge Rosina Natì, la quale cerca di soccorrerlo sorreggendogli il capo e premendo un fazzoletto sul foro da cui zampilla il sangue. Ma non c’è più niente da fare, Giuseppe muore tra le braccia di Rosina, mentre sul posto arrivano urlando di disperazione la madre e la sorella dei due. Maria Rosa, la sorella, imprecando contro sé stessa per non essersi accorta in tempo che Vincenzo si era impossessato del fucile, gli salta addosso e lo disarma, ma è solo una questione di secondi perché Vincenzo con uno strattone riprende l’arma e va a casa a lasciarla, poi torna sul posto e avvicinatosi al fratello già morto, con freddezza glaciale, dice:
– Sei vivo o morto, crepa e schiatta! – poi guarda Rosa Natì che piange accanto al cadavere, le dà uno spintone e, mentre si allontana, le dice – Tutto per causa tua…
Qualche ora dopo Vincenzo Commisso si presenta dai Carabinieri di Placanica e al Maresciallo che lo vede agitato e gli chiede il motivo della visita, risponde:
– Niente di male, vi è un omicidio in contrada San Fili, ho appreso da altri che mio fratello Giuseppe è stato ucciso, correte.
Il Maresciallo resta un po’ perplesso e pensieroso davanti ad una dichiarazione del genere. Cosa vuol dire quel “niente di male”? Ma forse, pensa, è dettata dalla confusione mentale di quell’uomo, distrutto dal dolore per la perdita del fratello.
Mentre il Maresciallo rimugina tra sé e sé, bussa alla porta un usciere del Comune che gli consegna un biglietto inviatogli dalla Guardia Municipale di Stignano, che lo informa dell’avvenuto omicidio di Giuseppe Commisso e che l’autore è il fratello Vincenzo.
Il Maresciallo alza gli occhi dal biglietto, guarda Vincenzo che abbassa gli occhi e curva le spalle, poi gli sventola il biglietto sotto il muso e gli dice:
Niente di male, vero? Ti dichiaro in arresto per l’omicidio di tuo fratello Giuseppe!
Dopo una lunga serie di reticenze, tergiversazioni e contraddizioni, Vincenzo ammette:
– Ho ucciso con un colpo di fucile mio fratello Giuseppe perché, nella colluttazione avuta nell’ovile, mi ha percosso col tridente…
Il che non corrisponde a verità ma il Maresciallo ancora non può saperlo. Rinchiuso Vincenzo in camera di sicurezza, i Carabinieri vanno sul luogo del delitto, sequestrano il fucile e interrogano sia i familiari, sia Rosina Natì e il figlio tredicenne, anche presente al fatto. Ora che al Maresciallo le cose appaiono chiare, tornato in caserma redige il verbale di denuncia di Vincenzo Commisso per fratricidio e porto abusivo di fucile e coltello.
Man mano che le indagini vanno avanti gli inquirenti scoprono che la tranquillità della famiglia Commisso è andata via via compromettendosi da quando Rosina Natì, per ragioni di lavoro, è andata ad abitare nella masseria col figlio. Ma tutto ciò che accadeva in casa lo scopriremo più avanti.
L’imputato viene rinviato per direttissima alla Corte di Assise di Locri per rispondere di omicidio volontario aggravato dal rapporto di parentela. La causa si discute nell’udienza del 29 luglio 1935 e la Corte, ritenendo necessaria l’indagine sullo stato di mente del giudicabile, accoglie l’istanza della difesa di sottoporre Vincenzo Commisso a perizia psichiatrica, perizia che viene eseguita nel manicomio di Barcellona Pozzo di Gotto, dove Commisso viene internato.
La perizia viene depositata il 27 novembre successivo e il risultato è che l’imputato commise il reato nello stato di totale infermità di mente.
Il dibattimento, con la spada di Damocle del risultato della perizia, riprende un anno dopo, il 4 dicembre 1937 e termina il giorno dopo. La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, probabilmente dubitando dell’esito della perizia psichiatrica comincia col descrivere la personalità di Vincenzo Commisso: il fatto di cui Vincenzo Commisso deve rispondere è materialmente provato mediante il referto medico e la perizia necroscopica e che causa unica ed immediata della morte di Giuseppe Commisso è stata la rottura della carotide, determinata dalla lesione prodotta da vari pallini. Autore del fatto è stato, senza dubbio, Vincenzo Commisso, come risulta innanzi tutto dalla confessione resa ai Carabinieri e ripetuta all’autorità giudiziaria inquirente, nonostante che oggi, nell’interrogatorio in aula (mostrandosi evidentemente reticente e simulando una improvvisa amnesia sui particolari della tragedia) abbia dichiarato di non più ricordare quanto aveva confessato in periodo istruttorio e finanche nel precedente dibattimento, pur dimostrando di ricordare benissimo tutte le altre circostanze relative alle sue pregresse malattie, alle sue condizioni di famiglia, al suo servizio militare ed alle sue abituali occupazioni. Ma qual è la causale del delitto? bisogna rispondere anzitutto a tale quesito per meglio valutare la personalità del giudicabile al fine di discernere la sua responsabilità penale; orbene, da tutto il processo promana la prova che la causale del fatto deve ricercarsi nella gelosia nei riguardi di Rosina Natì, donna di dubbia moralità. Costei più volte soleva recarsi nella masseria dei Commisso per visitare suo figlio Rocco, di anni 13, che vi prestava servizio come garzone. In queste occasioni aiutava i fratelli Commisso nei lavori campestri, di cui aveva la direzione il maggiore di essi a nome Francesco, che nel momento della tragedia non si trovava in casa. Successivamente Rosina Natì, che ha il marito in America da più di dieci anni, prese stabile dimora presso la famiglia Commisso fin dal novembre 1934, alloggiando insieme al figlio in una stanza della loro casa. Era quindi fatale che i fratelli Commisso, e particolarmente il più giovane, l’odierno giudicabile, la corteggiassero. È certo che Vincenzo, per primo, ne ebbe i favori perché costui lo ha espressamente confessato; è certo che la presenza della donna aveva turbato la tranquillità di quella famiglia di contadini e non mancarono fra i fratelli Commisso frequenti litigi, dovuti specialmente a Vincenzo che trovava ogni futile pretesto per attaccare briga con i suoi familiari. La madre, Caterina Jeraci, con quell’intuito che è prerogativa dell’affetto materno, comprese la vera ragione di tali dissidi e manifestò i suoi sospetti al figlio maggiore ed alla Guardia Municipale, poi avvertì i figli di stare lontani da Rosina e rimproverò costei di non dare soverchia confidenza ai figli durante i lavori campestri. Rosina Natì, che confessa di avere avuto tali rimproveri pur negando le relazioni intime con Vincenzo, trascura costui e dopo poco tempo preferisce Giuseppe, al quale mostra maggiore attaccamento. La conseguenza fu che ogni futile occasione forniva il pretesto per un litigio tra i due fratelli, specialmente per Vincenzo, più altezzoso, più irascibile ed insofferente dell’autorità dei fratelli maggiori.
Questa era il clima nella famiglia Commisso fino al 25 gennaio 1935. La Corte adesso spiega ciò che è accaduto, dal punto di vista di Vincenzo: quando costui, tornato a casa dalla contrada Sarleto, si reca all’ovile e vi trova suo fratello Giuseppe in compagnia di Rosina, sospetta ed è assalito da un’ondata di gelosia e trova il pretesto per litigare, rimproverando al fratello di non aver fatto pulire la stalla ed alla giusta risposta di Giuseppe si irrita, bestemmia e lo sfida. Avviene la colluttazione e, sentendosi umiliato alla presenza della donna, si irrita maggiormente, corre ad armarsi di fucile e, sordo alle grida della sorella spaventata e della vecchia madre, spara e uccide. Poi sghignazza per l’ultima volta dinanzi al cadavere del fratello e lancia l’accusa contro Rosina: “Tutto per causa tua”, suggellando in questa espressione la ragione intima della tragedia.
Chiariti lo svolgimento dei fatti e il movente, la Corte deve affrontare il problema sollevato dai periti alienisti, secondo i quali Vincenzo Commisso sarebbe affetto da demenza schizofrenica, preesistente al reato ascrittogli, ed avrebbe perciò commesso il fatto in tale stato di infermità mentale da escludere in lui la capacità di intendere e di volere. Non a caso viene usato il condizionale, infatti la Corte non addiviene alle medesime conclusioni dei periti che, a suo giudizio, sono radicalmente errate. E spiega: anzitutto nei precedenti dell’imputato, nella sua condotta e nel suo contegno fino al momento che ha commesso il delitto, non si ha la prova di fenomeni morbosi che possano essere indizi di una malattia mentale: l’anamnesi registra poche circostanze remote, incontrollate ed incontrollabili, affiorate alla conoscenza dei periti mediante informazioni provenienti, forse, da fonti non sincere o non autentiche e si dice, ad esempio, senza averne la prova, che la nonna materna abbia sofferto di epilessia, che il padre fosse nervoso e che l’imputato abbia sofferto, nella sua tenera età, di convulsioni, delle quali non si è accertata la forma e la natura. Anamnesi evidentemente scarsa per potere spiegare una malattia mentale come la demenza schizofrenica che, in termine classico, può meglio definirsi una demenza precoce. Nessuna stravaganza, nessuna stranezza nella condotta dell’imputato, che attendeva normalmente ai lavori campestri; egli ha prestato servizio militare per tre mesi e nulla d’anormale è stato riscontrato o segnalato. Soltanto dai familiari si è detto che Vincenzo Commisso era alquanto nervoso ed irascibile e che questo stato di irascibilità è aumentato dopo l’operazione allo stomaco nel ‘934. Tutto ciò è evidentemente lontano mille miglia dalla sintomatologia della demenza precoce. Gli stessi periti hanno dichiarato che l’imputato ha la coscienza di avere ucciso il fratello, che la sua coscienza non presenta veri e proprio difetti intrinseci, che non ha disordini psico sensoriali, non ha disturbi di memoria e ha soltanto qualche intoppo quando viene domandato sulle modalità del reato commesso. In conseguenza non può affermarsi che Vincenzo Commisso sia un demente. Giacché non vi è alcun segno caratteristico di una qualsiasi infermità mentale, sia precedentemente, sia durante la commissione del delitto e sia nella condotta processuale, che soltanto ad ultima ora, a fine di salvataggio, è stata ispirata ad evidente simulazione. La perizia ha concluso per la completa irresponsabilità traendo argomento unicamente dalle manifestazioni dell’imputato nella sua degenza al manicomio e ha riscontrato i fenomeni schizofrenici soltanto perché costui, nel raccontare i vari fatti, tale si è mostrato. Su ben fragili basi i periti hanno emesso un giudizio che contrasta con le loro stesse premesse, poiché avendo affermato che l’imputato ha la coscienza del delitto commesso, che non ha disordini psico sensoriali né disturbi di memoria, non si spiega come così facilmente essi siano arrivati ad escludere la responsabilità del giudicabile. Indifferente, freddo, apatico, senza le comuni reazioni affettive, sono elementi caratteristici del delinquente che agisce sotto la spinta del suo impulso malvagio e brutale, sordo ad ogni principio elementare di convivenza sociale e familiare, privo di ogni senso morale. E Vincenzo Commisso è appunto un delinquente, non già un pazzo.
Poi dà un tremendo colpo alla fisiognomica lombrosiana: Grave lacuna invero è nella perizia che per spiegare l’origine del delitto avrebbe dovuto tener presente, più che l’ottusità dei lineamenti o la fisionomia e le misure del periziando, la causale che è comune a qualsiasi altra forma delinquenziale determinata da un irrompente moto dell’anima (come la gelosia). È chiaro che la pietosa conclusione dei periti alienisti non può essere accettata dalla Corte. Vincenzo Commisso ha agito in piena capacità di intendere e di volere e quindi è responsabile del fratricidio ascrittogli. Né è il caso di dubitare della volontà omicida giacché l’arma adoperata (fucile carico a grossi pallini), la parte vitalissima del corpo presa di mira, la breve distanza da cui avvenne lo sparo ed in ultimo la gravità della causale, denotano che l’imputato ha agito con fine di uccidere.
È tutto, si può passare a quantificare la pena: pena adeguata si ravvisa, a giudizio della Corte, quella di anni 24 di reclusione, stabilita come pena minima dall’art. 577 del Codice Penale, e ciò in considerazione dei buoni precedenti di Vincenzo Commisso, oltre alle spese e alle pene accessorie.
Il 15 marzo 1937 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell’imputato.[1]
[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.