È il 31 gennaio 1924, non piove più ed a Magli, frazione di Trenta, il treno delle 12,35 è appena passato. Il diciottenne Salvatore Pirillo ed i sedicenni Antonio Nigro, Francesco Pirillo e Alfredo Magliocco, che la mattina non hanno potuto lavorare, stanno andando a legna quando nella piazzetta del paese incontrano il diciottenne Salvatore De Francesco che li ferma e, dopo aver cercato inutilmente di mandare via Antonio Nigro perché sapendolo bocca larga non vorrebbe farlo assistere a ciò che ha in mente di fare, li convince ad andare a bighellonare con lui, ma lo devono aspettare per qualche minuto perché deve andare a prendere qualcosa a casa. Qui trova, come previsto, il padre che sta partendo con la vettura carica di legna da portare a Trenta. Lo saluta, entra in casa, apre il tiretto del tavolino, prende la rivoltella di grosso calibro del genitore, controlla se è carica, poi mette in tasca alcune altre cartucce e corre dagli amici.
Ridendo e scherzando i quattro arrivano in contrada Ortale, dove sopraggiunge il diciottenne Giuseppe Iuele che si unisce al gruppo. De Francesco si mette sul ciglione della mulattiera e prende la rivoltella che ha messo nella cintura dei pantaloni. Antonio Nigro, che ha paura dell’arma, si allontana di qualche metro.
Salvatore Pirillo, vista l’arma, chiede a De Francesco:
– Cce vò assai forza ppe sparare?
– Tè, prove – gli risponde porgendogli la rivoltella, ma siccome Pirillo si mostra spratico nel maneggiare l’arma, De Francesco gliela prepara inarcando il grilletto, poi Pirillo spara un colpo contro una quercia, quindi la passa a Iuele, che spara un colpo contro un albero di gelso. Infine De Francesco riprende l’arma e spara un colpo contro un albero di ulivo, che invece colpisce il gelso ed un altro alla quercia.
– Famme sparare puru a mia! – gli dice Alfredo.
– No, haju picca cartucce – gli risponde De Francesco in tono perentorio mentre toglie dal tamburo i bossoli esplosi, ricarica l’arma con le cartucce che ha in tasca, se la rimette alla cintura e guarda verso Antonio Nigro, dicendogli:
– Totò, statti ddocu ca sinnò tu vai alla casa e dici a mamma ca haju pigliatu ‘u rivorbaru!
– U… u… un di…dicu ne…nente – protesta Antonio, che è balbuziente e per questo lo soprannominano Farfaglia o Marallu, il quale continua – Chi ca…calibru è?
– Totò, mò te sparu, Totò, mò te sparu! – risponde forse spazientito o forse per scherzo.
A queste parole Antonio istintivamente porta davanti agli occhi il braccio destro come per ripararsi.
Poi parte un colpo che lo centra in pieno petto.
– Ma…mammarella… ma…mammarella mia! – balbetta Antonio mentre si accascia a terra.
Gli altri amici ammutoliscono per qualche secondo, poi Alfredo, impallidendo, dice a De Francesco:
– Ma sì ciùatu? L’ha sparatu daveru?
– Mò me sparu iu! – gli risponde, bianco come un lenzuolo anche lui.
In questo frattempo sopraggiunge Luisa Nigro, la sorella tredicenne di Antonio che era nelle vicinanze, intenta a trasportare sulla testa un sacco di farina per il forno gestito dalla sorella maggiore Annunziata, che sente l’ultimo colpo di rivoltella e l’esclamazione del fratello Antonio, così corre al forno, lascia il sacco e si precipita a vedere cosa è successo. Trova Antonio in ginocchio con i piedi nell’acqua di un piccolo solco e con le mani che si comprime il petto mentre dà gli ultimi aneliti.
– Totò! Totò! – urla buttandoglisi addosso e abbracciandolo, ma proprio in questo istante Antonio lascia andare le braccia e muore. Luisa, piangendo e urlando la sua disperazione, alza gli occhi e vede De Francesco con l’arma appesa alla cintura e urla:
– Ohi malanova! L’ha ammazzatu! Chi te vò sucare nu lampu! Malerittu!
– Finisciala puru tu ca sinnò te sparu! – le risponde mentre fa l’atto di l’arma.
– Mammamia! – urla Lucia, terrorizzata, mentre prende in braccio il fratello morto e lo posa in un posto asciutto.
– Chi tè spari? Ha cumminatu ‘u guaiu e mò te và presìenti alli Carabinieri! – interviene Pirillo.
– Sine, me vaju presìentu a Cusenza – risponde, poi dà la mano ad Afredo Magliocco, gli porge la rivoltella e gli raccomanda – Portàlla alla casa… dùnala a mamma…
E tutti lo guardano avviarsi verso la ferrovia, la strada più breve per arrivare in città.
Mentre sta accadendo tutto questo, Carmela, un’altra sorella di Antonio, sta portando un ferro da stirare a casa di Giuseppe Ferro e sente dei rumori strani, poi le urla della sorella Lucia e capisce che deve essere accaduta qualcosa di molto grave. Consegna il ferro da stiro e corre in contrada Ortale, dove trova Antonio ormai morto e lo shock è così grande che non si riprenderà più.
Arriva gente a piangere il morto. Arriva anche Salvatore Falsetti, cugino dei Nigro, che va all’ufficio postelegrafonico di Magli e chiede alla ricevitrice postale Maria Grazia Vitelli di fargli telefonare ai Carabinieri di Pedace per denunciare il delitto.
Quando arriva il Maresciallo Capo Francesco Cito con i suoi uomini inizia subito a sentire i giovanotti presenti al fatto.
– Io mi trovavo in contrada Ortale a defecare e sentii un colpo di arma da fuoco. Ritenendo trattarsi di un cacciatore, per curiosità mi alzai e guardai verso la località da cui proveniva il colpo e vidi, a circa dieci metri in giù, alcuni ragazzi fra i quali distinsi Salvatore De Francesco, Antonio Nigro e Salvatore Pirillo, sentii che De Francesco, impugnando una rivoltella, dopo aver pronunziato le parole “mò ti sparo, mò ti sparo” partì un colpo che colpì al petto Nigro. Io, appaurito, non ho visto altro che De Francesco si diede alla fuga verso la ferrovia e sono scappato verso Magli, dove ho riferito l’accaduto – riferisce Alfredo Magliocco.
– Quindi non eri con gli altri giovanotti?
– Pur essendo un loro coetaneo, non avevo dimestichezza con loro e quindi ignoro ogni altro particolare e se esistessero fra di loro rancori…
Vuole, evidentemente, cercare di tirarsi fuori da ogni possibile conseguenza, ma quando parlano gli altri le cose cambiano perché dicono che presente alla sciagura c’era anche lui. In un nuovo interrogatorio, messo a confronto con Salvatore Pirillo, deve ammettere di essere stato presente, di avere avuto l’incarico di portare l’arma alla madre di De Francesco e di averla consegnata.
Ma la cosa più importante che dicono tutti dopo vari interrogatori a cui vengono sottoposti, nessuno escluso, è:
– Egli volle uccidere il povero Nigro ed al detto “mò ti sparo, mò ti sparo” fece seguire il colpo.
Le altre domande che il Pretore di Spezzano Sila, avvocato Luigi Pace, fa a tutti, ottenendo la stessa risposta anche dalle sorelle della vittima, sono queste:
– Come erano i rapporti tra Antonio Nigro e Salvatore De Francesco?
– Tra De Francesco e Nigro esistevano buoni rapporti.
– E i loro caratteri come erano?
– Il povero mio fratello Antonio conviveva con me, essendo noi orfani dei genitori. Egli mi sostentava con il suo lavoro, difatti pagavamo l’affitto di casa in lire ottanta annue e ci sostentavamo con la mercede del nostro lavoro. Ieri, non avendo da lavorare, fu in casa e mi aiutò nella cucina a mondare delle cipolline campestri, che mangiammo insieme – racconta la sorella Carmela.
– Antonio era la bontà personificata e anche quando lo chiamavano “Farfaglia” non diceva verbo alcuno – dice Giuseppe Iuele.
– Nigro, come De Francesco, avendo entrambi lavorato qualche volta al mio servizio, mi risulta che erano dei buoni ragazzi. Antonio era così buono e dedito al lavoro al punto che interposi i miei uffici affinché lo avessi ingaggiato in lavori di fabbricazione – testimonia l’imprenditore Giuseppe Ferro, socio in una rinomata fabbrica di pavimenti.
Qualcuno, però, definisce Antonio con uno di bocca larga perché in occasione del Natale del 1922, quando per approntare il consueto fuoco della vigilia alcuni ragazzi andarono a rubare della legna nella proprietà di Giuseppe Ferro, fu ritenuto colui il quale rivelò il fatto al derubato, circostanza che Ferro, successivamente interrogato in merito, smentisce recisamente.
Qualcun altro definisce Salvatore De Francesco impulsivo e prepotente e racconta che una volta riempì di botte Antonio Nigro.
Quello che però nessuno dice è che al fatto era presente anche Francesco Pirillo, fratello di Salvatore, che resta fuori dall’indagine.
Saputo che l’arma è a casa di De Francesco, il Maresciallo ci va subito per sequestrarla, ma la madre del fuggitivo dice che la rivoltella a casa non c’è.
La mattina dopo il Maresciallo torna a casa De Francesco con Alfredo Magliocco e ora la madre ammette:
– Effettivamente ho ricevuto da Alfredo la rivoltella, che ho deposto sopra una sedia, poi sono uscita e quando sono tornata la rivoltella non c’era più…
Un mistero che resterà tale perché l’arma non verrà mai ritrovata.
Salvatore De Francesco mantiene la promessa di andarsi a costituire a Cosenza e alle cinque di pomeriggio si presenta al Maresciallo Maggiore Francesco Vitola, al quale racconta:
– Verso le due di pomeriggio di oggi, mentre tenevo in mano una rivoltella, mi cadde ed esplose un colpo che disgraziatamente ferì gravemente il mio compagno Antonio Nigro, che si trovava distante circa un metro. Con noi c’erano anche Francesco Pirillo e il fratello Salvatore, Giuseppe Iuele e Alfredo Magliocco.
– La rivoltella era tua?
– La trovai una ventina di giorni fa in campagna con i miei compagni.
– Non hai detto il motivo per cui tenevi la rivoltella in mano…
– Mi recai con i miei compagni nei pressi di Magli per sparare… il primo colpo lo sparai io, il secondo Salvatore Pirillo ed il terzo Iuele, che mi restituì la rivoltella e mentre la osservavo mi cadde e partì il colpo che ferì Antonio Nigro.
Mente, ma il Maresciallo Vitola non conosce i fatti e prende per buona la dichiarazione, che invia per telegrafo ai colleghi di Pedace, i quali immediatamente gli rispondono di trattenerlo in arresto perché non è stata una disgrazia, ma si tratta di omicidio volontario.
Portato in carcere, De Francesco viene interrogato dal Sostituto Procuratore e ripete la stessa versione, ma fornisce precisazioni utili a dimostrare che il colpo sarebbe partito per disgrazia:
– Salvatore Pirillo mi riconsegnò l’arma che io presi a maneggiare ed osservare, quando mi cadde dalle mani e a causa della caduta esplose un colpo che disgraziatamente andò a colpire il povero Antonio, il quale in quel momento si trovava al di sotto di me. Spiego bene questo punto: in quel momento io ero al di sopra di un muretto e Nigro si trovava sotto il muretto stesso. La rivoltella cadde vicino ai miei piedi e poiché Antonio con la sua persona sovrastava il muretto e mi era dirimpetto, così rimase colpito.
– In quali rapporti eravate tu e Nigro?
– Eravamo stati sempre amici e mai nessun dissapore vi fu tra di noi.
– Ma se, come dici, è stata una disgrazia, perché sei scappato?
– Appena mi accorsi che lo avevo ferito, costernato fuggii via, ma subito dopo mi presentai ai Carabinieri.
Le dichiarazioni di De Francesco, anche se non corrispondenti alla verità dei fatti, meritano un approfondimento per quanto riguarda i ruoli avuti nell’accaduto da ciascuno dei presenti e così, interrogati nuovamente, tutti ammettono che in effetti spararono anche Salvatore Pirillo e Giuseppe Iuele e che era presente anche Francesco Pirillo. E perché non lo hanno nominato?
– Non lo nominammo per le premure del fratello Salvatore, il quale addusse che Francesco avrebbe perduto delle giornate di lavoro, quando non avrebbe potuto che confermare ciò che lui affermava.
Il collegio difensivo scelto da Salvatore De Francesco è composto dall’avvocato Francesco Turco e da due principi del foro cosentini quali Pietro Mancini e Fausto Gullo, i quali redigono una corposa memoria difensiva per smontare la tesi accusatoria di omicidio volontario, sostenendo, tra le altre cose, che la prima e più decisiva prova della inesistenza dell’omicidio volontario è da ricercare nelle circostanze attraverso le quali si svolse il fatto. Non è contestabile, è anzi pienamente dimostrato che il De Francesco, il Nigro e gli altri giovinetti si trovavano insieme in quel malaugurato pomeriggio allo scopo di divertirsi esercitandosi al tiro con una rivoltella. Vari colpi furono esplosi contro alcuni alberi da De Francesco, Pirillo Salvatore e Iuele Giuseppe, mentre il Nigro e gli altri della comitiva stavano a guardia. Queste particolarità di fatto, concordemente riferite da tutti i testimoni, non lasciano alcun dubbio sull’intenzione di divertirsi che aveva riunito i vari giovinetti, né tale intenzione ebbe modo di mutarsi o attenuarsi nell’animo di ciascuno di essi per la inaspettata sopravvenienza di qualche fatto nuovo o di un qualsiasi incidente. Si può magari censurare che dei giovinetti non trovino miglior modo di divertirsi che quello imprudente e pericoloso di far esplodere un’arma, ma tale giusta osservazione non può indurre chicchessia, e tanto meno un giudice, a ricercare nelle circostanze suddette un qualsiasi addentellato per riscontrare in ciò che avvenne in seguito gli estremi di un delitto volontario. L’intenzione scherzosa da cui fu mosso il De Francesco nel pronunziare le parole “Totò mò ti sparo” è indubitabile. Riprovevole quanto si voglia, ma non tale da essere equiparata ad una determinazione delittuosa; equazione che sarebbe un’illogicità prima di essere una potente offesa ai canoni più elementari del delitto punitivo. Per quale ragione De Francesco avrebbe concepito e consumato un delitto così grave? Brutale malvagità o nulla! Nel fatto che ci occupa, nessuna risposta può darsi alla domanda.
Dello stesso avviso è la Procura, che chiede il rinvio a giudizio dell’imputato per rispondere di omicidio colposo.
La Sezione d’Accusa la pensa diversamente e osserva: le risultanze processuali non autorizzano a seguire la requisitoria del Pubblico Ministero. Quando si inizia la valutazione del processo con la premessa che l’imputato abbia voluto fare uno scherzo, si assoggetta il ragionamento ad un comune sofismo in quanto si presuppone come esistente un fatto che dovrebbe essere dimostrato e che nel concreto invece è smentito dal racconto concorde dei testi presenti. Si ha il delitto volontario quando l’agente vuole l’azione e l’effetto lesivo; si ha reato colposo quando si vuole l’azione ma non il danno. Nel caso in esame De Francesco volontariamente estrasse l’arma, volontariamente la puntò al petto del Nigro, volontariamente esplose il colpo, il che implica che egli volle pure le conseguenze necessarie, inevitabili di quell’operato. La volontarietà di questi vari momenti dell’azione è conclamata dalle seguenti circostanze: 1) dalle dichiarazioni dei quattro testi presenti che affermano con voce concorde la volontarietà; 2) dalla stessa parola dell’imputato che credette di non dover celare la sua intenzione dicendo al Nigro “Adesso ti sparo!”; 3) dalla brevissima distanza che intercedeva tra lui e la vittima: due metri e mezzo; 4) dalla parte del corpo presa di mira: il petto; 5) dal contegno tenuto dopo il fatto dal prevenuto il quale, per nulla commosso alla vista del cadavere, non può tollerare le imprecazioni della sorella della vittima ed invece di unirsi a lei nel rimpianto minaccia di sparare anche contro di lei. È vero che non è emersa una causale idonea a determinare nel De Francesco la volontà omicida, ma ciò non significa che non vi sia stato un momento soggettivamente idoneo.
Quindi omicidio volontario.
Ad occuparsi del caso è la Corte d’Assise di Cosenza nell’udienza del 25 novembre 1925. La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, si convince che non si tratta né di omicidio colposo, né di omicidio volontario, ma di omicidio preterintenzionale e, concesse le attenuanti generiche e quelle di legge relative alla minore età dell’imputato, lo condanna ad anni 5 di reclusione, di cui dichiara condonati anni 4, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.[1]
Non risultano ricorsi in appello.
[1] ASCS, Processi Penali.