LA CAPANNELLA

Il 20 maggio 1900 è domenica ma agli animali non interessa perché devono essere portati al pascolo, così Enrico Esposito di 15 anni, e Bernardo Cervo di 8 anni, entrambi abitanti in contrada Vallone di Cervicati, verso le tre di pomeriggio portano le rispettive poche pecore a brucare l’erba nel vallone Valentoni. Mentre gli animali pascolano tranquilli ed i due pastorelli si sono sdraiati tra le ginestre ancora basse, Enrico dice a Bernardo:

Tieni il coltello e vai a far dei rami così ti costruisco una capannella.

Bernardo, entusiasta, corre e torna subito con alcuni rami, impaziente di vedere costruita la capannella, ma Enrico lo afferra e cerca di buttarlo a terra senza riuscirci perché il bambino riesce a divincolarsi e scappare. L’altro però è più grande, più veloce e lo raggiunge in men che non si dica, riuscendo questa volta a buttarlo a terra in mezzo a due piante di ginestra, quindi gli strappa via i calzoni, gli tappa la bocca, lo gira e lo violenta brutalmente.

Quando finisce si stende a terra soddisfatto respirando profondamente, mentre Bernardo, piangendo e lamentandosi per il male subito, riunisce le sue pecore e si avvia verso casa tenendosi i calzoni alzati con una manina e sentendo il sangue scorrergli lungo le coscette.

Lungo la via convicinale che porta a contrada Vallone ci sono Giuseppe Coscarelli e Maria Novello. Vedono il bambino piangere a dirotto e gli chiedono cosa gli sia accaduto, ma Bernardo non risponde e prosegue. Subito dopo sopraggiunge Enrico ed i due gli chiedono perché il bambino stia piangendo. Senza parlare Enrico fa segno con la mano che lo ha picchiato e tira dritto anche lui.

Antonio Cervo, il padre di Bernardo, è davanti casa e sta parlando con Girolamo Terranova quando lo vede tornare piangendo a dirotto con le pecore.

– Che hai? Perché piangi? Sei caduto? – gli chiede, ma Bernardo non gli risponde. Insospettito dal fatto che il figlio si tiene i calzoni con una mano e dal disagio che dimostra nel camminare, lo ferma, gli abbassa i calzoni e rimane a bocca aperta nel vedere il sangue sulle cosce e sulle natiche, fatto che non può che significare una sola cosa. Allora scuote il bambino e urla:

– Chi è stato? Perlamadonna dimmi chi è stato!

A questo punto Bernardo, tra i singhiozzi che gli squassano il petto, racconta ciò che ha dovuto subire ed il padre lo prende in braccio e corre a casa del dottor Aristide Attanasio, che visita Bernardo e rilascia un certificato medico da consegnare al Pretore:

Certifico che Bernardo Cervo di Antonio è affetto da violenza carnale contro natura. Riscontro nel paziente indizio di atti violenti, freschi i segni di uno sforzo rompente l’integrità fisica dell’anello muscolare dell’ano.

Antonio adesso dovrebbe andare a San Marco Argentano dal Pretore e dai Carabinieri, ma pensa che per il momento sia meglio far riposare il bambino, al resto ci penserà domani, lunedì 21 maggio.

Appena il Vice Brigadiere Francesco Terni, comandante ad interim, ascolta il racconto dell’accaduto e legge il certificato del medico, senza perdere tempo va dal Pretore ed insieme concordano il da farsi e la prima cosa è rintracciare il quindicenne Enrico Esposito, poi si procederà ad un’ispezione dei luoghi dove è stato commesso lo stupro per capire se si tratti di un luogo pubblico o esposto al pubblico perché in questi due casi il reato è procedibile d’ufficio.

Enrico Esposito viene rintracciato verso le tre di pomeriggio in contrada Valentoni, praticamente nello stesso posto dove è avvenuta la violenza. Portato in caserma a San Marco e interrogato, racconta:

Nelle ore pomeridiane di ieri, domenica, non nego che in contrada Valentoni di Cervicati abusai contro natura del ragazzo Bernardo Cervo, ma col pieno consenso di costui e senza violenza. Non ricordo altri particolari perché in quel momento mi trovavo in completa ebbrezza pel vino bevuto

Anche se il certificato del dottor Aristide Attanasio è chiarissimo nell’affermare che si è in presenza di “atti violenti”, il Pretore ritiene necessario sottoporre l’imputato a perizia medica per verificare se il suo membro presenti i segni della violenza commessa. A visitarlo è il dottor Raffaele Manfredi, che relaziona:

Non rinvengo traccia alcuna di pregressa contusione o di insulto meccanico qualsiasi che avesse potuto produrre ferita lacero contusa precipuamente sul glande o sul prepuzio. L’assenza completa di lesioni traumatiche su queste regioni non esclude che l’individuo avesse, tempo fa, potuto compiere efficacemente ed in condizioni difficili il coito.

Dalla visita sul luogo della violenza, alla quale partecipa anche l’imputato per indicare il punto esatto, emerge che è una contrada incolta, destinata al pascolo degli animali e popolata di piante di ginestra. Il sito in questione si trova tra due piante di ginestra, esposto alla vista di chi passi sul ciglione di una strada convicinale esistente a due o tre metri al di sopra ed esposto anche alla vista, più o meno interamente, di altri siti dei terreni circostanti.

Violenta congiunzione carnale commessa in luogo esposto al pubblico in agro di Cervicati in persona del fanciullo Cervo Bernardo. È questa l’imputazione esatta.

C’è un’altra cosa da accertare ed è la circostanza se l’imputato, adolescente, era ubriaco nel momento in cui commise il delitto. I due testimoni che lo videro passare subito dopo vengono interrogati e Giuseppe Coscarelli non fa nessuna affermazione in merito, ma dalle sue parole si può capire che non era ubriaco:

Bernardo, piangendo dirottamente, raccolse i suoi pochi animali e prese la volta di casa sua. Gli domandai cosa avesse, ma egli nulla mi disse. Ne domandai l’Esposito e mi fece segno con la mano facendomi comprendere che l’avea percosso

Maria Novello, al contrario, è un po’ più precisa:

Non saprei dire se Esposito fosse ubbriaco, certo è che camminava e pasceva regolarmente gli animali

Ma sorge un problema: Enrico Esposito non esiste all’anagrafe del comune di Cervicati, come mai? L’arcano è presto spiegato: è nato a San Marco Argentano, registrato come Miceli Salvatore di Andrea e di madre ignota, poi dato da crescere ad una famiglia di Cervicati, che prese a chiamarlo Enrico.

Le lesioni fisiche di Bernardo guariscono in una ventina di giorni, quelle interiori sarà difficile dimenticarle.

L’11 ottobre 1900 la Sezione d’accusa accoglie la richiesta della Procura e rinvia l’imputato, adolescente, al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza che discuterà il caso nell’udienza del 22 gennaio 1901.

C’è un reo confesso, c’è la perizia che attesta la violenza, c’è la perizia che attesta come il reato si svolse in luogo esposto al pubblico e quindi c’è poco da discutere.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, ritiene Salvatore Miceli di anni 15 colpevole di violenta congiunzione carnale col fanciullo Bernardo Cervo di 8 anni, derivandone malattia per giorni 18. Inoltre stima giusto concedere all’imputato, adolescente, le attenuanti generiche e lo condanna ad anni 5 di reclusione, dichiarando condonati anni 1 per l’indulto dell’11 novembre 1900, oltre alle pene accessorie.

Il 26 aprile 1901 la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di Salvatore Miceli.[1]

In fondo anche Salvatore è una vittima, vittima dell’ignoranza, vittima della società che non fa distinzione davanti alla Legge tra minorenni incapaci e maggiorenni. Una società che non prevede tribunali ed istituti di pena per minori non è una società civile.

Salvatore sarà sceso sicuramente all’inferno durante gli anni di carcerazione trascorsi in mezzo a delinquenti incalliti.

[1] ASCS, Processi Penali.