Tommaso Perfetti e Domenico Curcio hanno molte cose in comune: sono entrambi affittuari di piccoli appezzamenti di terra agricola in contrada Ortiano di Longobucco, dove vivono con le rispettive e numerose famiglie. Entrambi si industriano nell’allevamento di animali, invadendo i fondi altrui con le loro bestie e qualche volta commettono qualche furtarello campestre pur di provvedere alle necessità delle loro famiglie. Entrambi sono insofferenti e attaccabrighe e ben presto diventano astiosi anche perché le rispettive mogli, mancando del senso della temperanza e della misura, anziché calmarli li aizzano sempre di più e tra le due famiglie non c’è pace per i frequenti litigi. Una volta, per esempio, Tommaso prese a schiaffi un figlio di Domenico che, prima di querelarlo, andò a trovarlo e a sua volta gli mollò uno schiaffo. Un altro esempio è quello di ciò che avvenne durante un ferragosto: la moglie e le figliole di Tommaso scesero in paese e furono ospitate da una sorella di Domenico. Durante la notte sopraggiunse Domenico, che irruppe nella stanza dove dormivano seminude le Perfetti, le investì di male parole e le cacciò via così come si trovavano.
E di incidente in incidente si arriva al 20 novembre 1947 quando, verso mezzogiorno, Domenico Curcio, dopo essersi brevemente trattenuto in casa di Luigi Otranto, cugino di sua moglie, si avvia con lui verso la casa di Tommaso Perfetti per chiedergli quando questi potrà andare a fare le tre giornate di lavoro già concordate. Arrivati davanti casa di Tommaso, Domenico, con la massima calma, lo chiama e gli dice:
– Tumà, Tumasi! – Tommaso esce mantenendosi sulla soglia della porta e Domenico continua – Quando me le vieni a fare le tre giornate?
Tommaso appare turbato, sta qualche secondo in silenzio e poi risponde:
– E tu quando mi dai le settemila lire? – riferendosi al risarcimento per il danno provocatogli dai maiali di Domenico, lasciati pascolare abusivamente in un campo di Tommaso.
Domenico, alquanto adirato per queste parole, lo minaccia:
– Ti darò stette palle!
A questo punto Luigi Otranto, temendo che i due passino dalle parole ai fatti, fa qualche passo e si sistema davanti alla porta di casa di Tommaso, dandogli le spalle e impedendogli, così, di uscire e contemporaneamente impedendo al cugino di avvicinarsi all’avversario. La manovra sembra avere avuto l’effetto sperato perché Domenico si avvia verso casa sua e Tommaso rientra. Ma quando Luigi comincia a seguire il cugino, sicuro che ormai non accadrà niente, e Domenico arriva nei pressi di una ceppaia di quercia distante 7 o 8 metri dalla casa di Tommaso, questi esce di casa armato di fucile e gli spara un colpo che lo centra in pieno.
– Luì, Luigi! Tumasi m’ha ammazzatu! – urla Domenico, prima di stramazzare a terra fulminato.
Luigi non può fare altro che constatare la morte di Domenico e correre dalla moglie per avvertirla della tragedia. Ritornato poco dopo sul posto, Luigi nota che il cadavere di Domenico non è più dove lo aveva lasciato, ma adesso è sullo spiazzo davanti la casa di Tommaso. Siccome è impossibile che un cadavere possa muoversi, la cosa che gli sembra evidente è che Tommaso, magari aiutato dai suoi familiari, lo abbia spostato, ma non riesce a capirne il perché. Poi va in paese dai Carabinieri, che arrivano sul posto per avviare le indagini e arrestare l’omicida, ma non lo trovano perché si è dato alla macchia.
Intanto viene accertata la causa della morte di Domenico Curcio: un pallino di piombo, sparato da più di otto metri, che ha colpito il cuore producendo la lesione dei grossi vasi e quindi la morte istantanea. Questo dà modo ai periti di escludere che, una volta colpito, Curcio avesse potuto percorrere un qualsiasi tratto di strada.
Tommaso Perfetti viene arrestato il 20 marzo 1948, esattamente quattro mesi l’omicidio, e, interrogato, racconta:
– Ammetto di aver esploso un colpo di fucile contro Domenico Curcio, ma l’ho fatto allo scopo di intimidirlo ed indurlo ad allontanarsi e non già per ucciderlo perché, prima di sparare, Curcio mi lanciò un sasso attraverso la finestra, senza colpirmi.
La cosa più facile in questi casi è pensare che chiunque si trovi in casa propria con un’arma da fuoco pronta all’uso e voglia intimidire qualcuno per indurlo ad allontanarsi, spara un colpo in aria, ma Tommaso Perfetti avrà avuto tanta paura di Domenico Curcio da temere un pericolo imminente ed attuale per la propria incolumità personale e quindi, almeno dal suo punto di vista, si è trovato ad agire per legittima difesa. Vedremo come proseguiranno le indagini.
Quando arriva il risultato della perizia balistica fatta eseguire, c’è un particolare che, messo in relazione con il verbale di autopsia e la dichiarazione dell’imputato, potrebbe cambiare l’esito del processo: l’autopsia dice che Curcio fu colpito da un unico pallino da caccia che, penetrato in cavità, perforò il cuore ed i grossi vasi, causando la fatale emorragia seguita dalla morte istantanea. La perizia balistica attesta che quell’unico pallino faceva parte della “zona periferica della rosa”. Perfetti ha sostenuto di aver sparato a scopo intimidatorio e non per uccidere. La domanda che gli inquirenti non si pongono è: come è possibile che un uomo abituato ad andare a caccia, sparando per uccidere un uomo da una distanza di otto o nove metri manchi clamorosamente il bersaglio, centrandolo con un solo pallino facente parte della zona periferica della rosa?
Gli inquirenti, però, si concentrano sull’ammissione di Perfetti che Curcio, quando sparò, si stava allontanando e sulla deposizione di Luigi Otranto, unico testimone oculare, il quale nega categoricamente la circostanza che Curcio lanciò un sasso contro Perfetti. Poi c’è anche lo spostamento del corpo di Curcio dal luogo dove fu colpito a quello dove lo trovarono i Carabinieri ed il Giudice Istruttore ad accusare Perfetti che, probabilmente aiutato dai suoi familiari, lo spostò per precostituirsi un elemento difensivo che rispecchiasse la sua versione dei fatti.
La conseguenza è che Tommaso Perfetti viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Rossano per rispondere di omicidio volontario e di avere spostato artificiosamente, al fine di trarre in inganno l’autorità della Giustizia, il cadavere di Curcio Domenico dal luogo in cui, a causa del colpo di fucile, era caduto.
La causa si discute il 24 ottobre 1950 e la difesa chiede la concessione dell’attenuante dell’eccesso colposo di legittima difesa. La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva che la tesi difensiva è carente di fondamento giuridico perché, nel caso in esame, manca il riferimento essenziale della necessità di difendersi da un pericolo attuale ed ingiusto in quanto, come risulta dalla deposizione di Luigi Otranto, e lo stesso imputato lo ammette, Domenico Curcio, dopo aver pronunziato la frase “ti darò sette palle”, continuò a camminare avviandosi verso casa, dimostrando così di non avere alcuna seria intenzione, almeno in quel momento, di tradurre in atto la minaccia. È chiaro, poi, che in ogni caso il preteso stato di pericolo era cessato perché lo stesso Perfetti è costretto ad ammettere che esplose il colpo di fucile dopo che Curcio si era allontanato sei o sette metri, mentre i periti hanno accertato che il colpo venne esploso da una distanza maggiore degli otto metri.
Escluso l’eccesso colposo di legittima difesa, la Corte affronta il nodo cruciale del processo: Tommaso Perfetti sparò per uccidere o, come sostiene lui, per intimidire Curcio e farlo allontanare?
Il vero è che l’omicidio fu evidentemente preterintenzionale. Le modalità dell’azione e i risultati delle indagini lo dimostrano chiaramente – afferma la Corte smentendo i risultati dell’istruttoria e spiega –. Infatti, di un colpo di fucile da caccia, caricato a pallini minuti, esploso da circa otto metri, un solo pallino ha attinto Curcio. Se Perfetti avesse sparato non per intimidire e costringere l’altro ad allontanarsi, ma per ucciderlo, egli, uomo di montagna, uomo di bosco, abituato a maneggiare il fucile, alla distanza di otto o dieci metri avrebbe crivellato di pallini il bersaglio preso di mira. Invece è un solo pallino, talmente piccolo da rendere quasi invisibile il forellino d’entrata sulla giacca di Curcio; un solo pallino facente parte della zona periferica della rosa, come attestato dai periti. Dunque, la rosa era diretta altrove; dunque non volontà di uccidere e Perfetti, non dirigendo il colpo su Curcio, non poté volerne la morte. In lui, certo, si rappresentò l’idea di ferirlo ma non di ucciderlo.
Chiaro, ma il reato deve essere aggravato per l’arma.
Così, derubricato il reato da omicidio volontario ad omicidio preterintenzionale aggravato e tenuto conto dell’insieme delle combinazioni del fatto compiuto e di quelle personali del colpevole Tommaso Perfetti, ritiene la Corte, conforme a giustizia, concedergli le attenuanti generiche.
Ora bisogna esaminare il reato minore, lo spostamento artificioso del cadavere. La Corte osserva: vero è che soltanto Perfetti poteva avere interesse a trasportare il cadavere dal luogo in cui venne colpito e cadde a terra in quello in cui venne ritrovato dall’autorità giudiziaria, ma è del tutto incerto e vacillante che egli vi abbia preso parte, dato anche il contenuto lineare del suo interrogatorio. In omaggio, quindi, al principio universale “in dubio pro reo”, la Corte stima giusto mandarlo assolto da tale reato per insufficienza di prove.
Non resta che quantificare la pena da irrogare per l’omicidio preterintenzionale aggravato: avuto riguardo alle modalità del fatto e alle cause che lo determinarono, è da infliggere a Perfetti Tommaso, con le attenuanti generiche, la pena di anni 11 e mesi 4 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie. Nulla ostando i precedenti penali del colpevole, debbono essere condonati anni 3 di reclusione in virtù del D.P. 23 dicembre 1949, n. 930.[1]
[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Rossano.