‘A PIRUCCA

È l’11 agosto 1946. Dietro le montagne l’alone rosso violaceo indica che il buio è ormai prossimo e Domenico Altimari deve ancora percorrere un buon tratto di strada per arrivare a casa in località Pantanelle del comune di San Giorgio Albanese quando, giunto nei pressi della masseria nella quale abita il ventiduenne Gennaro Zanfini, incontra quest’ultimo che, in tono scherzoso, gli dice:

– Stai tornando a casa? In quale cantina ha pigliatu ‘a pirucca? – intendendo che gli sembra alquanto ubriaco.

Altimari, seccato da tali domande e più ancora per essere stato ritenuto ubriaco, risponde:

– Fatti i cazzi tuoi e non ti avvicinare a me!

Zanfini, invece, fa qualche passo in avanti e Altimari, infuriato, toglie di tasca un coltello e gli si scaglia addosso. Zanfini, che non immaginava una reazione così spropositata per una battuta, cerca scampo nella fuga, ma viene rincorso e raggiunto da Altimari che gli vibra una coltellata.

Mamma mia, aiuto che mi stanno ammazzando! – urla Zanfini, che viene udito dal sedicenne Francesco Feraco, il quale lascia ciò che sta facendo nella masseria Capalbo, afferra un bastone, corre sullo stradale donde tali grida provengono e vede Altimari colpire Zanfini che si dibatte e invoca aiuto. Non c’è tempo da perdere, l’adolescente si lancia su Altimari e gli dà una bastonata sulla fronte, riuscendo, almeno momentaneamente, a farlo desistere dall’infierire contro il malcapitato Zanfini, ma ciò gli costa una coltellata al polso destro, per fortuna superficiale, e, impaurito, scappa.

Questi pochi secondi hanno dato modo a Zanfini di tentare la fuga, ma Altimari lo raggiunge di nuovo sotto la strada e lo colpisce ancora, mentre il ferito gli chiede pietà. Sul posto arrivano anche i fratelli Michele e Angelo Capalbo ed a questo punto Altimari scappa, proprio quando è ormai buio.

Zanfini viene soccorso e portato prima a San Giorgio e poi all’ospedale di Corigliano, dove si tenta un intervento chirurgico per porre rimedio ai gravissimi esiti delle coltellate, che hanno colpito l’ipocondrio destro con fuoriuscita di omento (l’omento è il rivestimento adiposo che copre gli organi addominali con la funzione di proteggerli. Nda) e due lesioni al quarto e sesto spazio intercostale sinistro, entrambe penetranti in cavità. Durante l’intervento i chirurghi trovano perforati il margine inferiore del polmone sinistro e la faccia inferiore del fegato e dichiarano il paziente in imminente pericolo di vita. La ferita riportata da Francesco Feraco invece guarirà in una decina di giorni.

Ma che fine ha fatto Domenico Altimari? Per prima cosa è andato a casa di Antonio Fusaro, non distante dal luogo dell’aggressione, e ha parlato prima con la moglie e col cognato,

Sono stato aggredito da quattro individui che mi hanno colpito alle spalle e alla testa, onde mi sono visto costretto, per difendermi, ad estrarre il coltello roteandolo, colpendo in tal modo sia Gennaro Zanfini che Francesco Feraco… – quindi consegna loro un bastone dicendo di essere riuscito a strapparlo dalle mani di uno degli aggressori.

Poi se ne va, ma verso l’alba del 12 agosto torna a casa di Fusaro perché deve aver saputo che è stato lui ad accompagnare Zanfini prima a San Giorgio e poi in ospedale e gli fa lo stesso racconto, gli chiede come sta il ferito, ma gli chiede anche chi sia, affermando di non aver potuto, al momento del fatto, conoscere chi tale persona fosse. Gli dice anche di essere stato colpito al sopracciglio sinistro da una bastonata e fa constatare a Fusaro e alla moglie la lividura.

Le visite di Altimari non finiscono qui, infatti poco dopo va alla masseria in contrada Aquila, non lontana da Pantanelle, a casa di Damiano Durante e, invocando il suo aiuto, gli dice:

Durante, tu mi devi salvare! Devi deporre che sono stato assalito da quattro persone, tanto da essere costretto, per difendermi, a fare uso del coltello.

Io posso solo deporre che qualche minuto prima del ferimento di Zanfini ti ho lasciato sullo stradale per avviarmi verso casa attraverso un sentiero sulla collina ed avere, poco dopo, sentito provenire da una distanza di circa centocinquanta metri le grida “Aiuto, aiuto, mi hanno ucciso!”. Quindi non posso aiutarti perché non ho notato anima viva in agguato e neanche successivamente ho avvertito mormorio o qualche altro rumore da cui si potesse supporre che sullo stradale vi fosse gente! – gli risponde e Altimari se ne va con la coda tra le gambe.

Intanto dall’ospedale arrivano brutte notizie: il 15 agosto Gennaro Zanfini muore e la successiva autopsia accerta che la causa della morte è da attribuirsi a shock e ad insufficienza cardiaca conseguenti alle ferite riportate.

Quando Altimari viene arrestato racconta la sua versione dei fatti:

Non disconosco di avere, nella sera dell’11 agosto, colpito a coltellate tanto Zanfini, di cui provocai la morte, quanto Feraco, ma devo raccontare ciò che è accaduto fin dal 1944, quando Cosmo Zanfini, il padre di Gennaro, ed un fratello di lui, Enrico, ebbero una lite con me, che riportai una lesione da coltello, ma questo fatto ebbe soluzione pacifica con perdonanza fra le parti e la pace fu, anzi, rafforzata da un vincolo di parentela spirituale per essere stata una figlia di Cosmo la madrina di una mia figliuoletta. Un significativo episodio, però, si verificò la sera antecedente al fatto. Mentre conducevo il mio traìno accodato ad altri tre veicoli lungo la strada antistante la masseria dei Capalbo, notai che il quindicenne Michele Capalbo cercava di arrampicarsi sul mio traìno e, non gradendo siffatta intenzione, gli intimai di scendere, ma poiché egli insisteva nel suo tentativo, scesi dal carro, lo percossi con schiaffi e il ragazzo fuggì verso la masseria, ove oltre ai familiari trovavasi, quale garzone per la custodia dei bovini, anche Francesco Feraco ed iniziò un lancio di sassi contro di me. Nuovamente adirato fermai il traìno e mi detti a correre verso la masseria nell’intento di afferrare Michele Capalbo e picchiarlo, ma lui, notato il pericolo, fu lesto a rinchiudersi nella casa colonica e questo mi irritò maggiormente, tanto che credetti di sfogare il mio risentimento in danno di Francesco Feraco, in cui mi imbattei nei pressi della masseria, colpendolo con un bastone. Allora reagirono, intervenendo, Angelo Scura, uno dei trainieri che mi erano davanti, cercando di calmarmi, nonché Gennaro Zanfini che mi rimproverò facendomi notare che non era stato Feraco a tirarmi i sassi. Dopo questi interventi la scena non ebbe seguito, salvo che nella sera del giorno successivo quando io. essendo in stato di semi ubriachezza, ebbi a fare quistioni con Francesco Capalbo, padre di Michele, avendolo incontrato sulla piazza di San Giorgio ed avendogli narrato quanto il suo figliuolo aveva fatto la sera prima. Da questi precedenti è facile arguire che sia Michele Capalbo, sia Francesco Feraco, nutrendo spirito di vendetta per gli schiaffi e la bastonata che avevano ricevuti, avessero divisato di aggredirmi col concorso di Angelo Capalbo, fratello di Michele, e dello stesso Zanfini. Infatti, la sera dell’11 agosto si appostarono nei pressi della masseria per attendermi quando avrei dovuto passare da lì per fare ritorno a casa e mi assalirono tutti e quattro e con bastoni mi colpirono alle spalle ed alla testa. Io mi vidi costretto, per difendermi, ad estrarre il coltello, roteandolo velocemente e colpendo in tal modo sia Zanfini, sia Feraco

Esattamente ciò che aveva raccontato in casa Fusaro.

Le indagini portano a confermare che i fatti narrati da Altimari, relativi alla giornata del 10 agosto, accaddero realmente ma, ascoltati molti testimoni secondo i quali le questioni sorte il 10 agosto si esaurirono subito senza lasciare alcun rancore, ma è soprattutto la deposizione di Damiano Durante, che porta a pensare che quei fatti poco, se non niente, abbiano a che fare con ciò che accadde la sera dell’11, che resta senza una spiegazione. La conseguenza è che, il 19 settembre 1947, Domenico Altimari viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Rossano per rispondere di omicidio volontario aggravato dai futili motivi e lesioni aggravate per l’arma.

La causa si discute il 9 febbraio 1948 e c’è subito un problema: chiamato a deporre, il diciottenne Angelo Capalbo si dimostra come animato dal desiderio di non rendere una chiara e franca deposizione, sfuggendo alle domande rivoltegli, affermando di non ricordare, di essere analfabeta e giungendo sino a negare di avere apposto la propria firma alla deposizione resa durante l’istruttoria. In specie, il Capalbo cerca di sfuggire sul punto, già affermato in istruttoria, cioè essere l’imputato Altimari dedito al vino, ubriacone ed attaccabrighe. Il Presidente della Corte trasmette gli atti alla Procura per i provvedimenti del caso, ma dopo qualche ora di riflessione, chiuso nella stanza dei testimoni reticenti, Angelo ci ripensa e conferma ciò che aveva dichiarato e firmato.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva che l’imputato, che è di carattere collerico e violento, ad attenuare la crudezza dei fatti ed anzi a giustificare la propria azione, che dimostrasi da uomo scaltro, ha tentato di dare una versione a suo vantaggio affermando che sia il Capalbo Michele che il Feraco Francesco, nutrendo spirito di vendetta per l’episodio del giorno 10 agosto 1946, avessero divisato di aggredirlo col concorso anche di Zanfini Gennaro e che esso imputato, aggredito e colpito nella sera dell’11 agosto, fu costretto, per difendersi, ad estrarre il coltello roteandolo e colpendo, così, lo Zanfini e il Feraco. Poi cercò aiuto a Durante Damiano proponendogli di fornire una falsa testimonianza a suo favore, ma il Durante si rifiutò di aderire alla richiesta fattagli. Ne discende che il prevenuto ha tentato di imbastire a propria difesa una successione di fatti inesistente, astutamente giovandosi nella orditura difensiva di riallacciare circostanze fra loro staccate e che non ebbero, in realtà, che una portata che si è esaurita volta a volta che i fatti medesimi si ebbero a verificare, senza quel nesso che l’imputato ripone e senza che, soprattutto, l’ultima serie dei fatti ponesse in essere il preteso agguato. Ed invero gli episodi avvenuti nella serata del 10 agosto sono episodi effettivamente verificatisi, ma essi non lasciarono alcun rancore in coloro che agli episodi parteciparono, ad eccezione di Altimari, che nella serata successiva venne a questione con Capalbo Francesco per quanto il giorno prima gli era capitato. Rancore che poco dopo, sulla strada che passa innanzi alla masseria Capalbo, nuovamente esplode e si abbatte sullo Zanfini, il quale incautamente, quanto ingenuamente, vedendolo passare e sembrandogli essere alticcio, a tale situazione anormale dell’Altimari si riferisce rivolgendogli la parola. Vero è che sul luogo del ferimento, e quando ancora lo Zanfini non aveva ricevuto la seconda e terza coltellata, sopraggiunge il Feraco Francesco armato di bastone e colpisce con una bastonata alla testa Altimari. Vero pure che sul luogo medesimo si dirigono i due fratelli Michele ed Angelo Capalbo, delle quali persone il Feraco ed il Michele Capalbo avevano partecipato, unitamente allo stesso Zanfini, alla scena svoltasi la sera precedente, ma siffatto intervento fu diretto ad altra finalità, diversa da quella pretesa dall’imputato, essendosi avuto solamente per portare soccorso all’infelice Zanfini. Né la parziale reticenza nelle deposizioni di Feraco e dei fratelli Capalbo può avere valore risolutivo a favore delle affermazioni dell’imputato, pensando, invece, la Corte che questo contegno tanto della parte offesa Feraco, quanto dei testi Capalbo, sia dovuto al terrore che ad essi incute il prevenuto, che è persona risultata notoriamente violenta, aggressiva, pericolosa, anche se siffatte manifestazioni avvengono quando esso si trova in preda agli effetti dell’alcol o del vino ingerito. La Corte non ritiene, pertanto, di potere prestare fede alle asserzioni dell’imputato in merito al preteso agguato e ne consegue che l’uccisione dello Zanfini fu voluta dall’Altimari senza una causale adeguata che valga, in qualche modo, a spiegare l’azione delittuosa di lui. Anzi, deve riconoscersi che nella specie l’azione dell’Altimari fu determinata da motivo futile quale è quello, accertato secondo la narrazione fattane dalla vittima in un istante in cui non è a credere potesse egli mentire, siccome prossimo a morire, cioè di avergli rivolta scherzosamente la frase “hai preso la pirucca, vero?”. Pertanto deve essere affermata la penale responsabilità di Altimari Domenico in ordine ai reati addebitatigli di omicidio aggravato e lesioni aggravate per l’arma.

Grossi guai in vista per Domenico Altimari.

La Corte può passare a quantificare la pena da irrogare ed esordisce così: stimasi concedere al giudicabile le attenuanti generiche attesi i suoi buoni precedenti penali. Quanto alla pena, stimasi fissarla in anni 20 di reclusione per l’omicidio e mesi 4 per la lesione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.

Angelo Capalbo viene processato per direttissima al termine del processo a carico di Domenico Altimari e la Corte, considerato che il fresco imputato ha reso la sua deposizione conforme alle dichiarazioni manifestate durante l’istruttoria, dichiara non doversi procedere perché non punibile a seguito di avvenuta, tempestiva ritrattazione.

La Corte d’Appello di Catanzaro, il 16 giugno 1950, dichiara condonati a Domenico Altimari anni 3 di reclusione.

La Corte d’Appello di Catanzaro, il 10 marzo 1954, dichiara condonati a Domenico Altimari anni 3 della pena inflittagli per l’omicidio e dichiara estina quella di mesi 4 per le lesioni, giusto il D.P. 19 dicembre 1953, n. 922.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Rossano.