UN FORTE RANCORE

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La sera del 26 luglio 1899 la ventisettenne Guardia Daziaria Luigi Matera è di servizio nel gabbiotto del dazio della Riforma a Cosenza. Fa caldo, Matera esce sulla strada a prendere un po’ d’aria e scambiare qualche parola col cantiniere Giuseppe Gaudio, uscito anche lui dal locale con la cognata e con Giuseppe Bellini. Vedono il pregiudicato ventiquattrenne Gabriele Matragrano, di mestiere cretaio, che sta uscendo con la moglie dalla casa paterna di rimpetto al gabbiotto, e Gaudio facendo un cenno con la testa verso Matragrano, sussurra a Matera:

– Me para ‘mbriacu… guàrdate…

Poi sentono che Matragrano dice al padre, che nel frattempo è uscito di casa:

– Vaju ara Riforma – e si incammina da solo.

– Chi ci va fa? Vati ari Rivucati! – lo esorta il padre, ma Gabriele non lo ascolta e, quando è a circa dieci passi da Matera, sente la moglie urlare:

– Guai a me!

Matera si gira di scatto e contemporaneamente vede Matragrano con una rivoltella in mano puntata contro di lui e fare fuoco quattro volte senza per fortuna colpirlo.

Matera scappa verso la caserma dei Carabinieri di Piazza del Carmine, inseguito dall’assalitore che ben presto desiste, ma da dietro una pianta della strada Viarocciolo sbuca Giuseppe Matragrano, il fratello di Gabriele, che gli si fa innanzi e gli scaglia dei sassi dicendogli:

– Sì ‘nu puarcu fricatu!

Mentre scappa, Matera sente una quinta detonazione, ma non va subito dai Carabinieri, va invece nella sede delle Guardie daziarie dove redige un breve rapporto sull’accaduto, poi si presenta al Maresciallo Sante Arsego e gli racconta tutto.

Sono ormai le dieci di sera quando il Maresciallo arriva sul posto con i suoi uomini e interroga alcuni testimoni oculari, ricevendo la conferma di come si sono svolti i fatti, ma le ricerche per rintracciare Gabriele Matragrano, che vanno avanti per tutta la notte, non danno esito perché l’uomo è sparito dalla circolazione con il fratello Giuseppe. Intanto i Carabinieri scoprono quella che si ritiene essere stata la causa dell’aggressione: rancori di gelosia della propria sorella. Un motivo ancora troppo vago, ma ci sarà modo di approfondirlo, se risulterà vero.

La mattina del 27 luglio Matera sporge formale querela davanti al Pretore e precisa:

– Non posso assicurare se Giuseppe Matragrano fosse in agguato o se avuto sentore della quistione col fratello andasse di me in cerca.

A questo punto il Pretore Enrico Granata gli chiede se è vero o meno che Matragrano gli ha sparato per gelosia della sorella e, se sì, di narrargli i fatti:

– I fratelli Matragrano nutrono con me forte rancore perché ritengono che io sia stato il seduttore della loro sorella Rosina, che ha partorito cinque o sei mesi dietro, mentre ciò non è vero…

C’è qualcuno del quartiere che sa se Matera ha davvero sedotto Rosina Matragrano? Il primo a cui viene chiesto è il cantiniere Giuseppe Gaudio:

– Per detto del pubblico e della stessa Rosina, so che Luigi Matera aveva avuto relazioni illecite con la ragazza e pertanto i fratelli di lei nutrivano forte rancore contro Matera.

– Nel pubblico si dice che i fratelli Matragrano nutrivano forti rancori contro Matera perché ritenevano che fosse stata la causa della gravidanza di una loro sorella nubile – conferma Giovanni Polimeni.

– Gabriele Matragrano nutre forti rancori contro Luigi Matera perché lo ritiene seduttore della sorella Rosina, la quale si è sgravata quattro o cinque mesi dietro – dice Maria Gaudio.

Nessuno che dica di sapere con certezza, ma solo di conoscere “per detto del pubblico”. Si potrebbe chiedere anche a Rosina, ma gli inquirenti evidentemente non lo ritengono necessario.

Siamo ormai arrivati alla metà del mese di settembre 1899 quando i fratelli Matragrano si costituiscono e vengono interrogati.

  • La sera del ventisei o ventisette luglio, salvo errore, verso le nove uscii di casa in compagnia della mia futura sposa per farmi una passeggiata lungo la Via Riforma – racconta Gabriele –. Passando dalla casa dei miei genitori, posta vicino all’ufficio daziario, vidi passeggiare sotto le finestre la guardia Luigi Matera, che ha gittato il disonore nella mia famiglia seducendo, un anno addietro circa, una mia sorella. Siccome Matera zufolava e guardava fissamente alla finestra di casa mia come colui che aspetta che qualcuno si affacciasse, concepii l’idea che egli chiamasse mia sorella e, giustamente sdegnato anche ricordando l’onta patita dalla mia famiglia, redarguii Matera, il quale invece di chiedermi scusa, con fare da spavaldo, mi rispose “che cazzo vuoi?” e fece atto di voler estrarre un’arma. Io allora mi distaccai dalla mia futura sposa facendo una ventina di passi da dove si trovava Matera e nel contempo tolsi di tasca una rivoltella lunga sette centimetri. Nel voltarmi vidi Matera con in mano una rivoltella in atto di volermi sparare e allora senza aspettare altro, per impaurirlo esplosi alla sua direzione un colpo, riuscendo così a metterlo in fuga. Però Matera, fuggendo, si voltò due volte indietro sparandomi contro due colpi che andarono a vuoto. Per farlo smettere, sempre per arrecargli timore, gli tirai a considerevole distanza un secondo colpo, dandomi subito alla fuga per non essere arrestato…

– A noi risulta che gli sparasti quattro colpi ed un quinto contro la casa di Antonio Muto, dove credevi si fosse nascosto Matera…

– Non è vero!

– Hai testimoni che possono confermare la tua versione?

– Sì, Pasquale Perri, Salvatore Chiavelli, Giovanni Mazzei, Francesco Macrì e Agostina Gullo.

– Non è vero che io la sera in cui mio fratello Gabriele venne a briga con la guardia daziaria Matera mi fossi trovato presente al fatto – si difende Giuseppe Matragrano –. Io intesi i colpi mentre mi trovavo nel Viarocciolo, parallelo a Via Rivocati per soddisfare ad un bisogno corporale e siccome capii che qualche scena di sangue doveva succedere, mi diressi in Via Rivocati, dove è sita la mia abitazione. Non avevo fatto che pochi passi quando vidi venire alla mia volta, fuggendo, una guardia daziaria che teneva in mano una rivoltella di grosso calibro e che conobbi per Matera, il seduttore di mia sorella. Subito andai all’idea che costui aveva esploso i colpi contro qualcuno della mia famiglia, che nutriva giusto rancore contro di lui, ed avendo paura che egli finisse di sfogare la sua ira contro di me, mi misi anche io a fuggire dirigendomi verso casa, dove appresi da mio padre che erano venuti a briga mio fratello Gabriele e Matera, scambiandosi due colpi di rivoltella ciascuno. Quindi non è vero che io scagliai delle pietre contro Matera che, armato com’era, poteva farmi gran male e se mi resi latitante fu perché mi si disse che i Carabinieri erano sulle mie tracce per arrestarmi…

I cinque testimoni citati da Gabriele Matragrano vengono convocati dal Magistrato e interrogati. Il primo a rispondere è il diciannovenne Giovanni Mazzei, lavorante al pastificio di Palermo, che racconta:

  • La sera del 26 luglio io e Pasquale Perri camminavamo per la Via Riforma e notammo Gabriele Matragrano con la moglie passeggiare per la stessa via, mentre là vicino la guardia daziaria Luigi Matera faceva il vai e vieni fischiando sotto la finestra della casa abitata dalla famiglia Matragrano e volgendo lo sguardo, non so per quale ragione, verso le finestre di quella casa. Quando Matragrano e Matera furono dappresso, forse per vecchi rancori, il primo disse parole di rimprovero al secondo, il quale per tutta risposta disse a Matragrano “che cazzo vuoi?” ed in ciò dire, retrocedendo si distaccò dall’altro per una ventina di passi mentre si adoperava ad estrarre qualche arma. A questo punto Matragrano, senza affatto muoversi dal posto in cui si trovava, sollecitamente estrasse una rivoltella e ne esplose un colpo contro l’avversario che gli veniva di rimpetto e che, già estratta anche egli la rivoltella, a sua volta sparò due colpi a Matragrano, colpi che come il primo fortunatamente andarono a vuoto. A questi due ultimi colpi ne seguì un altro sparato da Matragrano, senza colpire il segno. Dopo di ciò, temendo che la briga continuasse, mi allontanai per non essere colpito per sbaglio e non so cosa accadde dopo.

Il diciassettenne sarto Pasquale Perri, che passeggiava con Giovanni Mazzei, sembra aver assistito ad una scena leggermente diversa da quella raccontata dal suo amico:

– Camminando con Giovanni Mazzei verso l’estremità della Via Riforma, che immette alla vicina campagna, notai Gabriele Matragrano fermo dinanzi la cantina sottostante alla casa abitata dai suoi parenti che discorreva con il cantiniere e con gli altri avventori, che non conosco, mentre Luigi Matera stava anche là, sotto le finestre della suddetta casa a fischiare volgendo lo sguardo in alto. Matragrano, accortosi della presenza di Matera, si distaccò dalla moglie per andare incontro a Matera e lo redarguì con le parole “ma mi fai ancora le corna davanti?” e altre parole che non distinsi bene. La guardia, per tutta risposta, disse “che cazzo vuoi?” e, retrocedendo, si allontanava accingendosi ad estrarre qualche arma, ma Matragrano lo mise in fuga perché fu sollecito ad estrarre una rivoltella ed a sparare un colpo, che andò a vuoto, al fuggente avversario. Matera, proseguendo la sua fuga in direzione dell’interno della città, sparò due colpi, come meglio poté portando il braccio indietro, verso Matragrano, che anche lui sparò un ultimo colpo. Matera continuò la sua fuga e Matragrano si allontanò dalla parte opposta.

Secondo il diciassettenne calzolaio Salvatore Schiavello i fatti si svolsero così:

– Trovandomi a camminare lungo Via Riforma vidi Gabriele Matragrano proveniente dalla via che conduce a Cerisano in compagnia non so se di sua moglie o della sua innamorata, mentre Luigi Matera passeggiava sotto le finestre della casa abitata dai parenti di Matragrano. Quando quest’ultimo fu dappresso a Matera si mise a redarguirlo, non so per quale ragione, al che Matera gli disse “che cazzo vuoi?”. Fu allora che Matragrano, estratta la rivoltella, esplose un colpo andato a vuoto contro il suo avversario che, retrocedendo di una ventina di metri, esplose due colpi di rivoltella, anche andati a vuoto. Dopo di ciò non vidi quel che ne sia avvenuto, né intesi altri colpi perché io, del tutto impaurito, fui sollecito ad allontanarmi in compagnia di Francesco Macrì e non parlammo affatto dell’avvenimento, né tanto meno facemmo commenti sulla possibile causale del fatto.

– Non è possibile, devi dire la verità! – urla il Pretore picchiando un pugno sulla scrivania.

– Quella che ho detto è la pura verità – gli risponde Schiavello.

Il testimone successivo è Francesco Macrì:

– Passeggiavo alla Riforma con Salvatore Schiavelli e notai che la guardia daziaria Luigi Matera invece di fare il suo servizio vicino al posto del dazio, se ne stava a passeggiare sotto la casa della famiglia Matragrano e fischiava in modo che io capii chiamasse in quella guisa una sorella di Gabriele Matragrano, con la quale ha avuto rapporti illeciti. Intanto si trovò a passare Gabriele Matragrano con la moglie, che evidentemente non provenivano dalla casa ove la giovane sta con gli altri parenti. Matragrano si accorse di quei fischi e redarguì la guardia rimproverandogli che malgrado quanto di male aveva praticato disonorando la sorella, persisteva a dare loro molestie. Matera rispose “che cazzo vuoi” e l’altro, cavata la rivoltella mentre l’avversario si era alquanto staccato, alla distanza di una ventina di passi gli esplose contro un colpo di rivoltella, che andò a vuoto, come andarono a vuoto altri due che Matera fece partire a sua volta in direzione di Matragrano, il quale esplose un ultimo colpo, fortunatamente anch’esso andato in fallo. Dopo di ciò si posero in fuga per diversa direzione. Non so altro…

– Sei sicuro che questa è la verità? Dai, dimmi come sono davvero andati i fatti!

– Quanto ho detto è la pura verità!

Agostina Gullo racconta:

– Stando affacciata ad una finestra di casa mia che è su via Rivocati, intesi quattro detonazioni che si seguirono senza alcun intervallo. A me i due primi colpi sembrarono meno fragorosi dei due ultimi… i primi due fecero ti tì e gli altri due tà tà…

A parte le evidenti contraddizioni nelle versioni dei testimoni a discarico, ci sono un paio di circostanze comuni che vengono messe bene in evidenza: Matera guardava verso le finestre di casa Matragrano e fischiava come per richiamare l’attenzione di Rosina e questo significherebbe che Gabriele Matragrano, già disonorato dalla presunta relazione illecita tra Matera e la sorella Rosina, si è sentito ancora di più offeso e, in stato d’ira per il fatto ingiusto, ha reagito sparando; i colpi di rivoltella non furono esplosi  solo da Gabriele Matragrano ma anche da Matera.

A questo punto sorge un dubbio che rischia di paralizzare l’istruttoria: chi mente? I testimoni a carico o quelli a discarico? Per cercare di capire qualcosa in più gli inquirenti chiedono all’Ufficio di Pubblica Sicurezza di assumere informazioni sui quattro giovanotti citati dalla difesa:

Gl’individui Macrì Francesco, Perri Pasquale, Schiavelli Salvatore e Mazzei Giovanni, che trovasi detenuto sotto l’imputazione di minacce con arma ed associazione per delinquere, sono di pessima condotta morale. Godono cattiva fama presso il pubblico, sono amici di Matragrano Gabriele, di cui hanno sempre frequentato la compagnia, e perciò capaci tutti di deporre il falso in procedimento penale allo scopo di favorire costui.

La Pubblica Sicurezza ha ragione, i quattro sono tutti pessimi elementi già associati alla malavita cittadina e negli anni successivi saranno pesantemente coinvolti in processi per reati che vanno dal furto alle minacce, dallo sfruttamento della prostituzione a reati di sangue, per finire con la condanna nel primo maxi processo alla mala cittadina con 103 indagati, 89 rinvii a giudizio e 74 condanne, tenutosi nei primi giorni del 1903. Ma la loro cattiva condotta non vuole certamente dire che hanno mentito, ci vuole altro per dimostrarlo e così prima vengono riascoltati tutti gli altri testimoni per avere la conferma di quanto hanno già deposto e poi i quattro vengono sottoposti ad una dozzina di confronti con i testimoni a carico.

Probabilmente qualche dubbio resta e così viene indagato anche Luigi Matera, che ha moglie e due figli, con l’accusa di tentato omicidio, lo stesso reato addebitato in concorso ai fratelli Matragrano.

Quando la Procura ritiene di avere a disposizione tutti gli elementi per chiudere l’istruttoria, chiede il proscioglimento di Luigi Matera per insufficienza di prove. Per i fratelli Matragrano il discorso è diverso e il 18 giugno 1900 la Sezione d’Accusa li rinvia alla Corte d’Assise di Cosenza per rispondere: Gabriele Matragrano di tentato omicidio e porto d’arma abusivo; Giuseppe Matragrano di minaccia di grave ed ingiusto danno.

La causa si discute il 5 marzo 1901 e c’è subito un colpo di scena: Salvatore Schiavelli ritratta la sua dichiarazione resa in istruttoria e adesso afferma che i fatti si svolsero come raccontati da Matera e dagli altri testimoni a carico. Questo però è un problema perché adesso Schiavelli è in contraddizione con gli altri testi a discarico, che vengono richiamati e concordemente danno del bugiardo al loro ex amico affermando che non era presente al fatto e quindi loro non lo videro. A questo punto Giovanni Mazzei, che aveva affermato di essere in compagnia di Schiavelli, deve chiarire la sua posizione e pensa di cavarsela con pochissime parole:

– La verità l’ho detta…

Sbagliato! Richiamati i testimoni oculari, questi affermano di non aver visto sul posto né Mazzei e né Schiavelli, i quali vengono immediatamente arrestati in aula per falsa testimonianza e la seduta viene sospesa e rinviata al giorno dopo.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, emette la sentenza: escluso il tentato omicidio, Gabriele Matragrano viene ritenuto responsabile del reato di minaccia di grave e ingiusto danno e condannato a mesi 6 di reclusione, pena interamente condonata per effetto del R.D. di indulto dell’11 novembre 1900. Giuseppe Matragrano viene assolto per non aver commesso il fatto.[1]

[1]ASCS, Processi Penali.