L’UOMO DAL VISO BUTTERATO

Francesco, che di cognome fa Scordino, vive a Paola e ha ventitré anni, ma solo anagraficamente perché lo sviluppo della sua mente si è fermato all’età di cinque o sei anni. E della sua età mentale ha l’innocenza ed il candore ed in molti se ne approfittano e lo prendono in giro, sia per questo e sia – forse soprattutto – per il suo aspetto fisico. Ma Francesco non se ne cura e gira da solo in lungo e in largo per la cittadina.

Verso le undici di sera del 29 maggio 1915 Francesco sta tornando a casa dopo aver fatto una passeggiata alla marina. Arrivato davanti al casotto in muratura di fianco al palazzo del signor Cesare Pizzini, dove l’addetto del Comune conserva gli attrezzi per tenere pulito il giardino comunale, un uomo l’afferra con forza da sotto le ascelle e lo trascina nel casotto. Francesco urla, ma pare che nessuno senta le sue richieste di aiuto, nemmeno la Guardia Daziaria di servizio nel casotto di legno poco distante. L’uomo, con estrema violenza, lo sopraffà e con la stessa estrema violenza lo sodomizza.

Francesco piange, dopotutto è un bambino, guarda il viso deturpato del suo aggressore, in questo momento fiocamente illuminato da un pezzo di carta a cui l’uomo ha dato fuoco, e gli dice:

– Ti ho conosciuto, ti chiami Peppino…

L’uomo non ci bada, chi crederà a quello scemo? In ogni caso è meglio non rischiare e gli passa un dito sulla gola e facendogli il gesto di stare zitto. Poi si ricompone e sparisce nella notte. Anche Francesco si ricompone alla meglio, ma non può impedire che il sangue gli coli giù dalle gambe imbrattandogli i calzoni mentre cammina a fatica per il dolore.

Arrivato a casa, la madre, la quarantenne Maria Giuseppa Lannia, si accorge che soffre terribilmente e gli chiede che cosa gli sia successo, ma Francesco non parla. La madre insiste e quando nota i calzoni imbrattati di sangue, Francesco finalmente cede e le racconta tutto mentre lo medica alla meglio:

È statu Peppinu ‘a guardia

– Ma sei sicuro?

– Sì.

– Sicuro sicuro?

– Sì.

Non c’è niente che possa smuoverlo, è stato Peppinu ‘a guardia, al secolo Giuseppe Carnevale, 26 anni, ex Guardia Daziaria perché licenziato il 28 luglio 1914, attualmente disoccupato, con il viso butterato dagli esiti del vaiolo.

La mattina seguente la madre va alla Sottoprefettura per denunciare il fatto e le dicono di tornare con un certificato medico che attesti la violenza. Allora porta Francesco dal medico, che gli riscontra lo sfintere esterno dell’ano lacerato e sanguinante, ma non torna alla Sottoprefettura e solo la mattina seguente, 31 maggio, si presenta dal Pretore per sporgere denuncia contro Giuseppe Carnevale. Subito la notizia si sparge nella cittadina, con capannelli di gente che commenta il fatto. Passando davanti ad uno di questi, Giuseppe Carnevale viene fermato ed informato della denuncia a suo carico, ma lui sembra cadere dalle nuvole e dice:

Io non sono stato e se sapessi chi è stato gli sparerei un colpo di revolver!

Poi se ne va in compagnia di Carmine Tramontana e per strada vedono una Guardia Daziaria col viso butterato dal vaiolo e Carnevale, alludendo all’uomo, dice all’amico:

Questo è stato, se avessi un revolver lo sparerei!

Intanto la Pubblica Sicurezza raccoglie informazioni su Carnevale e relaziona: amante più dell’ozio che del lavoro, dopo il licenziamento ha saltuariamente, in Paola ed alla Marina, atteso a diverse occupazioni: ha fatto il cameriere, il manovale alle costruzioni metalliche, il venditore di ortaggi ed altro. Non può quindi stabilirsi cosa facesse alla fine di maggio.

La mattina del 3 giugno Giuseppe Carnevale viene arrestato e messo a confronto con Francesco, che gli dice:

Ricordati che tre o quattro sere addietro, mentre mi ritiravo dalla marina verso le undici, passando dal casotto rimpetto alla villa, tu uscisti, mi afferrasti, mi portasti dentro e con violenza ti congiungesti con me. Anzi, accendesti una carta con un fiammifero e mi bruciasti i piedi

Carnevale risponde:

Sono menzogne di sana pianta! Io ebbi sempre a proteggerti quando ti insultavano e ti scongiuro di dire che è l’autore del fatto! Dato il tuo stato mentale, avrai preso un abbaglio, ricordati bene i connotati dell’autore e non coinvolgere me in questo grave fatto!

Ma Francesco replica:

Tu sei stato!

Intanto la notizia che una Guardia Daziaria in servizio ha il viso butterato dal vaiolo arriva al Pretore e partono le indagini per verificarla. Sì, è tutto vero e la guardia è il trentanovenne Giuseppe Andreacchi. Guarda caso anche lui si chiama Giuseppe. Cosa fare? Incriminare due Giuseppe per il reato commesso, forse, da uno solo dei due sarebbe una barzelletta, così la soluzione è verificare se la sera del 29 maggio Andreacchi era in servizio e se sì, dove. L’indagine della Pubblica Sicurezza è veloce: sì, Andreacchi la sera del 29 maggio è stato in servizio fino a mezzanotte nell’Ufficio Centrale del Dazio. Molto difficile che possa essere stato lui.

E se a Paola ci fossero altri uomini con il viso butterato dal vaiolo? L’ipotesi investigativa non viene nemmeno presa in considerazione. Piuttosto comincia a far sorgere molti dubbi sulla responsabilità di Carnevale l’annotazione del Pretore a margine del confronto tra lui e Francesco: contegno regolare. Anche ai testimoni presenti la mattina del 31 maggio quando Carnevale se ne uscì con l’espressione “Io non sono stato e se sapessi chi è stato gli sparerei un colpo di revolver!” è sembrato sincero e sinceramente dispiaciuto di quanto patito da Francesco e allora per gli inquirenti è necessario accertare, sottoponendolo a perizia psichiatrica, se egli sia un deficiente e quindi debba ritenersi compreso fra il novero delle persone che non sono in grado di resistere, per malattia di mente, ad atti di violenza. La perizia viene affidata ai medici paolani Beniamino Magnavita e Natale Lo Gatto, che cominciano l’osservazione il primo agosto 1915 e, il 10 settembre successivo, relazionano: dai numerosi e chiari sintomi psichici raccolti fin qui, risulta indubbiamente che Scordino Francesco è affetto da imbecillità manifesta per cerebropatia infantile. E la imperfetta organizzazione della sua mente è meglio integrata dai molteplici segni degenerativi somatici che, per così dire, la rispecchiano all’esterno. Per tale infermità egli non è in condizione di prendere logiche determinazioni ed a regolare i suoi atti secondo un piano elaborato attraverso la filiera dei poteri critici ed inibitori. Inoltre, essendo marcatamente indebolita in lui la volontà, quasi nullo il potere critico ed essendo egli facilmente suggestionabile, non può che essere strumento della volontà altrui, anche quando sia in grado di discernere ciò che fa.  Pertanto giudichiamo, secondo scienza e coscienza, che Scordino Francesco è un malato di mente non in grado di resistere alla violenza carnale di cui fu vittima ad opera di Carnevale Giuseppe.

Sembra quasi che i periti abbiano messo sotto processo Francesco per essere ciò che è e abbiano, non si sa con quali poteri, già condannato Giuseppe Carnevale.

Ma siccome i periti non hanno speso una sola parola, magari anche senza arrivare a dare una risposta, per verificare se ci sia la possibilità, viste le sue condizioni mentali, che Francesco, in condizione di coercizione, possa facilmente incorrere in errore, considerato anche il fatto che a Paola vivono almeno due persone con il viso butterato dal vaiolo.

Ad avere questo dubbio, però, è la Procura che, il 19 settembre 1915, chiede non doversi procedere per insufficienza di prove contro Giuseppe Carnevale.

Il Giudice Istruttore, il 2 ottobre successivo, accoglie la richiesta e Giuseppe Carnevale viene scarcerato.[1]

La violenza a Francesco resterà senza colpevoli. Quello che è certo è che chiunque sia stato è una schifezza di uomo, se uomo si può chiamare.

[1] ASCS, Processi Penali.