L’INFERNO NELL’ANIMA

Luigi Valentini da Pulsano di Dipignano fin dalla sua giovinezza mostrò un’indole pessima ed inclinata ai reati di sangue. Egli, nel 1849, per cosa da nulla si bagnò le mani nel sangue di un suo cugino gettando la famiglia di costui in un perenne lutto. Condannato, la pena criminale non valse ad emendarlo, anzi vieppiù lo rese audace e scellerato. Rotto il confino in Spezzano di Tarsia, inseguito dagli avvenimenti politici del 1860, rientrò in famiglia ove, abbandonatosi ad ogni vizio, viveva col suo fare dissoluto, malveduto da tutti. Odiava suo padre, ma più di ogni altro odiava suo fratello Giuseppe, il quale per docilità di animo ed illibatezza di costumi era, a preferenza di lui, prediletto dai parenti. La famiglia temeva molto di lui ed egli, determinatosi ad allontanarsi, dimandò al padre un assegno di dodici ducati al mese che gli fu negato. Ciò gli pose l’inferno nell’anima e concepì la più barbara ed inaudita vendetta.

In questo contesto è chiaro che la situazione in casa Valentini è tesissima.

È il pomeriggio del 18 settembre 1862 quando Luigi, ormai trentatreenne, entra nella bettola di Palmisani dove, bevendo del vino, pronuncia delle incomposte e misteriose parole che sembrano accennare a qualcosa che porterebbe lo spavento in quelle contrade. Verso sera Luigi, calmo e tranquillo, torna a casa, entra nella stanza del cucito dove c’è la madre, prende un fucile a due canne ad avancarica, lo esamina attentamente per controllarne le cariche, esce dalla stanza della madre ed entra in quella dove ci sono suo fratello Giuseppe e suo padre affacciati dalle finestre e, dimentico di ogni legame di sangue, dei più cari e sacri affetti, invaso solo dal pensiero di possedere una ricca fortuna per sprecarla nella dissolutezza, imbraccia il fucile e, rivolto al fratello, dice:

– Don Peppe! – Giuseppe si gira e Luigi gli spara un colpo in pieno petto, facendolo ruotare su sé stesso e finire quasi a penzoloni dalla finestra.

Anche il padre si gira e Luigi, appena esploso il colpo contro il fratello, gira l’arma verso il genitore e, mentre spara anche a lui in colpo in pieno petto, gli dice:

– Tè, prenditi la roba!

La madre, donna Rosina De Nicola, appena sente le detonazioni, presa da spavento, si nasconde nella stanza attigua e vede Luigi che entra in quella del cucito e allora cerca di andare nelle altre stanze dove ha inteso i colpi di arma da fuoco e trova il marito Francescantonio che sta esalando l’ultimo respiro e il figlio Giuseppe a penzoloni sul davanzale della finestra che si lamenta sussurrando:

– Oh… oh… che mi ha dovuto venire… ajuto madonna mia… tengo ‘na botta….

Credendo che il figlio si lamenti per la sorte toccata al padre e temendo che Luigi la stia cercando per ucciderla, scappa dal palazzo e cerca rifugio da un vicino. Anche tutti gli altri che si trovavano in casa al momento degli spari fuggono terrorizzati in strada cercando riparo.

Intanto Luigi, con fredda calma, cambia il fucile con un’altra arma ed esce come se nulla fosse accaduto. Per strada incontra Giuseppe Morelli, che al momento del fatto era nella cantina di casa Valentini con donna Teresa Valentini, e gli dice:

– Vieni che ti debbo dire un’imbasciata – l’uomo, titubante, si avvicina e Luigi continua – vai a prendermi una mezza bottiglia di vino! – Morelli esegue e gli porta il vino che Luigi beve e infine gli dice – ‘Un te spagnare cchiù, stàtivi tutti bbùani ca chillu c’avìa de fare l’è fattu!  – poi sparisce nel buio.

Manca poco a mezzanotte quando donna Rosina rientra a casa e trova il marito ed il figlio distesi su due letti, il primo già estinto ed il secondo ancora vivo ma ferito a morte e purtroppo morirà dopo poche ore, verso l’alba del 19 settembre.

Intervenuta la forza pubblica, donna Rosina ammette che, nonostante non abbia assistito alla scena di sangue, non ha dubbi che l’autore della strage sia stato il figlio Luigi, ma aggiunge:

– Per quanto mi riguarda non voglio la sua punizione… è stata una pazzia…

Vengono interrogate anche donna Teresa e donna Rosaria, le due sorelle di Luigi. Mentre la prima, come la madre, dice di avere sentito le detonazioni ma di non aver visto niente perché si trovava in cantina al momento del fatto, donna Rosaria invece ha visto tutto:

– Alle ventitré e un quarto mi trovavo in cucina, attigua alla stanza ove è avvenuto il fatto e così vidi mio fratello che, appressatosi alla stanza armato di un fucile a due canne, sparò un colpo contro Peppino che era affacciato alla finestra e poi uno contro mio padre. Poi vidi mio fratello che entrava nella stanza dove si cuce, si armò di un altro schioppo ad una canna ed uscì di casa.

Le ricerche per arrestare Luigi Valentini non danno esito, sembra essersi volatilizzato, e gli abitanti della zona sono molto preoccupati per quello che potrebbe ancora accadere perché la voce che gira è che “veramente à dovuto essere il Diavolo che lo ha spinto a così misfare con un fatto così cinico!”.

E qui comincia un’altra storia seppur frammentaria, quella dell’avventurosa e quasi incredibile latitanza di Luigi. Sparito dalla circolazione ed inutilmente ricercato nei paesi vicini e negli ambienti che soleva frequentare, Luigi, beffando tutti, riesce ad imbarcarsi da Messina, sotto il falso nome di Vincenzo Misasi da Cosenza, su una nave diretta a Malta, dove resta circa quattro mesi, poi parte per Napoli dove resta un mese, quindi va di nuovo a Messina e poi a Palermo, quindi ancora a Messina, dove si imbarca su una nave diretta ad Atene, poi vaga tra Atene, Malta e Corfù commerciando biancheria. In uno dei suoi passaggi da Malta, il 15 aprile 1864 viene ricoverato nel locale manicomio per alcolismo acuto e dimesso il 28 dello stesso mese con la dicitura “guarito”. I sanitari aggiungono che il paziente, alla sua ammissione, presenta leggero tremore delle estremità superiori, incoerenza di idee ed una irrequietezza generale, sintomi che sono durati per poche ore e sono cessati in seguito ad un bagno generale tiepido di qualche durata; il paziente afferma di essere diventato alcolista per delusioni, di non essere più cattolico romano ma protestante, di essere bastardo perciò non riconosce parenti; soffre delle sensazioni erotiche.

Da quasi tutti i posti in cui si ferma spedisce e riceve lettere dall’Italia usando sempre la sua nuova identità, come per esempio quella speditagli da Dipignano il 4 novembre 1864 dalla quale si evince chiaramente che mantiene costantemente i contatti con la sua famiglia ed è in grado di condizionarne le decisioni:

Carissimo nipote Luiggi

saranno circa venti giorni dietro che li eredi del fu vostro padre portavano in giudizio quello tale Marzo Serra di Paterno, il quale andava debitore con una comparsa volontaria presso il Regio Giudice di Dipignano del valore di docati quaranta due e che io scrissi al vostro degnissimo patre che noi stessi dopo che noi ci fecimo il conto di tutti i lavori che li aveva fatto dalla epoca del 1852 fino a 1856, epoca in cui in Tessano acclarammo i nostri conti e bene ti ricordi, come devi ricordarti come uomo di onore che sei e sei stato, che non solo saldai lo conto di Serra Marzo ma voi mi voltastino lo resto e con lo resto mi restituiste la lettera di garenzie dello detto Marzo Serra. Ora i signori eredi non solo che non ànno prestare fede alla mia assicurazione come al libro dei nostri conti come se li affari non doveva essere così, essendo io uno uomo d’onore. Per cui, Luiggi del cuore, fa mente locale che il fatto è identico a quanto io vi ò riferito e così mi togli di uno grave ibarazo e una perdita che sarebbe troppo dolorosa a pagare due volte per cui rispondi a li eredi a dire alla persona che mi facessi pervenire a me la tua risposta onde affermi a me rimbetto a questi carnefici e omini di mala fede.

Sicuro di voi me ne attendo sollecito riscontro con l’espressione veridica del fatto. Con immensa affezione t’abraccio e sono con stima vostro affezionatissimo

zio Ferdinando Valentini.

O come quella speditagli da Messina il 16 dicembre 1864:

Pregiatissimo compare,

non pria d’ora rispondo alla vostra del 18 scorso novembre a causa che ogni vapore che giunge corro a vedere vostro cugino onde prestarli i miei doverosi servizi, ma finora non giunge, né volendo conservare un più lungo silenzio, vergo la presente esternandovi che molto mi consolai in sapere che stabilite in Atene e che godete perfetta salute, come del pari posso assicurarvi di me e mia famiglia.

Per ciò che riguarda corrispondenza colla vostra famiglia, altro non avete che a comandarmi che troverete la solita sollecitudine. Non altro mi resta ossequiandovi come pratica vostra comare e, in attesa del fiasco del vin greco, mi segno vostro affezionatissimo compare

Mariano Carrozza

Siamo ormai nel 1865 e qualcuno deve aver capito che Luigi Valentini si è rifugiato all’estero, così si tenta anche la carta di emettere un mandato di cattura internazionale, dopo averne chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio in contumacia per due omicidi qualificati, uno parricidio ed entrambi assassinio per premeditazione.

Ma il colpo di scena è dietro l’angolo: a marzo 1865 Luigi viene fermato e arrestato ad Atene, però non esistendo alcun accordo tra Italia e Grecia per l’estradizione di ricercati, non può essere estradato. Allora si chiede di intervenire alla Francia, con la quale l’Italia ha un trattato bilaterale, che emette a sua volta un mandato di cattura contro Luigi Valentini e ottiene dalla Grecia, con la quale ha a sua volta un accordo bilaterale, l’estradizione in Francia del ricercato.  Il trucco funziona e Luigi viene spedito a Marsiglia, dove è trattenuto in carcere per circa due mesi, fornito di un lasciapassare e accompagnato alla frontiera italiana, dove viene preso in consegna dai Carabinieri e trasferito nel carcere di Cosenza, dove, ironia della sorte, viene interrogato il 14 luglio 1865, settantaseiesimo anniversario della presa della Bastiglia, e fa lo gnorri:

– So che vengo accusato degli enunciati crimini per averlo appreso dalla sentenza ed atto d’accusa ieri notificatomi. Ciò è stata per me una grande novità, mentre ignoravo perfino che fossero morti mio padre e mio fratello!

– E allora perché ve ne siete andato all’estero?

– Tre anni fa, non rammento in quale mese, partii dal mio paese perché affetto da mali emorroidari ed andai a farmi curare a Malta, ma ivi non riuscì la cura e dopo quattro mesi circa pensai di recarmi a Napoli e poi a Messina e indi a Palermo, poscia nuovamente a Messina e quindi ad Atene, a Malta e Corfù…

– All’estero avete usato il vostro nome o un nome falso?

– Da Messina potei andare a Malta senza passaporto. A Malta poi mi feci rilasciare un passaporto sotto il nome di Vincenzo Misasi e le lettere mi pervenivano sotto questo nome ed anche io mi firmavo con lo stesso nome.

– Per quale motivo cambiaste nome e cognome?

– Lo feci così per precauzione onde non essere derubato…

– All’atto dell’arresto avevate delle fedi di credito?

– Tenevo due fedi di credito di cinquanta ducati l’una, speditemi ad Atene da mio zio Don Nicola De Nicola. Queste fedi di credito le consegnai al Capo Guardiano delle prigioni a Marsiglia, unitamente al mio taccuino.

– Come mai non avete mai chiesto notizie di vostro padre e vostro fratello e non gli avete mai scritto?

– Io sono partito per curare la mia salute e non badavo ad altro… per detto sapevo che erano morti… e prima di partire intesi una voce ed un clamore che accennavano alla morte di mio padre e di mio fratello, ma io poi non sapevo se era la certezza…

– Ma come? Avete detto poco prima che questa morte era un fatto nuovo per voi!

– Intendo dire che non ne sono certo avendolo inteso vociferare vagamente…

– E come partiste senza accertarvi di questo fatto?

– Io partii perché temevo che chi aveva ucciso mio padre e mio fratello avrebbe ucciso anche me…

– In quali relazioni eravate con vostro padre e vostro fratello?

– In buone relazioni. Io volevo più bene a mio padre e mio fratello che a me stesso.

– Queste lettere che erano nel portafogli che vi hanno sequestrato le riconoscete come appartenenti a voi?

– Le lettere non posso accertare che mi riguardassero, sebbene io abbia uno zio a nome Ferdinando, un cugino nomato Francesco e mi corrispondessi con un tal Mariano Carrozza, pure non posso affermare che le lettere mostratemi siano di loro carattere…

– Sapete che dovete essere giudicato per i delitti di cui siete accusato…

– Sì e voglio essere giudicato subito nella corrente sessione!

La causa si discute il 24 novembre 1865 e la Corte ordina una sorta di perizia psichiatrica da effettuare solo su ciò che i periti incaricati hanno visto e sentito durante il dibattimento al fine di accertare se l’imputato, ordinariamente affetto da emorroidi, discendente da padre pazzo, avesse potuto soffrire dei furori maniaci ereditari e in generale sul suo stato mentale al momento del duplice omicidio.

I periti, consapevoli che senza avere la possibilità di osservare il periziando per un tempo sufficiente rischiano di mandare a morte un possibile incapace, sono in grande difficoltà e non esitano a metterlo nero su bianco: penetrati ad un tempo dalla grande responsabilità che pesa su di noi e più dalla immensa difficoltà di pronunziare un giudizio sopra fatti che non cadono sotto la nostra immediata osservazione, avremmo volentieri declinato il difficile e scabroso assunto. Se non che, resi forti dalla rettitudine della nostra coscienza, avvalorata dalla santità di un solenne giuramento, noi abbiamo deciso di presentarvi lealmente il risultato delle nostre considerazioni, affermando con la medesima sincerità e franchezza quello che ci par certo, probabile, dubbio od impossibile.

Tralasciando altre considerazioni polemiche dei periti sul quesito posto dalla Corte, il risultato del consulto è: crediamo che nell’istante in cui ha commesso il parricidio ed il fratricidio, Luigi Valentini non si trovasse in uno stato di mente sano, ma che invece, non essendo pienamente in possesso di tutte le sue facoltà mentali, esistesse in lui uno di quegli stati di momentaneo e passeggero esaltamento intellettuale che non esclude interamente l’impero della volontà e che è provocato dall’azione dei liquori alcoolici. Di tale stato, se la Corte lo desiderasse, noi possiamo addurre infiniti esempi ed autorità di scrittori per provare che le azioni consumate da coloro che si trovano in esso, non essendo assolutamente prive di responsabilità morale, sono certamente imputabili, ma nel tempo stesso scusabili poiché queste azioni, non lasciando di essere volontarie, la volontà è nondimeno trasportata dall’impeto di passioni violente.

Sembra tutto a posto per arrivare in fretta alla sentenza, ma tra vizi procedurali, richieste delle parti e relativi rinvii, per avere la sentenza bisogna aspettare fino al 12 marzo 1868.

la Corte, atteso che l’omicidio volontario nella persona del proprio padre legittimo è qualificato parricidio ed è punito con la morte e quello in persona del fratello è punito in secondo grado con i lavori forzati a vita.

Atteso che, esistendo le circostanze attenuanti, la pena ordinaria diminuisce di un grado e quindi quella di morte si converte nei lavori forzati a vita e questa nell’altra di secondo grado nei lavori forzati a tempo.

Atteso che nel concorso di due crimini punibili uno con i lavori forzati a vita e l’altro con i lavori forzati a tempo devesi applicare la pena più grave.

Atteso che Luigi Valentini devesi condannare alla pena dei lavori forzati a vita per i crimini di cui è stato dichiarato colpevole dal Giurì, condanna Luigi Valentini ai lavori forzati a vita, oltre alle spese di giudizio.[1]

[1]ASCS, Processi Penali.