LA PERQUISIZIONE

È il 17 novembre 1934 e non manca che un’ora allo scoccare della mezzanotte, quando qualcuno bussa violentemente alla porta della casa di Giuseppe Panetta e sua moglie Annunziata Linarello in contrada Galea di Gioiosa Marina. I due si svegliano di soprassalto e nel buio Giuseppe chiede chi è che bussa.

– Carabinieri! Aprite! – gli risponde perentoriamente una voce dall’esterno.

– E che volete? Non abbiamo fatto niente…

– Aprite! Dobbiamo fare una perquisizione per rinvenire la refurtiva proveniente da un furto di scarpe avvenuto ieri a Gioiosa Marina!

– Ma…

– Aprite se no buttiamo la porta a terra!

Giuseppe, sapendo di non avere nulla da temere perché del furto non ne sa niente, si alza e apre. Entra un uomo in uniforme e falde nere che, alla luce di una lampadina elettrica tascabile affidata a Giuseppe, gli intima di alzare le mani e lo perquisisce, poi si mette a frugare dappertutto, mentre un altro uomo avvolto in un mantello nero da Carabiniere con stellette e con in testa un berretto grigioverde, armato di moschetto di tipo militare, passeggia davanti alla porta.

Una dopo l’altra vengono aperte quattro casse senza rinvenire niente di particolare, ma nell’ultima, la quinta, ci sono settemila lire che vengono prese dall’uomo, il quale nel mettersele in tasca fa vedere una rivoltella. Poi dice:

– Sospettiamo della provenienza di questi soldi e mi pare che un biglietto da cento sia falso. Dobbiamo sequestrare la somma e portarla in caserma per mostrarla al Brigadiere, dopo di che vi verrà restituita.

Finita la perquisizione i due Carabinieri invitano Giuseppe a seguirli in caserma e, giunti nel punto in cui il torrente Galizia sfocia nel Torbido, sentono un fischio e da un cespuglio vedono sbucare un individuo che fugge.

– Deve essere un ladro, inseguiamolo! – dice uno dei due Carabinieri, che subito cominciano a correre, seguiti a loro volta da Giuseppe per un breve tratto, poi li perde di vista e si ferma ad aspettarne il ritorno.

Quando capisce che i due non torneranno, crede opportuno andare da solo in caserma per chiedere la restituzione della somma sequestratagli.

– Cosa dite? Due Carabinieri sono venuti a casa vostra per una perquisizione e vi hanno sequestrato settemila lire? Non ho ordinato nessuna perquisizione, quello che raccontate è inverosimile –. Giuseppe vorrebbe piangere, giura che le cose che ha detto sono realmente accadute ma il Maresciallo continua a non credergli. Poi arriva in caserma Annunziata che racconta la stessa storia del marito ed il Maresciallo deve convincersi che è tutto vero e, allargando le braccia, dice – ad involarvi la somma sono stati due malviventi travestiti da Carabinieri…

Giuseppe e Annunziata forniscono una descrizione dei due falsi Carabinieri e, mediante attivissime indagini, i Carabinieri di Gioiosa Marina e delle stazioni vicine, coadiuvati dal comandante la Tenenza di Roccella Ionica, mettono in stato di fermo numerosi pregiudicati della zona, fra i quali il ventiquattrenne Giuseppe Pellegrino da Siderno Marina, Domenico Triumbari, Filippo Commisso e Cosimo Commisso. I quattro, singolarmente mischiati con altri uomini, vengono via via mostrati a Giuseppe e Annunziata, che non riconoscono nessuno. Poi viene chiamato in disparte Giuseppe Pellegrino, viene fatto vestire da Carabiniere e mischiato con altri Carabinieri autentici e ben presto lo riconoscono con tutta sicurezza come l’individuo alto, snello, dal viso scarno e pallido che, travestito da Carabiniere, aveva eseguito la perquisizione nella loro casa e si era impossessato delle settemila lire. Giuseppe Panetta si lancia contro Pellegrino e tenta di afferrarlo e percuoterlo per farsi dare indietro i soldi, ma viene trattenuto dai Carabinieri veri.

Dal riconoscimento di Pellegrino, i Carabinieri, argomentando che il delitto in danno di Panetta sia stato commesso da costui e dai suoi amici, che erano stati visti insieme in località Vallone della Rena, il 21 novembre arrestano i quattro con l’accusa di rapina aggravata. Ovviamente tutti si dichiarano estranei ai fatti ed i coniugi Panetta confermano di aver riconosciuto soltanto Pellegrino per cui, chiusa l’istruttoria, il 13 febbraio 1935 il Giudice Istruttore rinvia al giudizio della Corte d’Assise di Locri solo Giuseppe Pellegrino e proscioglie gli altri tre per non aver commesso il fatto.

La causa si discute il 25 luglio 1935 e la Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva che il fatto delittuoso risulta provato attraverso la dichiarazione resa immediatamente ai Carabinieri dalla parte lesa e dalla moglie, persone notoriamente degne di fede, sia perché incapaci di mentire, sia perché mancanti di un qualsiasi interesse ad alterare i termini della verità. Panetta possedeva le settemila lire perché, dovendo acquistare un appezzamento di terreno dal signor Pellicano, aveva ritirato la somma all’Ufficio Postale di Gioiosa e la teneva pronta pel giorno in cui, di lì a poco, si sarebbe stipulato il contratto. Il riconoscimento da parte dei coniugi Panetta rassicura pienamente la coscienza in quanto che essi anche in udienza in confronto con l’imputato hanno riconfermato di averlo riconosciuto. Essi ebbero tutto l’agio di fissare bene in mente i connotati dell’individuo giacché la perquisizione si protrasse per circa venti minuti e fu eseguita al lume della lampadina elettrica affidata a Panetta dallo stesso malvivente ed al lume, altresì, della lucerna ad olio che la Linarello ebbe premura di accendere, acciocché nell’angusta abitazione non rimanesse angolo oscuro. Si deve affermare la responsabilità di Pellegrino per il delitto a lui attribuito non potendo assegnarsi alcuna fede all’alibi addotto per dimostrare che la notte del fatto egli dormiva in casa sua in quanto nemmeno il teste citato a confermarlo ha potuto farlo. Pellegrino è persona di dubbia fama, affiliato alla mala vita di Siderno Marina ed abita non lontano dalla contrada ove il fatto avvenne. Circostanze, queste, che integrate dal costante, deciso e preciso riconoscimento dei coniugi Panetta, formano la prova della sua piena colpevolezza per il reato di rapina aggravata poiché la violenza o la minaccia mediante la quale i malviventi riuscirono ad impossessarsi delle settemila lire è insita nel fatto stesso del travisamento con l’uniforme e con le armi da Carabiniere, travisamento che ebbe l’effetto di intimidire maggiormente il malcapitato Panetta, costretto nella notte e nella solitudine della campagna ad aprire la porta di casa, subire la perquisizione domiciliare, tollerare che gli venisse sottratto il denaro ed in ultimo anche ad uscire di casa e seguire i malviventi.

È tutto, si può passare a quantificare la pena da irrogare e la Corte osserva che il reato ha destato serio allarme; che l’imputato ha dimostrato la massima audacia ed un elevato grado di pericolosità e che il danno subito dalla parte lesa, in relazione alle sue condizioni economiche, è rilevante. Si stima giusto, pertanto, partire da anni 4 di reclusione, aumentarli della metà per il travisamento portandoli ad anni 6 ed aumentare la misura risultante anche di un terzo per il numero delle persone (basta solo il concorso di due persone per l’integrazione dell’aggravante), sicché, in definitiva, la pena che s’infligge a Pellegrino Giuseppe risulta di anni 8 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.[1]

[1]ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.