LE FATICOSE INDAGINI DEL MARESCIALLO

Sono le sei di mattina del 26 settembre 1924 quando la finestra dell’ufficio del Maresciallo Capo Giovanni Pedranghelu, comandante la stazione di San Fili, si apre ed il sottufficiale, già in divisa, si affaccia assaporando una tazzina di caffè all’aria fresca del mattino. Poi come al solito accende un sigaro e guarda i contadini passare lungo la strada verso la campagna. La sua attenzione, ad un certo punto, viene catturata da un gruppetto che discute in modo concitato mentre guarda nella sua direzione e poi, a passo svelto, si avvicina alla finestra e uno gli fa:

– Buongiorno Marescià, volevamo avvisarvi che nella frazione di Bucita è deceduto, in seguito ad una sassata alla testa, Francesco Lucchetta il mugnaio

– Ma adesso? – chiede sorpreso.

– Di essere, è morto stamattina verso le cinque, ma il fatto è stato ieri sera…

– Si sa chi è stato?

– No.

Sacramentando e lanciando il sigaro in strada, Pedranghelu rientra e comincia ad urlare ai suoi sottoposti di prepararsi ed essere pronti in cinque minuti perché devono uscire di servizio.

Lungo la strada per Bucita, poche centinaia di metri, i Carabinieri incontrano un individuo che consegna a Pedranghelu due referti medici. Aperti i due fogli piegati in quattro, in un referto c’è scritto che Lucchetta ha riportato una ferita lacero contusa sulla regione fronto occipito parietale lunga circa cinque centimetri e con frattura dell’osso sottostante, nonché commozione cerebrale e che tale lesione è stata prodotta da corpo contundente. Nell’altro foglio c’è scritto, lapidariamente, che Lucchetta è morto alle cinque.

Il luogo dove si è svolto il fatto è sulla via che da Bucita mena a Gesuiti, ad un centinaio di metri fuori dall’abitato. Sulla destra della via andando verso Gesuiti c’è un grosso albero di castagno e un piccolo faggio soprastante la via, di fronte a sinistra. Nel terreno soprastante alla via, attorno al piccolo faggio, è come se alcuno vi avesse camminato o vi si fosse fermato perché le foglie secche cadute sembrano pestate da orme non distinguibili. Il punto dal quale furono lanciati i sassi trovasi ad un’altezza di circa sette metri dalla strada sottostante. Dopo avere osservato il luogo, i Carabinieri vanno a casa della vittima, dove i familiari ed alcuni amici presenti al fatto, raccontano al Maresciallo come si è svolto: Francesco Lucchetta, in compagnia della moglie con in braccio un loro bambino, del possidente Luigi Filosa e sua moglie Maria Posteraro, nonché del monaco fra Biagio Mazza, stava passeggiando sulla strada provinciale in direzione di Gesuiti quando, appena passato il Calvario, furono fatti segno a dei colpi di rivoltella, andati a vuoto, e di pietre, una delle quali colpì alla testa Lucchetta, facendolo cadere a terra tramortito. Filosa lo soccorse e, caricatoselo sulle spalle lo portò a casa, dove prima riacquistò i sensi e poi morì.

Pedranghelu interroga il padre della vittima per sapere se abbia dei sospetti su qualcuno e, magari, su un possibile movente, ma l’anziano Gaetano non è in grado di fornirgli informazioni utili in tal senso, ma poi aggiunge:

Secondo me autori dell’omicidio devono essere dei giovinastri di qui, i quali hanno agito per spavalderia o malvagità.

Poi il Maresciallo ascolta ciò che ha da dire Fortunata Lucchetta, la quarantacinquenne sorella della vittima:

Mentre mio fratello veniva accompagnato a casa, il giovanotto Antonio Mazzulla, nel vedermi mi disse: “Non piangere perché io so chi è stato. Hai incontrato qualcuno?”. Io risposi che avevo incontrato molti ragazzi e poi gli chiesi chi fosse l’autore dell’omicidio e Mazzulla rispose: “Io lo so, domani te lo dirò…”.

Quando vostro fratello riacquistò i sensi fece cenno al o ai possibili autori del fatto?

No, ma fra i giovanotti che si recarono in casa per curiosità subito dopo l’accaduto, certo Francesco Passarelli mi fece brutta impressione perché era tutto affannato, sudato e pallido… comunque ho dei sospetti su Bernardo Lucchetta perché era nemico di mio fratello che ebbe a schiaffeggiarlo per avere abusato di una nostra cugina scema e fummo proprio io e Filosa a sorprenderlo nell’atto brutale in casa della stessa scema

Potrebbe essere una pista da seguire e quindi bisogna approfondire sentendo il quarantaquattrenne Luigi Filosa. Tanto sul preciso svolgimento dei fatti, quanto sui sospetti sul conto di Bernardo Lucchetta:

Le pietre furono lanciate dapprima una dietro l’altra a breve intervallo, poi come gragnuola. Prima di parlarvi di Bernardo Lucchetta devo raccontarvi una cosa strana successa la scorsa notte, dopo il fatto cioè…

– Cosa?

Fu gettato sul muro esterno di casa mia dell’inchiostro nero, ma ignoro da chi. Ritengo, però, che tale sfregio abbia un significato e cioè che il sasso che colpì Francesco Lucchetta fosse diretto a me, siccome facente parte della comitiva

– Ma cosa dite!?

Vi spiego: quando venni fatto segno dai colpi di pietra non sentii rumore di passi e né vidi alcuno… devo dirvi che il calzolaio Gabriele Lucchetta, di anni 18, tempo fa era stato fatto segno anche lui, nello stesso punto, ad un colpo di rivoltella, che non lo colpì

– E quindi?

– Quindi nutro dei sospetti sul conto di Bernardo Lucchetta perché solo lui nutre dei rancori verso di me e del povero Francesco, avendolo entrambi, circa due anni fa, querelato per violenza carnale verso la loro cugina scema e per averlo, due mesi addietro, aspramente rimproverato perché aveva insultato un altro cugino, pure scemo, e contro il morto per averlo pure schiaffeggiato.

Sembra un po’ poco, ma meglio che brancolare nel buio, almeno fino a quando non verrà rintracciato ed interrogato Antonio Mazzulla, che ha detto di sapere chi è l’autore dell’omicidio. E non ci vuole molto:

Ammetto di avere detto alla sorella dell’ucciso le parole “Stai zitta che io so chi è stato e domani te lo dirò”, ma io con tali parole volevo riferirmi al monaco, fra Biagio, che avevo incontrato mentre scappava, senza riconoscerlo e supponendo essere stato lui l’autore del fatto.

– Sì, gli asini volano! Dimmi la verità altrimenti ti sbatto dentro! Che è? Hai paura di qualcuno o sei implicato nel delitto? – gli urla in faccia Pedranghelu.

Io non conobbi nel monaco fra Biagio Mazza, sia perché egli fuggiva e sia perché era buio fitto. Riaffermo di non saper nulla e non è vero che io taccia per paura o per altri motivi!

La risposta non convince il Maresciallo e la conseguenza è che Mazzulla finisce in camera di sicurezza con la speranza che il tavolaccio gli faccia sciogliere la lingua, ma Mazzulla continua a ripetere sempre la stessa versione e Pedranghelu si deve convincere che, forse, non sta mentendo e lo rimette in libertà.

Adesso è il momento di dedicarsi ai due sospettati. Il primo ad essere rintracciato è Francesco Passarelli.

– Dov’eri alle otto di ieri sera?

A casa. Mi ero ritirato da circa mezzora quando sentii delle grida seguite da un colpo di rivoltella. Sorpreso, chiamai Saverio Covello andando a bussare alla sua porta, che è di rimpetto a casa mia e poco dopo, unitomi a molti altri individui, mi recai a vedere cosa era successo

– Sì, ti hanno visto, ma ti hanno visto trafelato e sudato. Come mai?

Non ero né trafelato e né sudato.

– Cosa hai fatto nella giornata di ieri?

Sono stato in varie località ed in ultimo nel fondo Scatti per accudire delle ortaglie… ci sono rimasto fino a tardi e poi mi ritirai a casa.

Il fondo Scatti è del cinquantenne Francesco Mazzulla, al quale viene chiesto di confermare o meno la dichiarazione di Passarelli:

Fu in casa mia per circa un’ora, dopo di che se ne andò attraversando il mio orto ch’è fiancheggiato dalla strada pubblica dove è avvenuto il delitto e dopo circa un quarto d’ora o venti minuti da che Passarelli lasciò la mia casa, sentii una grande confusione di grida e voci e corsi verso la strada

Ahi ahi.

Il trentaquattrenne muratore Saverio Covello, il vicino chiamato in causa da Passarelli, racconta:

Verso le otto di ieri sera, mentre ero a letto, sentii prima alte grida e poi un colpo di arma da fuoco. Poco dopo sentii bussare alla porta di casa e chiamarmi da Francesco Passarelli, il quale ebbe a dirmi: “Mastro Savé, hai sentito queste grida?”. Io risposi di sì, soggiungendo che avevo sentito anche uno sparo. Dopo poco Passarelli, che se ne era andato, ritornò ed insieme con lui ed altri ci recammo a vedere cosa era successo.

– Avete notato se era sudato, affannato, pallido? Avete notato a che ora era tornato a casa?

No, non ho notato niente.

Fortunata Curci è la madre di Francesco Passarelli e, interrogata, rivela qualcosa che potrebbe aprire altri scenari:

Il padre di mia nuora, la moglie di Francesco, l’anno scorso voleva in fitto il molino che teneva in fitto il morto e penso che ne parlò anche al proprietario, il Giudice Vercillo, il quale però confermò il fitto a Lucchetta.

Il Maresciallo Pedranghelu, riscontrate diverse contraddizioni nelle varie dichiarazioni e scoperto anche che Francesco Lucchetta, la vittima, pretendeva da Passarelli la restituzione di un tomolo di grano imprestatogli e che invece esso Passarelli pagò lire 50, mentre Lucchetta pretendeva altre lire 5, si convince che Passarelli è uno degli autori dell’omicidio e verbalizza: il fatto ch’egli andò a bussare alla porta di Saverio Covello chiamando questi lo fece per procurarsi l’alibi, mentre si ritiene che Passarelli, la cui casa dista dal luogo del delitto appena cento metri circa, percorso che di corsa si può fare in mezzo minuto e forse meno, abbia prima lanciato il sasso e, non appena sentì le prime grida, corse da Covello a procurarsi l’alibi, facendogli intendere ch’egli usciva dalla sua casa, la quale, si ritiene far notare, trovasi alla parte opposta dove avvenne il delitto. Il sudore e l’affanno notato nella sua persona dalla sorella del morto si spiega con la corsa ch’egli dovette fare per procurarsi l’alibi. Convinti della sua responsabilità e malgrado la perquisizione infruttuosa passata alle ore dodici dello stesso giorno 26 nel domicilio di Passarelli in presenza della madre, della moglie, di Covello e di Filosa, lo abbiamo dichiarato in arresto e tradotto in caserma.

Ma c’è qualcosa che Pedranghelu dimentica nella sua ricostruzione dei fatti e che potrebbe essere determinante per la soluzione del caso, cioè la dichiarazione di Covello, che, lo ricordiamo, ha detto: “Dopo poco Passarelli, che se ne era andato, ritornò ed insieme con lui ed altri ci recammo a vedere cosa era successo”. A quanto tempo corrisponde questo dopo poco? E poi, come mai Covello ha detto di non essersi accorto se Passarelli era affannato, sudato, pallido? Dopo quanto sono arrivati a casa Lucchetta? Solo la sorella della vittima si è accorta che Passarelli era ancora affannato, sudato, pallido? Vedremo come si svilupperà l’istruttoria.

Interrogato, il diciottenne calzolaio Gabriele Lucchetta conferma che alcuni mesi prima, nello stesso punto in cui è stato consumato l’omicidio, gli fu sparato contro un colpo di arma da fuoco e aggiunge di aver appena saputo che a spararmi è stato Bernardo Lucchetta. Interrogata la madre di quest’ultimo, dice che Bernardo si è ritirato prima di scurare e che quando sentirono le grida tutti di casa erano a letto, compreso il figlio.

Interrogato Giuseppe Chiappetta, ricevitore postale e maestro di musica, afferma che la sera del 25 tenne un concerto musicale fino alle 19,30 e che nella sala notò la presenza di Bernardo Lucchetta, il quale stava là a curiosare. Francesca Barone racconta al Maresciallo ciò che le è capitato la mattina del 26:

Appena fatto giorno vidi a Gesuiti, dove abito, Bernardo Lucchetta e gli chiesi se era vero che Francesco Lucchetta era morto ed egli mi rispose: “Si tratta di una scalfitura e quindi sta bene come un toro!”.

In base a questi indizi Pedranghelu lo arresta e, condotto in caserma, lo interroga:

La sera del 25 mi ritirai dal lavoro verso l’imbrunire e non mi mossi più di casa fino a che non udii le grida di lamento, quindi uscii per rendermi conto di quello ch’era accaduto.

– Ti hanno visto verso le sette e mezzo di ieri sera nella sala musicale, quindi non è vero quello che hai appena detto!

– Sì, ammetto di essere uscito dopo cena unendomi con Davide Capezzano, col quale mi recai anche alla fontana, ove rimanemmo circa un quarto d’ora. Indi, ritornati in paese, mi ritirai a casa e mi misi a letto verso le otto e mezza.

Poi, messo a confronto con Francesca Barone, ammette che la mattina ha parlato con lei a Gesuiti e ammette anche di avere sparato un colpo di rivoltella in direzione di Gabriele Lucchetta allo scopo di fargli paura e dice di avere buttato l’arma qualche giorno dopo perché inservibile.

Le contraddizioni in cui è caduto, i rancori che esistevano tra lui, il morto e Filosa e l’essere dedito a sparare con la rivoltella, sono elementi sufficienti a provare la sua colpabilità, verbalizza Pedranghelu.

Il lavoro investigativo del Maresciallo Capo Pedranghelu viene sposato in pieno dalla Procura, che chiede il rinvio a giudizio dei due indagati per rispondere di omicidio premeditato e porto e detenzione abusiva di arma da fuoco.

Il 10 marzo 1925 La Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e ad occuparsi del caso sarà la Corte d’Assise di Cosenza.

Il dibattimento si tiene nelle udienze del 20, 21 e 22 gennaio 1926. La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, non è convinta di quanto raccolto in istruttoria e durante il dibattimento e assolve Francesco Passarelli e Bernardo Lucchetta per non aver commesso il fatto.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.