UN PARTO PROVOCATO

Antonio Procopio, trentacinquenne collettore esattoriale dei comuni di Stilo, Pazzano e Bivongi in provincia di Reggio Calabria, ammogliato con figli, nel mese di luglio del 1934 e nei mesi successivi, ha rapporti sessuali con la giovane trentenne Maria Carnuccio da Pazzano, la quale era stata, un tempo, l’amante di tal Radicchi e forse aveva concesso anche ad altri i suoi amplessi.

Maria, a novembre, sospetta di essere incinta e lo dice ad Antonio, che le consiglia di farsi visitare da Anna Giorgione, levatrice comunale di Stilo.

– Sei incinta – le dice la levatrice.

– Ma sicuro? – le chiede sbiancando in viso.

– Sicurissimamente!

Maria resta in silenzio per qualche secondo con gli occhi che le si fanno lucidi, poi dice:

– Sareste disposta a farmi abortire?

La levatrice, che è adusata a tali pratiche tanto che nel gennaio 1931 aveva riportato una condanna per tal reato, alzando le mani per dare più enfasi alle parole, risponde:

– No, assolutamente no, sono sufficienti gli anni di galera scontati!

Maria, però, non si perde d’animo e insiste finché la levatrice accetta, ma pretende cinquecento lire. Sono troppe per Maria che dopo un lungo tira e molla riesce a farla scendere prima a trecento lire e poi a duecentocinquanta. In ogni caso anche quest’ultima cifra sarebbe impossibile da pagare se Antonio non fosse d’accordo, ma lui, per togliersi l’impiccio, acconsente e invia un biglietto alla levatrice tramite Maria: “il porgitore del biglietto è la mia stessa persona; ti prego servirlo, dicendomi il resto appena possibile”.

La levatrice, letto il biglietto, lo butta a terra dicendo:

– Io ho bisogno di denaro e non di biglietti!

L’accordo è saltato e Maria, disperata, raccoglie il biglietto da terra, torna in paese e avvisa Antonio, che a questo punto va personalmente a parlare con Anna Giorgione e i due raggiungono un nuovo accordo sulla base di duecento lire da pagare subito, vista l’urgenza della levatrice di incassare per provvedere a pagare le tasse scolastiche della figlia che studia a Catanzaro.

Qualche giorno dopo Anna Giorgione dà incarico a Giuseppe Portaro di andare da Antonio Procopio per consegnargli un biglietto e ricevere le duecento lire pattuite, ma Antonio rifiuta di consegnargli i soldi perché il biglietto trasmesso non è quello desiderato. Allora, due o tre giorni dopo ancora, la levatrice consegna a Maria un altro biglietto da recapitare a Procopio, ma anche stavolta Antonio rifiuta di mandare i soldi alla levatrice perché preferisce incontrarla direttamente e le manda a dire che si incontreranno lungo la strada da Pazzano a Bivongi, dove i due si mettono d’accordo e la levatrice ottiene anche la promessa che Procopio le farà restituire quel primo biglietto che lei buttò a terra e che fu raccolto da Maria, chissà perché, fatto sta che dopo qualche giorno il biglietto viene restituito ed il 30 novembre 1934 Procopio spedisce un vaglia telegrafico di duecento lire alla figlia della levatrice, alla quale consegna la ricevuta della Posta. A questo punto si può procedere, ma fino al 18 gennaio 1935 non succede apparentemente nulla.

La mattina presto del 18 gennaio Maria e sua madre vanno a Stilo, probabilmente dalla levatrice, ed al ritorno, verso le 9, la giovane ha dolori e si mette a letto. Bisogna chiamare una levatrice ma Anna Giorgione è troppo lontana, così chiamano Concetta Parretta, la levatrice di Pazzano, alla quale, tra gli spasmi, dice:

– Sono incinta di sette mesi e mi sono venute le doglie del parto…

La levatrice la visita e, constatato che dai genitali fuoriesce liquido amniotico e qualche piccolo grumo di sangue, indizio sicuro di rottura della borsa delle acque, mentre il collo dell’utero si presenta completamente chiuso, ritiene che le condizioni della puerpera non sono normali perché si tratta di un parto prematuro provocato. Ahi!

– Nei primi mesi di gravidanza ho bevuto infusi di capelvenere e spaccapietre… questi infusi li avevo sempre presi quando mi ritardavano le mestruazioni… – poi una contrazione le toglie il respiro e si ferma per qualche secondo, quindi continua – pochi giorni fa ho sollevato, con sforzo, un recipiente pieno di olio…

– Io non posso fare niente, bisogna chiamare un medico – dice la levatrice.

Allora Maria manda a chiamare Giovanbattista Papello, un albergatore di Bivongi presso il quale ella e Procopio consumavano i pasti quando in quel paese convenivano, e lo prega di chiamare il dottor Zaffino, ostetrico di Bivongi.

– Non intendo immischiarmi in tale faccenda! – risponde l’albergatore.

– Allora passate l’imbasciata a Procopio e ditegli che se passerò dei guai lo manderò in galera e con lui manderò in galera anche i gatti! – ribatte, infuriata, Maria.

Dopo questa minaccia, Papello incarica sua figlia di andare a chiamare il medico consegnandogli un biglietto scritto dalla levatrice con la descrizione delle condizioni di Maria. Il dottor Zanfini non accetta l’invito giustificandosi col dire di essere ammalato, ma manda a dire che la diagnosi fatta dalla levatrice è esatta. Le doglie si protraggono per tutto il 19 e nella notte sembra essere tutto pronto per il parto. Concetta Parretta, chiamata d’urgenza, visita di nuovo Maria e, constatato che il collo dell’utero è quasi completamente dilatato ed il feto si presenta in posizione cefalica normalissima, ritenendo ormai prossimo il parto, fa adagiare Maria in posizione ostetrica. Nella breve attesa Maria chiede un cordiale, che le viene dato. Si solleva un po’, lo beve, poi all’improvviso stramazza sul letto e muore e con lei muore, se non era già morta prima, la creatura che portava in grembo. Viene chiamato d’urgenza il dottor Taverniti che accerta il decesso, osserva i genitali di Maria rilevando assenza di emorragia e la posizione normale del feto, tale che sarebbe bastato il minimo sforzo per provocarne l’espulsione, poi dice:

– Si è trattato di un parto prematuro provocato.

Ovviamente, se la morte di Maria è dovuta ad un parto provocato, della questione se ne deve occupare la Magistratura che, come primo atto, dispone una perizia che confermi la diagnosi del dottor Taverniti, perizia che viene affidata ai dottori Salerno e Romeo, i quali limitano la loro indagine alla ispezione esterna del cadavere, all’apertura della cavità addominale, all’estrazione ed esame del feto ed all’osservazione dell’utero, la cui parete posteriore appare congestionata ed assottigliata, tanto che durante l’estrazione si lacera. Il responso della perizia è che Maria Carnuccio, incinta oltre il sesto mese e morta in travaglio di parto con dilatazione completa del collo dell’utero, ha partorito prematuramente non per causa meccanica, ma per azione di agenti chimici che hanno potuto determinare contrazioni spastiche della parete uterina e specialmente dell’orifizio interno dell’utero, per cui questo, invece di dilatarsi per dare esito all’uscita della testa, si è contratto spasmodicamente provocando contrazioni delle pareti sulla testa e menomando in tal modo la resistenza e l’integrità della parete interna dell’utero. Quindi, per i periti, la causa della morte deve, con probabilità, attribuirsi o ad avvelenamento dell’organismo per sostanze organiche ingerite ad utero pieno o a peritonite determinata da rottura dell’utero in conseguenza delle contrazioni spastiche esercitate sulla parete uterina, ovvero alla formazione di emboli.

Ne sappiamo meno di prima!

A questo punto bisogna effettuare una perizia chimica e per farlo è necessario riesumare la salma dalla quale prelevare tutti gli organi interni per esaminarli ed accertare se e quali sostanze Maria ha ingerito, fermo restando che i decotti di capelvenere e spaccapietre che ha detto di avere ingerito sono assolutamente innocui.

Ad occuparsi della perizia tossicologica sono il professor Tropea ed il dottor Barillaro, i quali accertano che non c’è presenza di veleni organici ed inorganici e giudicano che la morte, avvenuta in travaglio di parto, non può rapportarsi allo stato gravidico. Il parto è stato provocato con mezzi meccanici e, con tutta probabilità, mediante puntura del sacco amniotico.

Esattamente il contrario della prima perizia e siamo punto e a capo. Richiamati i primi periti, viene chiesto loro conto del loro parere in rapporto alla perizia tossicologica. Salerno e Romeo confermano in pieno il proprio lavoro, spiegando che, quantunque al loro esame non fossero apparsi elementi obiettivi per affermare che Maria Carnuccio avesse ingerito sostanze ecboliche (le sostanze medicamentose che si utilizzano per stimolare l’utero gravido e provocare l’espulsione del feto. Nda), avevano ciò desunto dall’assottigliamento della parete posteriore dell’utero perché tale assottigliamento induceva a ritenere che la donna fosse stata travagliata da contrazioni irregolari spasmodiche.

Per provare a superare questa impasse, i Magistrati mettono a confronto i quattro periti per conciliare, se possibile, le loro tesi contrastanti sulla causa della morte di Maria. Il risultato del confronto è: non essendosi trovato negli organi della defunta traccia alcuna di avvelenamento acuto, né l’interruzione della gravidanza, né il decesso può essere messo in rapporto con l’ingestione di sostanze velenose. La sintomatologia che precedette la morte di Maria Carnuccio induce a ritenere che il decesso sia avvenuto per paralisi cardiaca. Ma, attenzione, può anche ritenersi che la donna abbia fatto ricorso a mezzi meccanici (rottura del sacco delle acque) dopo l’infruttuosità di continue ingestioni di sostanze ritenute ecboliche. In ogni caso, si badi bene, non è da escludere che l’ingestione di tali sostanze abbia potuto, eventualmente, provocare qualche contrazione uterina con perdita di gocce amniotiche. Tutto e il contrario di tutto e nessuno sa perché Maria è morta durante un parto prematuro da tutti ritenuto “provocato”, senza spiegarne la causa.

Ecco, siccome con le perizie non si è risolto nulla, agli inquirenti, dato per certo che il parto fu provocato, non resta che affidarsi alle indagini tradizionali: interrogatori, magari via via sempre più stringenti, deposizioni, confidenze e ricostruiscono sommariamente la triste vicenda, ma bisogna sentire cosa hanno da dire i due sospettati.

Interrogato, Antonio Procopio ammette di avere avuto rapporti sessuali con Maria, ma sostiene di avere troncato la relazione nel settembre 1934, essendosi accorto che la moglie ne aveva avuto sentore. Esibisce e ammette di aver scritto e inviato alla levatrice Giorgioni alcuni biglietti, ammette di aver avuto con lei colloqui e abboccamenti e di avere spedito alla figlia di lei un vaglia telegrafico di duecento lire. È una confessione? Assolutamente no perché ne dà una diversa chiave di lettura:

– Nel novembre dell’anno decorso, informato da Angela Pisano, una cugina di Maria Carnuccio, che quest’ultima era incinta nel quinto mese e che la levatrice Giorgione si era prestata a farla abortire mediante un compenso minimo di duecentocinquanta lire, che Maria non aveva, scrissi ed inviai il noto biglietto. Ma posteriormente, avendo appreso dalla stessa Pisano che il mio scritto, respinto dalla levatrice, era rimasto in possesso di Maria ed essendo stato informato dal podestà e dalla guardia municipale che la mia tresca adulterina era a tutti nota, mi recai dalla levatrice Giorgioni e la invitai a desistere, per quanto mi riguardava, da pratiche abortive. Costei si mostrò spiacente di tale mia determinazione e mi promise che l’avrebbe fatta abortire purché le fossero date almeno duecento lire, somma di cui aveva urgente bisogno per pagare le tasse scolastiche della figlia. Io, mosso a pietà, acconsentii a darle la somma chiesta a titolo di prestito, con l’intesa che il debito sarebbe stato estinto mediante trattenute mensili sullo stipendio della levatrice, al quale pagamento io provvedo quale esattore e tesoriere comunale, ed a condizione che ella avesse ottenuto da Maria la restituzione del biglietto. La levatrice accettò la proposta e fu in seguito a tali accordi che per ben due volte mi sollecitò l’invio del denaro e che nel colloquio che avemmo lungo la rotabile Pazzano Bivongi mi fece presente che non sapeva cosa fare per ottenere la restituzione del biglietto. Io, allora, le suggerii un pretesto: invitare Maria a casa sua promettendole di farla abortire, ottenere la restituzione del biglietto e disinteressarsi da ogni pratica. Il suggerimento fu accettato e così, ricevuto il suo scritto, spedii il denaro.

Anna Maria Giorgione precisa di aver rifiutato una prima volta, in presenza di Angela Pisano, la proposta di Maria Carnuccio di farla abortire ed una seconda volta quando le portò il biglietto di Procopio, poi conferma sostanzialmente la versione fornita da quest’ultimo, con l’eccezione di quanto i due si dissero nel secondo colloquio avuto: la levatrice sostiene che in quella occasione Procopio aveva insistito perché procurasse l’aborto alla Carnuccio ed essendosi ella rifiutata, l’uomo aveva desistito dal proposito criminoso, osservando che non aveva nulla da temere perché Maria era una donna di facili costumi ed era stata pagata da lui le quante volte gli aveva concesso il suo amplesso.

Allora delle due l’una: o i fatti si svolsero come raccontano i due indagati, o hanno avuto il tempo di concordare una versione comune. Comunque, gli inquirenti ritengono di avere in mano elementi sufficienti a chiederne il rinvio a giudizio presso il Tribunale Penale, in quanto escludono l’aggravante della morte di Maria Carnuccio. Il Giudice Istruttore, il primo ottobre 1935, in difformità della richiesta della Procura rinvia i due al giudizio della Corte d’Assise di Locri con l’accusa di avere, in correità fra di loro, cagionato l’aborto di Carnuccio Maria, consenziente, dal quale fatto derivò la morte di essa Carnuccio. Siccome Procopio nel suo interrogatorio ha ammesso di essersi congiunto carnalmente con Maria Carnuccio una sola volta lungo la strada Pazzano Bivongi, gli viene contestato anche il reato di atti osceni in luogo pubblico.

La causa si discute il 17 marzo 1936 ed il Pubblico Ministero contesta ad Anna Maria Giorgione le aggravanti della qualità di esercente la professione di levatrice e della recidiva.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni e le parti, osserva che i fatti risultano accertati inconfutabilmente dalle deposizioni chiare, lucide, precise dei numerosi testi esaminati, dalla parziale confessione degli imputati, da prove documentali acquisite. Quindi, per la Corte, Anna Maria Giorgione, dopo lunghe trattative, accettò il mandato datole da Antonio Procopio di procurare l’aborto a Maria Carnuccio, consenziente, mediante compenso di lire duecento, che fu corrisposto il 30 novembre 1934. La difesa controbatte che il biglietto inviato alla levatrice, il punto chiave dell’accusa, conteneva solo un invito a visitare Maria per accertare se fosse incinta. Per la Corte, al contrario, il contenuto del biglietto non si presta ad equivoca interpretazione e rincara la dose: egualmente inattendibile è l’assunto che la somma di lire duecento sia stata chiesta e versata da Procopio a titolo di prestito per la strana coincidenza del preteso prestito con il mandato, accettato, di fare abortire Maria Carnuccio; per le lunghe trattative intercorse tra la richiesta e la consegna del denaro; per il fatto che tale consegna avvenne il 30 novembre e cioè tre giorni dopo il pagamento dello stipendio alla levatrice, che esclude l’assillante bisogno prospettato; per la consegna a costei della ricevuta del vaglia telegrafico, che rappresentava per Procopio il titolo del credito. Accertato che un accordo criminoso vi fu tra i due imputati nel mese di novembre 1934, la ritardata esecuzione del delitto non solo non esclude la loro responsabilità, non essendosi dimostrato né che il delitto era stato commesso da altri, né che Procopio e Giorgione, come i loro difensori sostengono, abbiano desistito volontariamente dal disegno delittuoso, ma ne fornisce la prova lampante poiché i fatti avvenuti nel gennaio 1935 si riallacciano, come anelli di salda catena, a quelli precedenti. Infatti Maria si sentì male la mattina del 18 gennaio 1935 dopo essere stata a casa della levatrice Giorgione. Ma chi ci dice che Maria non abbia fatto tutto da sola, indipendentemente dagli accordi presi col suo amante, o si sia rivolta a qualcuno rimasto fuori da tutto? Per la Corte ci sono due validi motivi: è da escludere che Maria Carnuccio, che viveva in misere condizioni, abbia potuto pagare qualcun altro e poi perché il vero interessato all’aborto era l’amante Procopio e non Maria, che aveva da anni perso la reputazione. Procopio, invece, aveva interesse non solo ad occultare la tresca adulterina, ma ad evitare che un figlio naturale turbasse la tranquillità della sua famiglia legittima.

E fin qui ci siamo, ma resta da scalare la montagna della causa della morte di Maria Carnuccio e da che cosa sono stati provocati l’assottigliamento e la rottura della parete posteriore dell’utero. La Corte riuscirà a collegarla al mezzo adoperato, che ancora resta sconosciuto, per mettere in atto il “proposito delittuoso” di farla abortire? No, non è possibile e spiega perché: neppure i chiarimenti dati in udienza dai periti sono valsi ad eliminare i forti dubbi determinati dalle varie affermazioni dei periti stessi. Esclusa l’ipotesi della rottura dell’utero sia perché è esclusa la presenza di sostanze tossiche, sia perché non furono constatati reliquati di emorragia endoaddominale, l’unica causa che avrebbe potuto spiegare una morte pressoché immediata; escluse tutte le altre cause organiche, mancano elementi sicuri per poter affermare con tranquilla coscienza tale rapporto di dipendenza. La conseguenza è che cade l’aggravante della morte in seguito all’aborto.

Si può passare a determinare la pena da irrogare ai due imputati per l’aborto procurato. Tenuto conto della natura del reato, che costituisce attentato alla vita della razza e della nazione, della gravità del danno, dei mezzi adoperati, della intensità del dolo desunta dal tempo trascorso tra la ideazione e l’esecuzione del delitto, dalla condotta dei giudicabili (Procopio risulta altre volte processato e prosciolto per insufficienza di prove per concussione, truffa, lesioni) si crede, nell’applicazione della pena, partire dal massimo di anni 5, pena che nei riguardi di Anna Maria Giorgione va aumentata di un sesto per l’aggravante della qualità di esercente la professione di levatrice e di un altro sesto per l’aggravante della recidiva, determinandosi in anni 8, mesi 10 e giorni 20. Per entrambi le spese, i danni e le pene accessorie. La Corte assolve Antonio Procopio dal delitto di atti osceni per insufficienza di prove.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Locri.