IL COLTELLO ‘NGUARNITU

È il tardo pomeriggio del 10 aprile 1912 quando Luigi Costante e lo zio Salvatore De Marco entrano nella cantina di Antonio Petitto nel rione Cappuccini di San Giovanni in Fiore e si mettono a giocare a carte con Antonio Madia. Bevono un paio di litri di vino e quando il sole è quasi tramontato escono, mentre Madia resta nella cantina. Dopo circa un quarto d’ora i due ritornano e Costante, affacciandosi all’interno della cantina, dice a Madia:

– Ti devo parlare – Madia lo segue fuori e Costante continua –  Ti ài mantenuto mia zia insieme con Giuseppe Favara! – e così dicendo estrae un coltello ma poi ci ripensa e, mentre butta l’arma e si lancia contro l’avversario, gli dice – Con te non occorre coltello!

I due sono a terra e stanno per darsele di santa ragione, ma interviene gente e vengono divisi. Antonio Petitto, il cantiniere, trattiene Costante, ma non può impedirgli di urlare:

– Adesso si faccia avanti quel mulo di Giuseppe Favara! – e poi, rivolto a Madia, continua – Vado in culo a lui e a te! – Antonio Madia, detto Demonio, non replica e se ne sta muto con le mani in mano e Costante continua – Stai zitto? Perché non difendi Favara?

Madia continua a non parlare e Costante, liberatosi dalla stretta di Antonio Pettitto, si lancia di nuovo contro l’avversario, subito seguito da Salvatore De Marco, e cadono tutti e tre a terra.

Rialzatosi, De Marco mette una mano in tasca, tira fuori il coltello e si lancia di nuovo contro Madia vibrandogli una coltellata, ma Salvatore Petitto fa in tempo a toccargli il braccio e la lama lacera soltanto la giacca dell’avversario.

A questo punto tutti quelli che hanno fatto un cerchio intorno ai tre litiganti per osservare ciò che sta accadendo, decidono di intervenire e li dividono. Approfittando di questo momento di confusione, mentre qualcuno aiuta Madia a rialzarsi, arriva di nuovo De Marco che gli vibra un altro colpo e questa volta la lama penetra nella parte sinistra del petto dell’avversario perforandogli il polmone.

Le voci si spengono all’improvviso, ma appena Antonio Madia con una mano sul petto si rialza si sente una specie di boato e i due aggressori vengono circondati, immobilizzati e consegnati alla Guardia Forestale Rocco Carbone che li scorta fino alla caserma dei Carabinieri, dove il Maresciallo Maggiore Michele Castellano li interroga immediatamente, ma i due negano di aver ferito Madia col coltello. De Marco, anzi, dice di essere accorso in aiuto di Luigi Costante, essendo questi suo nipote, e Costante a sua volta dice di essere accorso in aiuto dello zio.

Chiusi i due in camera di sicurezza, il Maresciallo Castellano va a casa del quarantanovenne ferito per sentire la sua versione dei fatti:

– Mentre ero nella cantina di Antonio Petitto, Costante e De Marco mi chiamarono sulla strada del rione Cappuccini ed io vi andai perché dette persone erano miei amici. Appena fui sulla strada e mi appressai a loro, tutti e due, armati di coltello, si slanciarono contro di me e mi tirarono reiterati colpi con l’intenzione di uccidermi ed uno di detti colpi mi attinse…

– C’erano state parole mentre giocavate a carte? Avevate bevuto molto?

– Io non ò fatto nulla a loro ed ignoro perché mi abbiano aggredito. Essi non erano ubriachi marci sebbene avessero bevuto del vino…

Praticamente non racconta niente di ciò che è accaduto. Come mai? Il mistero rimane perché i testimoni presenti al fatto raccontano di aver sentito Luigi Costante pronunciare delle parole poco pulite all’indirizzo di Giuseppe Barberio, alias Favara, la qual cosa farebbe pensare che l’aggressione sia dovuta al fatto che Antonio Madia era sospettato da Costante e De Marco di essere il mezzano della vera o presunta relazione adulterina tra la moglie di De Marco e Giuseppe Barberio. La cosa strana è che il Maresciallo Castellano non crede che questo possa essere il movente, ma riconduce tutto al fatto che durante una passatella a padrone e sotto fatta il 10 aprile, Madia lasciò senza bere i due amici, che se la sarebbero presa così tanto da volerlo uccidere.

È sicuramente il caso di sentire cosa ha da dire il ventisettenne Giuseppe Barberio:

– Il dieci aprile, transitando per via San Giuseppe col falegname Salvatore Maida, mi accorsi che dinanzi la bettola di Antonio Petitto vi era confusione, onde accorremmo. Appena arrivati seppi che il mio discepolo Antonio Madia era stato ferito gravemente da Salvatore De Marco e Luigi Costante per avere egli tenuto le mie parti. Seppi inoltre che Costante disse a Madia dopo che fu ferito “ora vai a chiamare in aiuto chillu mulu fricatu del tuo maestro!”. Poiché Costante ha offeso il mio onore, intendo querelarmi contro di lui, anzi presento il relativo esposto a Vostra Signoria!

Poi Costante e De Marco vengono interrogati dal Pretore di San Giovanni.

– Non ricordo nulla – ribadisce Costante, che continua –. Quella sera giocai a carte con Madia, poi uscii e m’inquietai con alcuni ragazzi che mi chiamavano “Sazizzella”. Non è vero che sfidai Madia col quale sono amico, ma è vero che gettai per terra un coltello. La sfida la feci con chi m’insultava. Non sono io che ho ferito Madia…

– È vero che quella sera avete giocato alla passatella con Madia e altri?

– Non è vero, vi ripeto che non so nulla di come sia andato il ferimento. se commisi qualche atto in danno di Madia lo dovetti eseguire in stato di completa ubriachezza!

Anche De Marco ribadisce ciò che ha raccontato al Maresciallo:

– Non ricordo nulla perché quando venni a questioni con Madia ero ubriaco.

– Cercate di ricordare meglio – lo incalza il Pretore.

– Quella sera mio nipote Luigi Costante era nella cantina di Antonio Petitto, dove mi trovavo anche io. Mio nipote s’inquietava perché veniva chiamato “Sazizzella”, ma non so con chi ce l’avesse. Ad un certo momento vidi che Luigi uscì fuori la bottega con Antonio Madia e si afferrarono. Io corsi in aiuto di mio nipote ma non ricordo se avessi o non ferito Madia perché ero ubriaco. Con lui non abbiamo mai avuto che dire, siamo sempre stati in buoni rapporti e se quella sera feci atti offensivi contro di lui si deve alla maledetta ubriacatura!

La maledetta ubriachezza, la scusante regina tra tutte quelle possibili perché, se dimostrata, si ottiene la concessione della semi infermità mentale momentanea e quindi un fortissimo sconto di pena. Ma in questo caso sembra estremamente difficile, se non impossibile, ai due imputati dimostrarla in quanto tutti i testimoni che man mano vengono chiamati a deporre la escludono totalmente per De Marco e parlano tuttalpiù di uno stato di allegria per Costante.

Dall’aggressione sono passati quattro giorni e le cose per Antonio Madia non vanno bene perché, visitato dal dottor Saverio Lopez, in seguito alla ferita si è sviluppata una polmonite reattiva ed è giudicato in pericolo di vita, tanto che il ferito manda la sorella uterina, Rosa Maria Locanto, a parlare col Pretore:

– Mio fratello passa grave e desidera parlare con Vostra Signoria… egli mi ha detto che De Marco ce l’aveva con lui giacché egli De Marco credeva che la propria moglie aveva avuto rapporti illeciti con Peppino Barberio e che mio fratello sapesse qualche cosa. De Marco pretendeva che mio fratello gli confidasse qualcosa del rapporto illecito, ma Antonio gli disse di nulla sapere, onde le ragioni dell’alterco…

Le condizioni di Antonio però non gli consentono di sostenere il colloquio col Pretore.

Il dottor Lopez lo visita di nuovo il 23 giugno, quasi due mesi e mezzo dopo l’aggressione, e trova le sue condizioni ancora più gravi per la sopravvenuta pleurite purulenta, sviluppatasi a causa della ferita riportata. Poi è un vero e proprio calvario fino al 13 luglio, quando Antonio Madia muore.

Adesso il reato contestato a Costante e De Marco non è più quello di tentato omicidio, ma quello di omicidio volontario, accusa supportata anche dal risultato dell’autopsia che certifica: unica, vera e sola causa di morte fu la ferita riportata nel secondo spazio intercostale sinistro, penetrante nella cavità sottostante, con lesione del lobo superiore del polmone. In primo tempo, cioè poco dopo il trauma, si ebbe polmonite reattiva traumatica con infiltrazione purulenta e quindi diffusione per tutto il polmone.

Il caso passa nelle mani del Giudice Istruttore, che interroga i due contestando la nuova accusa.

– Ero ubriaco e non ricordo assolutamente nulla di quello che successe e non credo di aver ferito Madia perché fui trovato senza coltello e non ricordo se lo avevo… Siccome non ricordo nulla, se i testimoni dicono che sia stato io a colpire Madia, non ho difficoltà ad ammettere tale circostanza, anche perché non è giusto che per lo stesso fatto dobbiamo restare in carcere io e mio nipote. La mattina del fatto io stavo nell’osteria con mio nipote Luigi, il quale si dispiaceva perché Madia lo chiamava “Sazizzella”, che è offensivo per la sua famiglia. Mio nipote e Antonio uscirono dall’osteria e io rimasi dentro a bere ancora. Trascorso poco tempo le persone presenti mi avvertirono che mio nipote e Antonio si bisticciavano. Accorsi e mi interposi per separarli e Antonio, rivolgendosi a me, disse “Puru tu, curnutu fricatu, ti metti in mezzo? Anche a tua moglie ce l’ho fatto tanto!”, facendo con le mani un gesto sconcio. Nello stesso tempo mi diede un urtone e mi fece cadere a terra. Dopo quella caduta non mi ricordo più quello che feci ed io e mio nipote ci svegliammo nel carcere il giorno seguente, senza saperci spiegare il perché…

– Ma il coltello lo avevate o no?

– Dalla mattina indossavo l’abito di festa e non posso né ammettere, né escludere che nell’abito ci fosse il coltello che soglio portare con me…

– E com’era questo coltello?

– Il mio coltello, quando è aperto, è della lunghezza della mia mano circa. Ha la lama acuminata, il manico bianco e sulla parte dorsale ha una forchetta; tali coltelli sono conosciuti col nome di coltelli ‘nguarniti.

Luigi Costante ribadisce la sua innocenza perché, ammesso che avesse compiuto qualche azione contro Madia, l’avrebbe compiuta in stato di completa incoscienza a causa dell’ubriachezza.

– I testimoni hanno riferito che voi pronunciaste frasi offensive contro Giuseppe Barberio, conosciuto come Favara, e che invitaste Madia a difendere il suo maestro, che cosa avete da dire in merito?

– Non rammento affatto che si fosse parlato di Giuseppe Barberio e che io usai per lui parole offensive, invitando Madia a difenderlo essendo discepolo di Barberio.

– Quindi non avete detto che Barberio se la faceva con vostra zia…

– Non ho mai inteso dire che Barberio aveva relazioni intime con la moglie di mio zio Salvatore De Marco o che perlomeno mio zio lo sospettasse…

– È vero che siete uscito dalla cantina con vostro zio, che siete tornati dopo un quarto d’ora, che avete chiamato fuori Madia, che vi siete azzuffati e poi è stato accoltellato?

– Non lo ricordo, però escludo di averlo ferito perché non avevo nessuna arma…

Per la Procura è tutto chiaro: non si tratta di un caso di omicidio volontario, ma di omicidio preterintenzionale ed è per questo reato che chiede il rinvio a giudizio dei due imputati, oltre che per il porto abusivo di coltello. Il 14 maggio 1913 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e ad occuparsi del caso è la Corte d’Assise di Cosenza il 10 settembre 1914. Dopo cinque udienze, il 14 settembre, la Corte, con la concessione della semi infermità mentale per ubriachezza volontaria, condanna Salvatore De Marco ad anni 5 e giorni 17 di reclusione. Assolve Luigi Costante dall’accusa di omicidio, ma lo condanna, con la concessione delle attenuanti generiche, per il porto abusivo di coltello alla pena di mesi 1 e giorni 24 di reclusione, oltre alle spese, ai danni ed alle pene accessorie.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.