Don Pietro Basile da Belsito (nel 1821, anno in cui si svolge la vicenda che ci apprestiamo a raccontare, era un rione del comune di Rogliano) da circa tre anni frequenta assiduamente la casa di donna Rosina Iusi, da circa dieci anni vedova con figli del fu Don Gaetano Basile, fino a dormirci anche la notte. Sembra che Don Pietro frequenti casa di Donna Rosina in virtù dei rapporti di parentela con la buonanima di Don Gaetano, ma il pubblico parla che vi è pur anco unita una illecita corrispondenza tra loro, dato che Don Pietro profonde tutti i giorni dei regali alla vedova Iusi, nulla curando la dilapidazione de’ propri averi. Della tresca si accorge il primogenito di Donna Rosina, Don Pauluccio, ormai cresciuto in età di discernimento, e in paese si dice che abbia visto un’azione turpe di Don Pietro con la madre. Una mattina, essendo andato a casa Iusi Pietro De Luca, il servo di Don Pietro, a portare secondo il solito un regalo di carne di agnello da parte del padrone, Don Pauluccio lo fa voltare indietro con modi disgustosi e di risentimento, inviando nello stesso tempo a mezzo del servo un biglietto a Don Pietro che, offeso, non mette più piede in casa della vedova e comincia a deprimersi, come nota l’anziana madre Donna Mariantonia Barone che lo vede immerso in gravi pensieri, dimagrito e mesto. Delle volte Don Pietro va in uno spiazzo davanti la casa di Donna Rosina dove si suol passeggiare in quel piccolo paese e resiste alla tentazione di salire in casa di lei. I due, però, si tengono in contatto tramite una serva di Donna Rosina che va a casa Basile e confabula in segreto con Don Pietro e qualche volta gli porta un regalo.
Non è superfluo dire che, dati i rapporti di parentela e di familiarità tra Donna Rosina e Don Pietro, questi è anche amico con i familiari di lei, dimoranti in Rogliano, e specialmente col ventunenne Don Giuseppe Iusi, comunemente chiamato Peppino, fratello di Donna Rosina, col quale conversa di continuo di giorno e di notte, senza che i loro rapporti risentano del disgusto di Don Pauluccio verso Don Pietro che, il 10 luglio 1821, nella sua tristezza, scrive un biglietto a Donna Rosina per annunciarle il proposito di partire e di sperare nella Provvidenza. Poi ordina al servo di comprare dei dolci e di portarli all’amata insieme al biglietto.
È la sera del 10 luglio. Don Pietro accomoda alcuni suoi mobilucci ed altro e dice alla madre di voler partire il mattino seguente di buon’ora perché teme che Don Pauluccio possa fargli qualche brutto scherzo. Dopo cena va a letto e lo stesso fanno la madre ed il servo Pietro De Luca. Poco dopo, quando nessuno ha ancora preso sonno, qualcuno fischia sotto le finestre e tira un paio di sassolini ai vetri. Don Pietro sobbalza e chiede al servo se in cucina sia rimasto il lume acceso. No, il lume è spento e allora Don Pietro si alza in camicia, apre il balcone, si affaccia e dice:
– Peppì… Peppì mò, mò calo! – ed in fretta e furia scende nel cortile di casa per aprire il portone. Il servo, credendo che qualcuno stia per salire in casa, si alza e va dalla finestra sopra il portone per vedere di chi si tratti, dato che la notte è luminosa, anco per la luna, che sembra giorno.
È proprio in questo istante che Don Pietro urla in modo straziante. Urla anche il servo che si precipita nel cortile. Si alza atterrita Donna Mariantonia Barone e scende anche lei.
Il servo è arrivato nell’androne del portone e vede un uomo. Lo riconosce e gli dice:
– Va… và ca t’haju canusciutu!
L’uomo si ferma un attimo a guardare negli occhi il servo proprio mentre arriva anche Donna Mariantonia, che fa in tempo a notare la figura dell’uomo ed alla statura, al portamento ed alle vesti lo riconosce per Don Peppino Iusi. Poi l’uomo si allontana e sparisce dopo aver attraversato un sopportico.
Ai languori di Don Pietro la madre, tastando per terra lo rinviene immerso in una immensità di sangue e urla al soccorso. Accorre gente con delle lanterne accese che chiede al servo Pietro De Luca che cosa è accaduto e lui, ancora terrorizzato, risponde:
– Ho conosciuto l’uccisore del mio padrone! – ma non fa alcun nome.
Adesso, alla luce delle lanterne, la gravità del fatto appare chiara a tutti: Don Pietro è moribondo e ha ancora infisso nel petto un coltello, che la madre pietosamente estrae. Accanto al ferito c’è la sua coppola di notte, i suoi pantofoli ed un mantello nero di lana, che Donna Mariantonia è sicura appartenere a Don Peppino Iusi e che, evidentemente, deve essergli caduto mentre tirava le coltellate a suo figlio. La donna ha l’accortezza di prendere il mantello, ripiegarlo e posarlo sulla gradinata di casa mentre segue le persone accorse che trasportano il ferito in casa, lo lavano e gli mettono indosso una camicia pulita. Quando ridiscende per prendere il mantello e portarlo in casa non lo trova più; probabilmente qualcuno dei presenti ha sentito il nome del proprietario lo ha preso e fatto sparire. Quel “qualcuno” potrebbe essere Serafina Majone, la cameriera di Donna Rosina Iusi, che è stata notata tra le persone accorse.
Sul posto arriva anche Francesco De Caro che riferisce di avere incontrato un uomo che proveniva dal portone dei Basile e che gli è sembrato essere un galantuomo vestito con giacca e calzone lungo color oscuro. Lo ha riconosciuto? Nemmeno lui fa nomi. In questo frattempo sopraggiungono altri due paesani, Fortunato Castiglione e Michele Tiano, i quali dicono invece di avere incontrato e conosciuto Don Peppino Iusi.
Nella notte Don Pietro purtroppo muore per le sette coltellate ricevute che hanno leso le visceri, il polmone in diversi luoghi, il pericardio, il diaframma, lo stomaco, la milza, il fegato e l’arteria crurale (l’arteria femorale. Nda).
La mattina dopo Pietro De Luca, il servo di casa Basile, esce e va davanti la casa di Donna Rosina, dove è sita la fornella del lavoro della seta di conto di Don Peppino, e incontra Don Raffaello Ortale che gli chiede dell’omicidio. Pietro De Luca risponde:
– Ho conosciuto l’uccisore del mio padrone il quale lo ha ucciso col suo stesso coltello – e nemmeno questa volta fa il nome, ma aggiunge un particolare importante, se risulterà vero: il coltello era di proprietà di Don Pietro e questo, se confermato, porterebbe a due possibilità e cioè: o l’assassino glielo ha strappato di mano o lo ha avuto dalla stessa vittima, magari in regalo. E nel capannello di gente che si è formato intorno ai due prende subito corpo la seconda ipotesi, confermata da Gabriele Grandinetti, uno dei mastri trattori della seta alle dipendenze di Don Peppino Iusi, il quale sostiene di aver visto, il 10 luglio, in mano al suo padrone un coltello a stilo, che lo stesso glielo fece osservare e gli disse di averlo avuto in dono.
A questo punto De Luca viene chiamato da Serafina Majone per conto di Donna Rosina ed invitato ad entrare nella filanda e poi in un magazzino al riparo da orecchie indiscrete.
– Tu hai detto a don Domenico il parroco che hai veduto uscire Don Peppino mio fratello dalla casa dei Basile e che ha ucciso Don Pietro. Guardati bene a non dirlo più perché viene ad ucciderti dentro Malito! – il tono di Donna Rosina è duro – Lo hai detto a qualcun altro?
– Non l’ho detto a nessuno – le risponde e cominciando a temere per la propria incolumità, progetta di allontanarsi dal paese.
Poco dopo, ripassando davanti casa Iusi, Pietro viene visto da Donna Rosina e nuovamente invitato ad entrare, ma cortesemente rifiuta e la donna rientra in casa mordendosi il dito, non trascurando, però, di mandare a chiamare Vittoria Gallo, la madre del servo a Malito, dove nel frattempo si è rifugiato Pietro, che le rivela il nome dell’assassino: Don Peppino Iusi.
– Non è che hai preso un abbaglio? – gli chiede la madre.
– L’ho chiaramente conosciuto, non mi sono potuto ingannare su di un soggetto a me molto noto! – conferma senza alcuna esitazione.
Quando la serva incaricata da Donna Rosina dice alla madre di Pietro di recarsi subito dalla sua padrona, questa tentenna e resiste per qualche giorno.
Intanto Don Peppino, dopo aver dato alcune disposizioni ai lavoranti, se n’è andato in campagna con la sorella Donna Rosina nel fondo detto Jassi. Ma uno dei lavoranti lo ha visto mutato di volto e ha notato delle macchie di sangue nel suo calzone lungo color oscuro e sopra del piede, che tenea senza calza.
E c’è un altro particolare che testimonierebbe la colpevolezza di Don Peppino: né lui, né Donna Rosina e né altri della famiglia Iusi sono andati a fare la visita di lutto a casa Basile e ciò scioglie la lingua alla madre dell’ucciso, che in pubblico afferma che suo figlio è stato ucciso da Don Peppino col coltello che pria gli avea regalato, coltello che consegna al Giudice. Anche al servo Pietro De Luca si è sciolta la lingua e adesso dice apertamente che l’assassino da lui riconosciuto è Don Peppino Iusi, che finisce in carcere con l’accusa di omicidio premeditato.
– Non sono stato io. Sono dispiaciuto della morte di Pietro perché mio amico ed in qualche grado di parentela. Il giorno in cui poi la sera fu ucciso trattai con lui prima di cena… – dice subito al Magistrato.
– Questo coltello è vostro? È quello che vi ha regalato Don Pietro Basile? – gli chiede il Magistrato mostrandogli il coltello con il manico di osso nero guarnito in argento e lama in ferro a rustico.
– No e non so a chi appartenga.
La smentita a questa affermazione arriva da Nicola Morelli da Rogliano, l’artigiano che, su commissione di Don Pietro Basile, fabbricò il coltello.
Dicevamo che Vittora Gallo, la madre di Pietro De Luca, va da Donna Rosina solo qualche giorno dopo essere stata convocata ed alle lamentele di questa per le accuse che Pietro ha rivolto a Don Peppino suo fratello, Vittoria Gallo risponde di non avere argomenti da opporre ai detti del figlio.
È ovvio che stando così le cose, per essere convincente, la difesa di Don Peppino deve portare fatti e testimoni che lo collochino in un altro posto nel momento del delitto, ma non c’è tempo perché l’imputato viene rinviato al giudizio della Gran Corte Criminale di Cosenza e magari se ne riparlerà durante il dibattimento che si tiene il 2 ottobre 1822.
E le sorprese non mancano sin dall’inizio perché Pietro De Luca, sua madre, Vittoria Gallo, e suo fratello Antonio ritrattano: il primo adesso dice, con risposte diverse e contraddittorie tra loro, di aver fatto il nome di Don Peppino Iusi come autore dell’omicidio su insinuazione di Donna Mariantonia Barone, la madre della vittima, appena trovato il cadavere e poi, correggendosi, che l’insinuazione fu fatta dopo che il cadavere fu trasportato in casa; Vittoria Gallo adesso sostiene che il figlio non le ha mai detto di avere riconosciuto Don Peppino e spontaneamente aggiunge che ad architettare la falsa accusa è stata Donna Mariantonia. No, non glielo ha detto suo figlio Pietro ma molto tempo dopo l’omicidio sentì la madre della vittima vantare suo figlio Pietro che aveva fedelmente eseguito quanto gli aveva detto; il fratello Alessandro ora, spontaneamente, afferma che suo fratello Pietro non gli ha mai detto di aver riconosciuto Don Peppino, ma di aver detto così perché premurato da Donna Mariantonia. A loro tre si aggiungono Francesco De Caro, Saveria De Marco e Raffaele Mazzei, mastro trattore nella filanda di Don Peppino. Quest’ultimo testimone, in particolare, senza ritrattare la dichiarazione resa in istruttoria e senza che nessuno glielo abbia chiesto, ora dichiara che Gabriele Grandinetti, essendosi recato in chiesa la mattina dell’11 luglio 1821 per assistere al funerale di Don Pietro Basile, tornò al lavoro nella filanda e gli disse che sarebbe stato tempo di guadagnare qualche cosa poiché era stato insinuato da Donna Mariantonia a dire che il coltello feritore rinvenuto nel cortile era di Don Peppino Iusi. Grandinetti però lo smentisce.
Don Peppino, da parte sua, ora imposta la sua difesa su cinque punti focali: in primo luogo dice di essere stato intimo amico di Don Pietro fino a che visse, dividendo collo stesso il letto, la mensa, i piaceri ed i pericoli, in modo che pochi giorni avanti la sua morte essi due, a notte avanzata, furono incontrati nella strada che conduce da Rogliano a Belsito. Poi cerca di mettere in dubbio la relazione tra sua sorella, Donna Rosina, e Don Pietro, sostenendo che si tratta di una voce messa in circolo solo dopo la morte del suo intimo amico. Quindi cerca, senza riuscirci, di dimostrare che Donna Mariantonia avea procurato di sedurre alcuni testimoni. Poi dice che Pietro De Luca, dopo l’omicidio di Don Pietro, in un giorno che non sa precisare, disse ad Antonio Favaro da Rogliano ed a Francesco Provenzale di non aver né veduto, né conosciuto l’uccisore di Don Pietro, ma se parola avea detto contro Don Peppino lo fece per insinuazione di Donna Mariantonia. Infine sostiene che nella sera del 10 luglio 1821 dal momento in cui si separò dall’amico intimo e fino al momento in cui si udirono le grida di Donna Mariantonia non si mosse dalla casa di sua sorella. Aggiunge che alle grida avrebbe voluto accorrere, ma ne fu distolto. Testimoni ne ha? Certo, Serafina Majone, Carmina Garofalo e Rosa Alessio, le domestiche di Donna Rosina e di Don Peppino, il maestro dei figli di Donna Rosina che abita con loro, Don Domenico Funari, e Don Raffaele Ortale con la sua domestica che abitano di fronte e sostanzialmente confermano l’alibi di Don Peppino dicendo di averlo visto alla finestra quando si affacciarono alle grida, seppure con qualche contraddizione.
Chiamati poi a deporre Antonio Favaro e Francesco Provenzale, gli altri due testimoni indicati da Don Peppino, confermano e aggiungono che Pietro De Luca rivelò loro di avere ricevuto da Donna Mariantonia la promessa di tenerlo al suo servizio, ma che poi lo licenziò.
Sembrerebbe che tutto si stia mettendo bene per l’imputato, ma la Corte smonta quello che forse è il pilastro della difesa perché ritiene di non dare credito alla ritrattazione di Pietro De Luca in quanto l’unica deposizione credibile è quella resa al Giudice Locale e poi confermata davanti al Giudice Istruttore, cioè quella in cui ha affermato di avere riconosciuto Don Peppino Iusi e di avere ricevuto minacce da parte dell’imputato, riferitegli dalla sorella Donna Rosina.
Ma, d’altra parte, ci sono le parole pronunciate dalla buonanima di Don Pietro che dalla finestra chiamò per nome il suo intimo amico prima di scendere ad aprire il portone ed essere ucciso. Chi, oltre all’intimo amico Don Peppino potea illudere Don Pietro Basile ad aprire la porta di sua casa in tempo di notte, in ora impropria, come gliel’aprì?
E cosa dire del mantello nero ritrovato accanto a Don Pietro, riconosciuto come appartenente a Don Peppino Iusi, e fatto sparire subito dopo, quasi certamente dalla cameriera di Donna Rosina Iusi? E del coltello trovato infisso nel petto di Don Pietro che pochi giorni prima aveva regalato al suo migliore amico Don Peppino?
C’è ancora un fatto molto importante che finora non è stato esaminato: la prossimità della casa di Donna Rosina Iusi, dove frequentemente dimorava suo fratello Don Peppino, con quella di Don Pietro Basile, cosa che avrebbe facilmente permesso all’imputato di lasciare con una scusa la stanza dove era in compagnia, uscire da una finestra del piano terra, commettere l’omicidio, rientrare in casa dalla finestra e farsi vedere dal maestro Ortale e dalle domestiche.
Il cambio di versione costa a Pietro De Luca, sua madre Vittoria Gallo, suo fratello Antonio, Salvatore Mazzei e Francesco De Caro l’arresto in aula per falsa testimonianza e il processo per direttissima.
Detto questo, la Corte spende due parole per chiarire il movente del delitto: Don Peppino Iusi, informato la sera del dieci luglio 1821 della ingiuriosa e denigrante offesa fatta da Don Pietro Basile alla sua famiglia, avea ragion potente di ucciderlo subito che seppe l’abuso che Don Pietro Basile avea fatto di sua sorella germana la quale, d’altronde, per vincoli di affinità avrebbe dovuto rispettare. L’individuazione del movente, cioè la scoperta della disonorevole tresca, e l’azione immediata nel bollore dell’ira per un’offesa che, vera o falsa, si presenta innanzi la veduta di un amico, costui si arma, si porta a casa dell’amico dove si introduce in amicizia che finge sul momento ed indi afferra l’amico e ne fa vendetta escludono l’aggravante della premeditazione, quantomeno per insufficienza di prove. La pena di morte è scongiurata, ma la pena da applicare quasi la equivale: quarto grado de’ ferri per anni 30 (Codice Penale del Regno delle due Sicilie. Art. 8: La pena dei ferri sottopone il condannato a fatiche penose a profitto dello Stato. Essa è di due sorte per gli uomini. La prima si espia ne’ bagni ove i condannati strascineranno a’ piedi una catena; o soli, o uniti a due, secondo la natura del lavoro cui verranno addetti. La seconda si espia nel presidio. Per questa pena è sottoposto il condannato a’ lavori interni di un forte, con un cerchio di ferro nella gamba destra, secondo i regolamenti. La pena de’ ferri verrà espiata nel presidio ne’ soli casi che sono dalle leggi indicati. Art. 9. La pena de’ ferri sarà di quattro gradi eguali, ciascuno di anni sei… Il quarto comincia da’ venticinque, e termina ai trenta) e un risarcimento di 100 ducati.
Adesso c’è da decidere la sorte dei falsi testimoni: Vittoria Gallo, il figlio Antonio e Saveria De Marco vengono prosciolti dalle accuse e rimessi in libertà. Per gli altri tre è necessario un supplemento di indagini e quindi un processo a parte di cui non conosciamo l’esito.[1]
[1] ASCS, Gran Corte Criminale.