LA STRANA MORTE DI ANGELINA

La mattina del 24 luglio 1939 il Procuratore del re del Tribunale di Nicastro trova nella posta una informativa del Maresciallo Maggiore Gennaro Flocco, comandante la locale stazione dei Carabinieri, datata 23 luglio, e la sua attenzione viene subito catturata dall’oggetto: Morte di Pileggi Angelina.

Poi comincia a leggere:

S’informa la S.V.Ill/ma che alle ore 7 di ieri è deceduta in questo comune e nel suo domicilio la nominata trentaduenne Pileggi Angelina Maria Grazia, nata a Nicastro.

L’atto di morte venne compilato per paralisi cardiaca.

Per la morte della predetta signora si è ribellata l’opinione pubblica e molte voci sono corse in merito alla morte della stessa.

Diverse sono state le persone che hanno fatto presente che il marito, Amatruda Angelo Antonio, per mantenere una tresca con donna di facili costumi, da diverso tempo ha seviziato la moglie, tanto da ridurla pazza.

La predetta defunta sopportava, per amore dei suoi quattro figli, con rassegnazione le sevizie del marito, il quale si permetteva finanche di condurre in casa la prostituta ed imporre alla moglie stessa di assistere ai suoi congiungimenti carnali, bastonandola sempre a sangue ogni qualvolta si ribellava al marito.

La defunta presenta delle lesioni su tutta la persona e anche la testa pare sia affetta da frattura.

Essa veniva contusa ai fianchi da parte del marito e due sere prima della sua morte, per come affermano persone delle quali si fa riserva di comunicare i nomi venne fatta segno a maltrattamenti gravi che la condussero a morte.

E poiché quest’Arma sta indagando per accertare la responsabilità principale da parte dello Amatruda, si fa presente che il cadavere è stato fermato al cimitero a disposizione della S.V.Ill/ma perché possa disporre di autopsia onde accertare la natura delle ferite e la causa della morte.

Per intelligenza della prefata V.S. si fa presente che oggi hanno avuto luogo i funerali della Pileggi e mentre il corteo attraversava le vie di Nicastro con al seguito il marito, tutto il pubblico implorava giustizia a carico del felino che era riuscito a liberarsi della moglie uccidendola.

Dalla descrizione che il Maresciallo Flocco fa di Amatruda, ci troviamo di fronte a un mostro delle cui malefatte tutti sembrano sapessero, eppure tutti hanno lasciato che uccidesse lentamente e atrocemente la moglie. Ma il Magistrato è diffidente per l’inusuale enfasi con la quale il Maresciallo ha descritto il caso e si sofferma su una incongruenza contenuta nella nota: se il Maresciallo ha disposto il sequestro del cadavere mettendolo a disposizione dell’autorità giudiziaria, come mai sono stati celebrati i funerali? Bisogna indagare con prudenza, vista la delicatezza del caso, ed è proprio questo che scrive nella nota di trasmissione dell’informativa al Giudice Istruttore affinché istruisca le indagini ed aggiunge: si fa riserva su eventuali contestazioni all’esito delle indagini.

Avviato l’iter delle indagini, il Giudice Istruttore non dispone la riesumazione della salma, ma convoca i medici che hanno curato la povera Angelina. Il primo è il dottor Giacinto Vecchi, che dice:

Nel giorno che precedette la morte della signora Pileggi mi recai assieme al professor Virgillo a visitare la malata, che aveva come medico curante il collega Giuseppe Petronio. Trovammo l’ammalata in pessime condizioni con fenomeni di psicosi e allucinatori, con emissioni di feci anormalmente fetide, con gravissima depressione cardiaca e temperatura elevata a quarantuno gradi. Dal collega Petronio poi appresi che dall’analisi dell’urina era risultata l’esistenza di una grande quantità di albumina, che attestava una forte compromissione del rene. Il sintomo che parve eccezionale e sorprendente fu il rapido precipitare della resistenza del cuore. In base a quei pochi indizi da me raccolti all’ultimo momento ho fatto l’ipotesi che la Pileggi fosse affetta da riacutizzazione di precedente nefrite o da autointossicazione.

– Avete riscontrato lesioni sul suo corpo?

Sull’ammalata non riscontrai traccia di violenza ad eccezione di alcune piccole macchie sulle braccia, che i presenti mi dissero essere traccia di morsi che si era data da sé.

– È possibile che i sintomi da voi riscontrati possano essere riconducibili a maltrattamenti subiti?

È da escludere che la sintomatologia riscontrata potesse essere determinata da abituali maltrattamenti, salvo che questi si concretassero in traumi di una certa gravità che io non ho riscontrato.

– E un avvelenamento?

Devo escluderlo perché, per la maggior parte dei casi, l’avvelenamento porta vomito, che non è nel caso presente.

Adesso è la volta del dottor Giuseppe Petronio, il medico curante:

Sei giorni prima che la signora Pileggi fosse morta, fui richiesto di visitarla. La trovai soggetta ad una crisi delirante che mi fece impressione. La donna non era a letto, anzi si aggirava per la casa e diceva di vedere davanti a sé del sangue ed il proprio figlio morto. Pensai subito che fosse toccata di cervello, tanto più che alla mia richiesta di volerla visitare si rifiutò in malo modo, coprendomi anche di parole ingiuriose.

– Avete avuto modo di vedere sul suo corpo lividi, lesioni o simili?

Riuscii solo a vedere che sugli avambracci presentava delle ecchimosi le quali, a dire delle persone presenti, se l’era prodotte da sé medesima con morsi. Data l’eccitabilità della donna, che rilevai attraverso le suddette manifestazioni, ritenni quella versione attendibile, anche per il posto dove erano le ecchimosi.

– Dopo quella volta l’avete vista ancora?

Sì e raffermai il giudizio che mi ero fatto e consigliai il marito di fare visitare la moglie da un professore di malattie nervose. Lo stesso mio giudizio rese il dottor Vecchi, che pure era stato chiamato per curare la signora. Successivamente la donna fu presa da forti febbri e, chiamato il professor Virgillo, questi prescrisse delle iniezioni endovenose di chinino ritenendo, credo, che si trattasse di perniciosa malarica. Per la presenza di febbre alta e per le manifestazioni di delirio cui fu soggetta, non è da escludere che la signora Pileggi possa essere morta per perniciosa malarica.

Acquisiti gli incerti pareri dei medici, il Giudice Istruttore ritiene necessario procedere alla riesumazione del cadavere e procedere all’autopsia, dai risultati della quale però viene escluso che si sia trattato di morte derivata da eventi violenti.

Il Maresciallo viene invitato a rivelare i nomi dei testimoni che si è riservato di nominare, ma non è in grado di farlo, avendo agito forse con una certa leggerezza. Ma comunque vengono ascoltati numerosi vicini e parenti, i quali dichiarano di non aver mai sentito la povera Angelina lamentarsi di subire maltrattamenti.

L’estate è passata e l’autunno è arrivato senza altre novità, se non le continue insistenze della sessantunenne Maria Gaetano, zia di Angelina, affinché venga ascoltata dal Giudice Istruttore per fornirgli elementi che consentano l’arresto del vedovo.

Ero zia della defunta Angelina, che avevo allevato, e la mattina di martedì precedente il sabato in cui poi venne a morte, fui mandata a chiamare a casa sua quando già aveva incominciato ad avere le manifestazioni di crisi che la condussero a morte. La trovai in stato di apparente quiete, seduta con le mani in mano e aveva sugli avambracci varie tracce di morsi e annerimenti. Successivamente, mentre era a letto, le notai delle lividure ed annerimenti anche sulle spalle. Io le chiesi chi l’avesse conciata in quel modo perché sarei andata dal Maresciallo ed essa, alle mie domande se fosse stato il marito, rispose affermativamente. Alle contestazioni che io e altri congiunti facemmo al marito, questi giurò di non avere maltrattato la moglie, ma durante la notte, in mia presenza, Amatruda trattò in malo modo la moglie poiché questa dava fastidio gridando per effetto della sua crisi. Dopo la morte della moglie, Amatruda con dell’alcool strofinò le braccia della moglie nei punti in cui c’erano le lividure. Preciso che durante le crisi della moglie, Amatruda dava segni, dico meglio, perdeva la pazienza e alle mie esortazioni diceva “se è pazza che la portino al manicomio. Se fossimo soli io e lei la metterei a posto. Sotto le armi sono riuscito a fare tacere e mettere a posto nove soldati con dei pugni ai fianchi”.

Ecco, siamo al 6 dicembre 1939 ed è finalmente arrivato il momento di interrogare il trentaquattrenne commerciante di generi alimentari Angelo Amatruda, imputato a piede libero di aver maltrattato la moglie, con l’aggravante che dal fatto ne è derivata la morte.

È completamente falso che io abbia mai maltrattato e nemmeno mancato di rispetto alla mia defunta moglie. Non ci sarebbe stato nemmeno il pretesto perché andavamo sempre d’accordo. Appena un mese prima della morte mi aveva prestato la sua garanzia per il concordato del mio fallimento omologato in quell’epoca e non avrebbe fatto ciò se fosse minimamente fondata la fantastica accusa contro di me. Colei che ha messo in giro la voce dei pretesi miei maltrattamenti in danno di mia moglie è Maria Gaetano, mia zia, con la quale non andavamo d’accordo, perché subito dopo la morte di mia moglie fu da me denunziata per appropriazione di effetti creditori e recentemente, con sentenza dello scorso 26 novembre, fu condannata a pagarmi la somma di 354 lire oltre le spese. Maria Gaetano è donna di cattiva indole, che fu separata per quattro anni dal marito, e non va d’accordo nemmeno con i suoi… va dicendo anche che io ho corrotto i periti

Ma della denuncia fatta da Amatruda contro la zia il 12 settembre 1939 non ne era a conoscenza nessuno? E della condanna riportata dalla donna non lo sapeva nessuno?

Probabilmente le carte presentate da Amatruda chiudono il cerchio con le deposizioni dei medici ed il 26 marzo 1940 il Giudice Istruttore emette la sua sentenza nella quale, oltre a ripercorrere le varie fasi dell’istruttoria, critica l’operato del Maresciallo Flocco e soprattutto smonta le accuse di Maria Gaetano: tale deposizione è sospetta non solo per quanto riferisce l’imputato, ma anche perché discorda da quanto hanno deposto gli altri parenti ed è quindi elemento insufficiente di prova. Per questi motivi il Giudice Istruttore dichiara chiusa l’istruttoria e, esclusa l’aggravante, dichiara non doversi procedere contro Amatruda Angelo per il delitto di maltrattamenti semplici per insufficienza di prove.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Tribunale di Nicastro.