ARTERIOSCLEROSI

È il primo agosto 1941 quando i Vigili Urbani di Cosenza arrestano il settantatreenne Giovanni Artese perché pochi momenti prima ha ferito con coltello la moglie Carmela Bartoletti, producendole ferita penetrante nel mesagastrico (mesogastrio. Nda), con lesione di un’arteriola del muscolare.

L’ho ferita per causa d’onore – dichiara subito l’anziano per discolparsi. Poi continua –. Mia moglie mi trascura e mi tradisce

– Ne siete sicuro?

– Sicurissimo, l’ho colpita nel momento in cui mi raccontava di avere avuto recentemente congressi carnali con l’amante Antonio Bottino!

Possibile? Meglio andare in ospedale e ascoltare la versione di Carmela.

Mio marito, vecchio e cieco, è affetto da mania persecutoria gelosa e varie volte ha tentato di colpirmi con armi che io previdentemente di volta in volta gli toglievo. Stamattina, impadronitosi di un coltello che ieri sera gli avevo tolto, mi ha ferito mentre gli allacciavo le scarpe

Forse è più credibile della storia che ha raccontato il marito e intanto Carmela viene dichiarata in pericolo di vita, ma per fortuna, dopo due mesi e mezzo, guarisce completamente.

Le indagini concludono che non ci sono stati né maltrattamenti, né tradimenti e il 23 settembre 1941 il Giudice Istruttore rinvia l’anziano Giovanni al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di lesione con arma.

La causa si discute il 3 febbraio 1942 e l’imputato conferma pienamente la sua versione dei fatti. Dopo l’escussione dei testimoni, la difesa chiede che, tenuto conto dell’età dell’imputato, del suo stato di quasi completa cecità, delle modalità del fatto e delle ragioni che determinarono l’imputato al delitto, sia disposta una perizia psichiatrica per accertarne lo stato di mente. La parte civile non si oppone e la perizia viene affidata al professor Ciro Migliucci di Napoli, che relaziona:

Artese Giovanni, nel momento in cui commise il fatto era affetto da demenza arteriosclerotica a contenuto paranoide persecutorio su fondo senile e versava in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere. È il 7 maggio 1942.

Fissata nuovamente la causa, Giovanni Artese è seduto nella gabbia degli imputati, ma Carmela non si presenta. Il verdetto è già segnato, ma vengono, secondo la legge, lo stesso riascoltati i testimoni e raccolte altre prove, quindi il Pubblico Ministero chiede che l’imputato venga assolto per vizio totale di mente e che sia ordinato il suo ricovero in un manicomio giudiziario per la durata minima di due anni. La difesa non replica e, anzi, si associa alla richiesta dell’accusa. La Corte, da parte sua, osserva: la perizia è precisa e chiara. L’osservazione diretta sul paziente ha accertato con elementi precisi che Artese è affetto, così come lo era al momento del delitto, da mania di persecuzione su fondo geloso e che difettava nell’imputato la capacità di intendere e volere. Ne consegue che l’imputato deve essere assolto e deve ordinarsi il suo ricovero in un manicomio giudiziario per la durata minima di anni due.[1]

Giovanni Artese ha ormai settantaquattro anni, è quasi del tutto cieco e non c’è pietà per lui: deve scendere nell’inferno del manicomio giudiziario.

Lo stesso giorno, il 7 maggio 1942, gli ebrei presenti sul territorio italiano, di età compresa tra i 18 e i 55 anni, sono precettati dal regime fascista per servizi di lavoro forzato. Anche loro stanno varcando la soglia dell’inferno.

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.