NON È MAI UNA COSA DA NIENTE

– Questi fazzoletti di chi sono? – il tono che Rosario Gaudio usa nei confronti del suo figlio maggiore, 8 anni, quando sotto un materasso trova un paio di fazzoletti di cotone è di quelli che ad un bambino, nel 1933, danno la certezza che le buscherà.

– Li ho trovati…

– Li hai trovati? E dove? – la verga di legno di gelso, simile ad una frusta, comincia a sibilare in aria.

– Vicino alla casa di Salvatore…

– E allora andiamo da Salvatore!

Il bambino quei fazzoletti li ha davvero presi sopra un cespuglio vicino la casa del vicino mentre erano stati stesi ad asciugare e vengono restituiti al proprietario, ma la punizione riservata al bambino è troppo severa e le sue gambette vengono segnate dalle violente vergate che il padre gli somministra strada facendo. È il tramonto dell’8 maggio 1933 e la scena si svolge in contrada Vignale di Cerisano.

Quando padre e figlio rientrano in casa, la mamma non può non vedere le lacrime che rigano il viso del suo bambino e i vistosi segni sulle gambette. E non può non accorgersi che suo marito è, come al solito, visibilmente ubriaco.

– Se lo tocchi ancora ti farò a pezzi! – sibila Filomena mentre fa il gesto di accogliere tra le sue braccia il piccolo.

Partono due sonori ceffoni che le si stampano sul viso facendola barcollare. Il bambino non ha voglia di assistere all’ennesima scenata e all’ennesima bastonatura della sua mamma, così scappa via. Non l’avesse mai fatto! Suo padre lo insegue e, raggiuntolo, gli tira un’altra, violenta vergata che lo colpisce su di una tempia. Il sangue comincia a zampillare dalla ferita mentre arriva Filomena, che prende in braccio il bambino e corre verso casa, inseguita dal marito. La donna sa che adesso toccherà a lei e per non farsi raggiungere lascia il figlio e comincia a correre verso le case dei vicini urlando che l’aiutino, che il marito sta per ammazzarla. Nessuno però sente, le case sono troppo lontane o forse chi sente preferisce farsi i fatti suoi. Rosario la raggiunge e comincia a tempestarle il viso di colpi e poi, sbuffando, sparisce nella notte. A Filomena poteva certamente andare peggio, se la cava con un occhio nero e una frattura al setto nasale, più escoriazioni e lividi sparsi su quasi tutto il corpo.

– Cornuto! Figlio di puttana! – gli urla dietro tamponandosi il naso e piangendo a dirotto. Poi va a cercare il bambino e insieme tornano a casa, dove è rimasta da sola la figlia di 7 anni. Con i due bambini va a casa di suo suocero e gli mostra di cosa è stato capace Rosario.

Il vecchio Domenico bestemmia in silenzio, si veste e accompagna sua nuora dai Carabinieri. Sono le 22,45 e l’occhio destro è ormai del tutto gonfio e completamente chiuso.

La mattina seguente i Carabinieri ritracciano Rosario mentre si aggira nei dintorni di casa e lo portano in caserma, dove racconta i fatti a modo suo;

– Ho trovato dei fazzoletti sotto un materasso. Non volevo che i miei bambini si impossessassero di frutta e di oggetti che appartenevano ad altri, anche perché le rimostranze che mi faceva la gente mi mortificavano e mi facevano ricordare che una volta sono stato condannato per furto e volevo evitare che un simile guaio fosse capitato ai miei figli. Così l’obbligai a restituirli e non nascondo che gli assestai qualche bacchettata, ma mia moglie, appena ritornai in casa, mi investì dicendomi che se avessi ancora percosso il bambino mi avrebbe fatto a pezzi. Fu allora che io assestai un altro colpo di bacchetta a nostro figlio ed ella, di rimando, mi graffiò il viso, onde ho perduto la pazienza e le ho assestato due sonori ceffoni che le fecero gonfiare un occhio. A seguito di ciò mia moglie m’investì con le parole “cornuto e figlio di puttana” e, di filato, si recò presso mio padre che, essendo ubriaco, la condusse dai Carabinieri  per una cosa da nulla

– Il certificato medico dice che a vostro figlio avete rotto la testa e a vostra moglie, oltre all’occhio nero, avete rotto il naso…

Io non ho percosso mio figlio sulla testa… se la sarà rotta cadendo e così pure mia moglie si sarà cagionata la rottura del naso cadendo o ha fatto credere al medico che il naso è rotto…

– Potete andare, non posso arrestarvi perché non c’è la flagranza del reato – lo congeda il Maresciallo Michele Di Benedetto.

Ma il Maresciallo continua ad indagare e scopre altre cose molto interessanti: il Gaudio è capace di tutto, specie se preso a vino. Altre volte ha maltrattato la moglie e i figli, infatti non molto tempo fa, alle ore 23 di notte, la povera moglie dovette fuggire di casa e riparare in casa della cognata per sottrarsi alla violenza del marito. Altra volta fu costretta a buttarsi dalla finestra alta dal suolo oltre due metri ed una terza volta, messa alla porta dal marito, dovette dormire sotto la volta di un forno.

Alcuni testimoni interrogati confermano tutto e per Rosario potrebbero essere guai, ma, a sorpresa, Filomena cambia versione;

Non posso confermare quanto dichiarai perché, in preda all’ira, fui esagerata nel riferire che mio marito aveva maltrattato me ed i nostri figli. Mio marito, al solo scopo di correzione, diede al bambino schiaffi e pugni. Io intervenni per difendere mio figlio e fu nella colluttazione che mio marito mi diede dei pugni… io gli graffiai la faccia e perciò egli reagì fortemente

– E tutte le volte precedenti?

Mio marito non mi ha mai maltrattato, come non ha mai maltrattato i suoi due figlioletti. Quando beve un po’ di vino diventa nervoso ed eccitabile, ma ne conseguono delle liti senza alcuna importanza, come quelle che succedono in tante case… io, poi, sono donna ed esagero le cose

– Quindi?

– Quindi non intendo querelarmi contro mio marito poiché nulla mi ha fatto e chieggo perciò che venga prosciolto,

Il problema è che il Pubblico Ministero non crede alla ritrattazione di Filomena e, ritenendo che l’imputato è raggiunto da sufficienti elementi di prova per il reato di maltrattamenti in famiglia, ne chiede il rinvio a giudizio.

Il Giudice Istruttore concorda e il 23 ottobre 1933, Rosario Gaudio viene rinviato al giudizio del Tribunale Penale di Cosenza.

Il dibattimento si svolge nell’udienza del 17 dicembre dello stesso anno con l’imputato in stato di libertà.

Il Pubblico Ministero chiede la condanna ad 1 anno di reclusione, mentre la difesa chiede che il reato venga derubricato a lesioni lievi e l’assoluzione dell’imputato per mancanza di querela.

La Corte accoglie la richiesta del Pubblico Ministero, aggiungendo il pagamento delle spese processuali.[1]

Non è mai una cosa da niente, non può essere mai una cosa da niente, non è mai stata una cosa da niente e mai dovrà esserlo.

[1] ASCS, Processi Penali.