ANCORA NON SEI MORTA!

Ancora è buio alle 5 di mattina del 9 febbraio 1924. Fa molto freddo e per strada non c’è quasi nessuno. Dormono tutti o quasi anche in via Giuseppe Campagna, a Cosenza. Domenico Buscemi, un venditore ambulante di Girgenti che da qualche anno si è trasferito in città con tutta la famiglia, è in quello stato di pre-veglia, o forse sarebbe meglio definirlo di semincoscienza, che è tipico di chi nel sonno si rende conto che da un momento all’altro sentirà la sveglia suonargli nell’orecchio ma non vuole rassegnarsi all’idea di doversi alzare per guadagnarsi il pane.

Ma il suono lancinante che gli perfora i timpani e lo fa mettere a sedere sul letto con gli occhi sgranati non può essere quello della sveglia che sta ticchettando tranquillamente sul comodino. Buscemi si stropiccia gli occhi proprio mentre un altro suono lo colpisce.” Ma chi diavolo grida di notte?” pensa, poi sente un altro, questa volta disperato, grido e non ha più dubbi

– Aiuto! Domenico, Teresina! Aiutatemi che mi sta ammazzando! – a invocare aiuto è Giulia Piraino, sessantenne vicina di casa della famiglia Buscemi. In un lampo, Domenico si infila i calzoni e, scendendo le scale a quattro a quattro, si precipita in strada. Ansimando, si accorge che le grida provengono dal piano superiore dell’abitazione di Giulia e decide di buttare giù una delle due porte che danno accesso all’abitazione. All’interno le urla si fanno più concitate e sempre più vicine e, quando finalmente Buscemi riesce a sfondare la più piccola delle due porte, alla poca luce del lampione lì vicino che riesce a penetrare all’interno della stanza, si trova davanti una scena raccapricciante. Francesco Bianchi, sessantatreenne impiegato del dazio e convivente di Giulia, con un coltellaccio da cucina in mano e completamente nudo, sta colpendo ripetutamente la donna. Buscemi non si impaurisce, entra e afferra la donna trascinandola fuori, poi con una mossa fulminea chiude dentro l’aggressore e si mette anche lui a urlare per chiedere aiuto. Aspetta qualche secondo poi, non vedendo nessuno, decide di lasciare la donna lì e di correre a chiamare le guardie municipali che hanno l’ufficio a qualche decina di metri di distanza. Francesco Bianchi è dietro la porta e sente i passi del vicino che si allontanano. Apre la porta e si guarda intorno. Nessuno. Come una furia si butta addosso a Giulia e comincia a colpirla di nuovo con fendenti dati alla cieca ma, proprio in quel momento, Buscemi spunta dall’angolo della strada e vede ciò che sta accadendo

– Vigliacco! Fermati! – gli urla mettendosi a correre verso di lui. Francesco lascia la donna e si rifugia nuovamente in casa – ma quando cazzo arrivano le guardie? Aiuto! Qualcuno venga ad aiutarmi – urla a squarciagola mentre dalle case circostanti comincia ad aprirsi qualche finestra. Buscemi pensa che ormai il peggio sia passato e si dirige di nuovo verso l’ufficio delle guardie ma si sbaglia. Francesco Bianchi esce di nuovo per strada col coltello in mano, sente i lamenti della sua convivente a terra in una pozza di sangue ed esclama con disprezzo:

– Ancora non sei morta! – questa volta non è nudo. Ha indossato un paio di calzoni che gli stanno larghi e li tiene su con la mano sinistra mentre con la destra infierisce ancora sul corpo della povera Giulia che, nonostante tutto, respira ancora. Sulla strada appare una donna che gli urla di smetterla. Francesco si gira a guardarla infastidito e le dice – Ah! Pure tu ci sei? – poi le si lancia contro mentre la donna fa appena in tempo a ripararsi in un portone e si salva. L’uomo alza lo sguardo e vede un’altra donna china sul corpo di Giulia che le sussurra “Mettimi qualcosa addosso che ho freddo…”. Con un urlo disumano la aggredisce ma quella gli sfugge e cerca di rientrare in casa. Quando sta per chiudersi dietro la porta, Francesco riesce a mettere la mano armata nella fessura rimasta e a vibrare una coltellata che si pianta nel braccio sinistro della malcapitata, la quale per fortuna riesce a respingerlo.

Tutto ciò accade in pochi secondi, giusto il tempo che Buscemi ha impiegato per sbirciare da dietro l’angolo della strada se le guardie stanno arrivano o meno. Quando Francesco Bianchi sta per accanirsi per la quarta volta sulla povera Giulia vede Buscemi, ne ha timore, e si chiude in casa. Intanto sulla via adesso è un brulicare di gente che si affanna a fabbricare una rudimentale barella per portare la donna, ormai quasi dissanguata, in ospedale e quando il piccolo corteo comincia a scendere lungo Corso Telesio, finalmente arrivano le guardie, alle quali viene mostrata la casa dove Bianchi è barricato.

Non c’è bisogno di sfondare la porta. L’uomo, appena capisce chi c’è davanti alla sua porta, apre, porge alle guardie il coltello tenendolo dalla lama e dice loro:

– A voi aspettavo, eccovi il coltello e ora attaccatemi.

Lo portano via così come lo hanno trovato, con i soli calzoni che gli cadono e senza nient’altro addosso. Però le guardie si accorgono che è ferito abbastanza seriamente all’addome dal quale scendono quattro o cinque rivoli di sangue. Questa circostanza è notata anche da Buscemi che è perplesso. Lui lo ha visto da molto vicino per ben tre volte e non ha mai notato alcuna ferita all’addome.

Quando le guardie arrivano in ospedale con Francesco Bianchi apprendono la triste notizia che Giulia è morta mentre ne stava varcando la soglia e uno di loro dice all’assassino:

– Mò sono cazzi tuoi, è omicidio volontario!

– Mi ha aggredito lei e mi ha confessato che se la faceva con altri… – gli risponde.

È il Sostituto Procuratore Salvatore Fattorini che si incarica di fare il sopralluogo in via Giuseppe Campagna 35 per cercare di capire come si sono svolti i fatti fin dall’inizio. Quando arriva sul posto, nota subito una grossa chiazza di sangue sul selciato sconnesso. Per terra, accanto alla porta d’ingresso della casa, una giacca da uomo insanguinata e sporca di terra; entrato in casa osserva che nella grande stanza a piano terra non vi sono che poche suppellettili ma il pavimento è quasi del tutto pieno di pozze di sangue. L’attenzione di Fattorini viene catturata da una manica di camicia piena di sangue sul pavimento; più avanti, in fondo alla stanza, c’è la scala in pietra che sale al piano superiore e nota sui gradini una fila ininterrotta di gocce di sangue che si interrompe quasi a metà della prima stanza del piano superiore, dove ci sono due letti e diversi mobili. Entrato nella seconda stanza vede un letto matrimoniale disfatto e il pavimento pulito. Si avvicina al letto e sul lenzuolo di sotto nota una piccola macchia di sangue. “È qui che ha cominciato”, pensa. Ma la cosa più sorprendente è che tutto è perfettamente in ordine e niente lascia pensare ad una logica colluttazione tra i due.

In questo frattempo arriva, trafelato, un carabiniere che gli riferisce di verificare se ci siano dei fori sul soffitto perché Bianchi, che il Procuratore sta interrogando in quei momenti, sostiene che Giulia, in combutta con i vicini di casa, ha fatto fare dei buchi sul soffitto per consentire a questi di spiarli. Ma non esiste nessun foro da nessuna parte.

– Un paio di mesi fa sono stato ricoverato per farmi asportare una cisti al collo ma quando mi hanno dimesso avevo il sistema nervoso scosso e non sono più stato in grado di lavorare al Dazio. Da quel momento la mia amante ha cominciato a maltrattarmi e ha cominciato a portare via un sacco di roba da casa nascondendola nell’abitazione dei nostri vicini Zampamunnu. Io mi sono accorto anche che lei, d’accordo con i vicini, ha fatto fare dei buchi al soffitto perché potessero spiarci. “Te ne devi andare da questa casa” mi diceva ogni mattina, aggiungendo offese. Mi faceva continuamente dire dai vicini che era meglio che me ne andassi invece di stare lì a fare il cornuto, visto che lei mi tradiva.  Stamattina è successa la stessa cosa. Io ancora dormivo e lei ha cominciato a insultarmi con la sua solita litania e io, svegliatomi, le ho dato le solite risposte. Ad un certo punto lei si è alzata molto arrabbiata ed è andata di sotto. Io l’ho seguita con addosso solo la camicia e lei, preso un coltello, mi si è lanciata addosso colpendomi alla pancia. Ne è nata una feroce colluttazione e non so come ho fatto ma l’ho disarmata, poi ho cominciato a colpirla io senza badare a dove tiravo i colpi…

Ma il racconto non quadra affatto. I Zampamunnu non abitano l’appartamento sopra a quello di Bianchi ma in un fabbricato vicino; c’è la testimonianza di Buscemi che giura di aver visto l’assassino completamente nudo e senza alcuna ferita; l’appartamento è in ordine; solo in un secondo momento si è messo un paio di calzoni ma non la camicia e sono apparse le ferite.

I tre figli della coppia – i due convivevano da più di trent’anni, da quando Francesco rimase vedovo e si prese in casa la sorella della moglie, Giulia, a sua volta abbandonata dal marito emigrato in America – sono concordi nel sostenere che il padre da un po’ di tempo soffrisse di depressione e per questo motivo l’avevano fatto visitare dal dottor Francesco Scarnati il quale lo aveva trovato affetto da psicosi arterio-sclerotica e più propriamente da una forma paranoide presenile che gli procurava mania di persecuzione e allucinazioni. Anche i vicini e i colleghi di lavoro confermano che da qualche tempo Francesco era diventato più taciturno e solitario di quanto già non fosse, ma tutti sono altrettanto concordi che Giulia e Francesco erano molto innamorati l’una dell’altro e che Francesco era tutto casa e lavoro, non piacendogli frequentare cantine e bere vino, rifiutando ogni invito che gli veniva fatto. A questo punto è chiaro che prima di procedere con la richiesta di rinvio a giudizio è assolutamente necessario sottoporlo a perizia psichiatrica.

Intanto Francesco Bianchi viene sottoposto a un delicato intervento chirurgico all’addome perché i medici temono che una delle ferite possa interessare l’intestino e, con l’occasione, provvedono anche a suturargli gli altri numerosi tagli sull’addome, tutti prodotti con colpi dati trasversalmente e non diretti, la qual cosa lascia pensare che si tratti di atti di autolesionismo, e quelli, altrettanto numerosi, alle mani. In quest’occasione gli vengono riscontrati anche numerosi graffi alle mani e alle braccia procuratigli dalle unghie di Giulia nel disperato e vano tentativo di salvarsi dalle trentasette coltellate che l’hanno uccisa.

Così Francesco Bianchi, ristabilitosi dalle ferite, il 19 agosto 1924 entra nel manicomio giudiziario di Napoli per essere sottoposto a perizia psichiatrica.

I medici ci restituiscono l’immagine di un uomo completamente diverso da come tutti lo hanno sempre conosciuto. Per loro Francesco, fin dall’infanzia, è un tipo indisciplinato, ribelle, poco affettuoso, dedito al vino e al gioco, stante che è un cantiniere dedito all’alcol in modo cronico. Un cantiniere? Ma quando mai! Probabilmente i medici si confondono con qualcun altro. L’unica cosa che riescono ad accertare attraverso il suo racconto è che le ferite all’addome se le è prodotte da solo quando si rese conto che Giulia ancora non era morta.

E i medici non hanno nemmeno rispetto per la sua dignità di uomo perché lo fanno fotografare nudo e indifeso in varie pose. Perché? Cosa c’entra la nudità di un vecchio con l’accertamento della sua capacità di intendere e volere al momento dell’omicidio? Niente.

Comunque, gli psichiatri di Napoli sono in grado di diagnosticare note spiccate di arterio-sclerosi con consecutivo decadimento fisico. Tale patologia è da ritenersi, continuano, espressione del logoramento delle arterie per effetto delle numerose influenze chimiche e meccaniche a cui esse sono esposte durante la vita. Fra le influenze chimiche va soprattutto annoverato l’alcoolismo. Deve quindi ritenersi che le alterazioni dell’apparato arterioso siano dovute nel nostro caso proprio all’alcoolismo cronico che ha, nello stesso tempo, determinato una più rapida involuzione cerebrale. Il disorientamento del soggetto, i disturbi psico-sensoriali, l’attenzione poco sostenuta, la diminuzione di memoria, il delirio di nocumento, le idee deliranti di persecuzione che abbiamo in lui riscontrato dal punto di vista psichico, associati alle dette alterazioni arteriali, il cui fattore etiologico è stato da noi ravvisato soprattutto nella intossicazione cronica alcoolica, ci fanno senz’altro formulare la diagnosi di demenza arterio-sclerotica in alcoolista cronico.

E, benchè dagli atti processuali risulta che il Bianchi non fosse alcoolista, pur tuttavia ciò viene smentito dalle informazioni date dal Comandante la Stazione dei RR.CC. di Cosenza, il quale riferisce, nel questionario restituito in data 28 agosto u.s. alla Direzione del Manicomio Giudiziario di Napoli, che l’imputato era, invece, dedito al vino. Del resto, le note cliniche presentate dal soggetto sono caratteristiche della intossicazione cronica alcoolica.

Ecco spiegato l’arcano! A Cosenza, l’unico ad accorgersi che Francesco Bianchi fosse un ubriacone è stato il Comandante della caserma dei Carabinieri il quale, però, aggiunge che Bianchi risulta avere sempre lavorato per cercare di migliorare la sua posizione economica, emigrando anche per l’America e non è quindi un delinquente abituale. Resta solo da capire quando e dove Francesco Bianchi si ubriacasse.

Diagnosticata la patologia, concludono i periti, al tempo del delitto il Bianchi era già un infermo di mente e, come tale, egli non è da ritenersi responsabile dell’atto criminoso ascrittogli ma dal momento che i deliri di nocumento e le consecutive idee deliranti persecutorie persistono tuttora in lui, benché sottratto al suo ambiente abituale e la sua liberazione potrebbe riuscire, quindi, pericolosa per sé e per gli altri, se prosciolto, dev’essere internato in un Manicomio Civile.

È il 19 novembre 1924 e un altro essere umano, sebbene autore di un crimine orrendo e capace o incapace che sia, viene inghiottito dall’inferno.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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