L’ULTIMA VOLTA

È la mattina dell’8 luglio 1947 e a San Pietro in Amantea fa caldo. La ventiseienne Maria Pati, appena uscita dalla stalla di casa sua, incontra per strada Saveria Zimbaro, la madre del suo ex fidanzato – forse sarebbe meglio dire “amante” – Ugo De Luca

– Savè, è inutile che ti affanni a preparare i dolci per il matrimonio di tuo figlio con Antonietta

– E perché?

– Perché l’ho sparato… è nella stalla – le dice con tono quasi indifferente continuando ad andare per la sua strada

Stupore, incredulità, panico.

Saveria corre nella stalla e trova suo figlio a terra, colpito da tre proiettili di rivoltella: due nella parte sinistra del petto ed uno alla scapola destra. Morto.

Maria si costituisce nella caserma dei Carabinieri di Amantea e racconta che cosa l’ha spinta ad uccidere Ugo De Luca

 – Da anni, senza interruzione, avevo intimi rapporti con Ugo e pertanto mi consideravo la sua fidanzata… d’altra parte Ugo mi aveva promesso ripetutamente di sposarmi ed invece, verso la fine di novembre del quarantasei, si fidanzò ufficialmente con Antonietta Tarasi… si sarebbero dovuti sposare dopodomani, il 10 luglio! Io protestai rivolgendomi ad Ugo e ad Antonietta… una decina di giorni fa andai pure dal parroco, don Gabriele, per impedire le nozze tra i due, senza nulla ottenere perché, anzi, Ugo venne qui in caserma e voi mi avete fatto una diffida

– E allora hai meditato di ammazzarlo…

– No, le cose non sono andate così. Il massimo del crimine lo ha commesso lui perché mi ha abbordata nella stalla dove mi trovavo per caso per prendere legna da ardere per la cucina e, sebbene si doveva sposare dopo due giorni, mi ha invitata a congiungermi carnalmente con lui un’ultima volta. Sdegnata per il suo comportamento, ho finto di acconsentire alle sue voglie dicendogli di attendere perché dovevo salire un attimo in casa, che è sopra la stalla. Sono salita e ho preso la rivoltella lasciata da mio padre in un tiretto, sono ritornata nella stalla e quando lui ha teso le braccia per abbracciarmi gli ho esploso contro, consecutivamente, tre colpi, uccidendolo

Sarà credibile? È solo la sua versione perché nessuno ha assistito alla scena e quindi nessuno può confermare o smentire il suo racconto.

Le indagini, tra le altre cose, mettono in luce che uomo fosse Ugo De Luca e ciò che potrebbe emergere, forse potrà aiutare Maria: se il De Luca, di indole libertina (difatti egli, che oltre di avere avuto rapporti carnali con la Pati, aveva resa incinta la cugina Francesca, che poscia fu abbandonata dal marito, aveva convissuto alcuni mesi con una donna che, ritornando dal servizio militare, aveva condotto con sé; e infine aveva reso incinta di tre mesi la fidanzata ufficiale Antonietta Tarasi), non si fosse recato nella stalla a chiedere alla Pati un ultimo concubito, il fatto di sangue non sarebbe avvenuto. Se altro movente occasionale avesse avuto il delitto, non potrebbe spiegarsi la presenza del De Luca nell’interno della stalla dove ne fu rinvenuto il cadavere. Si, secondo il risultato delle indagini, Maria è credibile, ma ha ucciso un uomo e la cosa non può finire così, senza approfondire tutto in un pubblico dibattimento. Maria Pati viene rinviata al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza e il 23 dicembre 1948 si conoscerà la sua sorte.

Si è trattato di legittima difesa o, quantomeno, di eccesso colposo di legittima difesa, sostengono i difensori.

No, trasferendosi dalla stalla al piano soprastante ove abitava, si era sottratta a qualsiasi pericolo incombente ad opera del De Luca, sostiene l’accusa.

La Corte dà ragione al Pubblico Ministero, spiegando: Tra le condizioni per avere legittima difesa deve sussistere anche quella del pericolo attuale di offesa ingiusta, cioè la difesa deve essere contemporanea al pericolo ed apparire come immediata reazione a questo. Poiché nel caso in esame non si riscontra la sussistenza dell’attualità del pericolo rispetto alla Pati, non può applicarsi a suo favore il beneficio richiesto. Né può ravvisarsi nell’azione dell’imputata eccesso colposo perché per aversi questo, è necessario che si agisca in condizioni di legittima difesa. In ogni caso non risulta provato che il De Luca abbia realmente posto in essere un’azione che, male interpretata e compresa, abbia fatto nascere nell’imputata la fondata preoccupazione di versare nello stato di necessità.

Nuvole nere sembrano addensarsi sul destino di Maria Pati. Però, dalle testimonianze raccolte nel dibattimento, oltre ad essere confermata la cattiva condotta di Ugo De Luca, esce fuori, seppure macchiata dal neo della relazione intima con la vittima, l’onestà di Maria che, in un ultimo sussulto di orgoglio, ha voluto salvare il proprio onore, agendo così in stato d’ira determinato da fatto ingiusto della vittima, per motivi di particolare valore morale. Di vero, essa era stata tradita ed abbandonata dal De Luca il quale si accingeva a sposare un’altra donna, dimentico che l’aveva sedotta e da tali circostanze, secondo le idee, i sentimenti e le convinzioni diffuse e dominanti nel consorzio civile, risulta nella specie la sussistenza dei motivi anzidetti. Maria Pati fu provocata da De Luca con l’invito ad un ultimo concubito, facendole così intravedere che era stata per lui soltanto un mezzo per soddisfare la propria sfrenata libidine; a ciò si aggiunga che Maria Pati, avanti il delitto di cui è chiamata a rispondere, non ha lasciato a ridire se non a causa dei rapporti intimi con il De Luca. Si è cercato di farla apparire donna di facili costumi ricorrendo, all’ultima ora, alla deposizione di tal Alfredo Longhi, ma dalla deposizione di costui, in sostanza, non è risultato altro che la Pati gli parlò una sola volta alla presenza di terza persona, perché Longhi, che viveva separato dalla moglie, divisava di sceglierla a compagna della sua tormentata esistenza, non ostante i trascorsi di lei con il De Luca.

Le osservazioni della Corte sembrano quasi l’arringa del suo difensore e qualcuno si aspetta addirittura di vederla assolta, ma non è così: Maria Pati è responsabile di omicidio volontario e quando si passa a conteggiare la pena da infliggere arriva un’amara sorpresa: 21 anni di reclusione! Lo sconforto è evidente negli occhi di Maria, ma ancora non sono state conteggiate le attenuanti: partendo da 21 anni di reclusione e concedendo alla Pati le attenuanti generiche, dello stato d’ira e dei particolari valori morali, si stima giusto infliggerle la pena di anni 6, mesi 2 e giorni 20 (oltre le pene accessorie e i danni), così calcolati: anni 21 – 1/3 = anni 14 – 1/3 = anni 9 e mesi 4 – 1/3 = anni 6, mesi 2 e giorni 20.

Ma Maria Pati non sconterà tutta la pena: il 24 marzo 1950 la Corte d’Appello di Catanzaro, visto il D.P. 23/12/49, le condona 3 anni della pena residua e tra pochi mesi sarà libera di tornare a casa.[1]


[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

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