IL CAPPELLO AMERICANO

È l’imbrunire del 4 settembre 1920. Domenica Abate, trentatreenne contadina di Longobardi, sta tornando nella sua casetta rurale in contrada Bovernino con la cesta vuota sottobraccio dopo aver venduto degli ortaggi in paese.

– Bonasira Minicù – la saluta Maria Aloise, che è seduta sul gradino di ingresso della sua casa – che si dice?

– Bonasira Marì… che si dice, si dice che quel disgraziato di mio marito mi ha incontrato testè

Tuo marito va dicendo che alimenti non ne avrai mai da lui.

La legge aggiusterà queste cose… ti saluto Marì – taglia corto Domenica che prosegue per la sua strada.

E si, le cose tra Domenica e suo marito Paolo Amendola non vanno affatto bene. Non vanno bene da quando, appena tornato dall’America, gli hanno detto che sua moglie aveva tradito la fede coniugale. Paolo, dalla prima sera del suo rientro a Longobardi, si stabilisce a casa dei genitori e non c’è verso di dimostrargli che quella del tradimento è solo una malignità, che lei gli è sempre rimasta fedele. Così Domenica fa causa contro suo marito per ottenere gli alimenti.

Anche Rosaria Amendola e sua nipote Domenica Costabile stanno tornando a casa in contrada Bovernino all’imbrunire del 4 settembre. Quando passano accanto a una grande quercia sentono un fruscio come di un animale che si sta muovendo dietro l’albero e, impressionate, affrettano il passo. Subito dopo incontrano Domenica Abate che procede nelle direzione opposta alla loro.

– Hai venduto tutto? Benedica! – si complimentano le due donne

– Si! Oggi è andata bene! Me ne vado che è tardi… – e così le tre donne si salutano e continuano la propria strada.

10 secondi, forse 15, poi la calma della sera viene interrotta da un colpo di arma da fuoco.

Ohi mamma! – esclama spaventata Concetta Mannarino, poi pensa che certamente a sparare è stato il notaio Miceli che sparava i ghiri.

Rosaria Amendola e sua nipote Domenica Costabile sentono distintamente il colpo esploso a pochi passi da loro. Si guardano impaurite ed entrambe pensano: qualcuno sta ammazzando Domenica Abate. I loro dubbi sono immediatamente fugati dalla voce della donna che urla come se stesse chiedendo aiuto:

Ciccio, Ciccio Amendola!

Poi un altro colpo di arma da fuoco, il tonfo sordo di un corpo che cade e il rumore di passi affrettati che si allontanano. Zia e nipote sono terrorizzate, vorrebbero accorrere ma pensano che, invece, la cosa migliore da fare è andare al tabacchino di Luigi Amendola per chiede aiuto. Qui trovano il proprietario con qualche avventore e tutti insieme corrono sul posto. Qualcuno porta una lanterna e i dubbi sono fugati: per terra, bocconi, c’è Domenica Abate con un foro all’altezza dell’orecchio sinistro, morta. A poca distanza c’è la cesta con accanto un cappello americano verde sbiadito.

Il Maresciallo Giovanni Primiero, comandante la stazione di Fiumefreddo Bruzio, viene avvisato immediatamente per mezzo di una lettera del Prosindaco di Longobardi e arriva sul posto prima dell’alba. Conosce bene la situazione familiare di Domenica e si convince che l’autore del delitto altro non poteva essere che il proprio marito. Proprio per questo decide, prima di andare sul luogo del delitto, di andare a casa di Paolo Amendola, che rimane quasi sul limite della via salendo a Longobardi. Nel trappeto sottostante la casa, dove macinavano ulive, trovammo lui seduto, il fratello Luigi e Amendola Antonio (quest’ultimo non parente) che accudivano alla mula ed alla vasca.

– Amendola Paolo, che fai qua? – gli fa, in tono perentorio, il Maresciallo.

Nulla, sono così, seduto – gli risponde impallidendo.

– Dove sei stato ieri sera?

Mi sono recato a Longobardi per comprarvi sigari

– Che strada hai fatto?

All’andata la strada della contrada Bovernino ed al ritorno la via principale che passa dalla Toriana

– A che ora sei rientrato?

Verso le 19 o 19,30

– Ti ha visto qualcuno che può confermarlo?

– No

– Hai incontrato tua moglie mentre andavi al tabacchino o mentre tornavi?

– No.

– Hai ammazzato tu tua moglie?

– No.

Poi Primiero va dal fratello di Paolo, che non ha potuto ascoltare la conversazione, comincia a torchiarlo e finalmente, dopo molte insistenze, Luigi Amendola finisce con l’ammettere che Paolo è rientrato a casa verso le ore 20 circa. Anche Antonio Amendola finisce con l’ammettere che Paolo s’era allontanato dal trappeto verso tardi, rincasando verso le 20, insomma poteva essere mezz’ora di notte.

Primiero ordina a Paolo Amendola di seguirlo e, giunti vicino al cadavere, egli con cinismo ributtante si accese la pipa mettendosi a fumare.

Soffri dispiacere? – gli chiede il Maresciallo.

Posso avere dispiacere dopo quello che mi ha fatto? – gli risponde con indifferenza.

Poi il Maresciallo si avvicina alla cesta, che alla luce del sole appare trapassata da un proiettile, e al cappello.

– È tuo?

– No – risponde aggiustandosi ostentatamente il cappello nero, molto vecchio, sporco e rotto alla piegatura della falda avanti e dietro.

Ma ora che la luce del sole illumina chiaramente tutto, Primiero, osservando Paolo Amendola, nota qualcosa che potrebbe dire molto sull’autore del delitto: sopra e sotto le sopracciglia destra cinque abrasioni fresche prodotte da unghiate, nonché, trasversalmente sulla tempia destra, un’abrasione lunga quasi sei centimetri ed una di circa un centimetro al lobulo dell’orecchio destro prodotte da punta di ago o spilla.

– Come te le sei fatte? – gli chiede Primiero.

Me le sono fatte giovedì scorso, 2 settembre, cadendo da sopra una mula

– Invece te le ha fatte tua moglie dopo il primo colpo perché, essendo rimasta illesa, ha cercato di difendersi! Sei in arresto!

Tutti sono convinti che Paolo Amendola sia l’assassino di sua moglie, perché tutti sanno che il cappello perso dall’assassino è suo, ma nessuno parla per paura.

Primiero convoca in caserma tutti i familiari dell’accusato e fa vedere loro cinque cappelli, quello americano verde sbiadito, quello nero molto vecchio che ha trovato in testa all’accusato e altri tre cappelli estranei di cui due neri e vecchi e uno colorato e vecchio, ma nessuno di essi ha voluto indicare quale dei cinque cappelli fosse quello del loro congiunto, stringendosi tutti nelle spalle col dire che non conoscevano qual cappello lui portava usualmente, né se era nero o colorato. Solo la madre, la sorella ed il cognato hanno affermato che egli non portava mai cappello rotto. Solo il fratello Francesco ha indicato il cappello vecchio e rotto, cioè quello che Paolo portava all’atto dell’arresto. Ma è ovvio che mentono perché, sostiene il Maresciallo Primiero, non è ammissibile che essi congiunti non conoscessero il cappello che usualmente l’arrestato portava, perciò si sono trincerati in simili dichiarazioni trovandosi imbarazzati.

Poi si presentano prima la guardia municipale, nonché negoziante, Giuseppe Veltri e riconosce senza esitazione il cappello americano verde sbiadito per averlo visto più volte in testa all’accusato e quindi Vincenzo Bruno, che il 4 settembre ha lavorato insieme a Paolo nella fiera di Tariana di Longobardi, il quale afferma che il cappello che di solito l’accusato portava in testa era colorato, biancastro, cioè un verde scolorito, sano e di mediocre stato.

Quando viene interrogata Maria Aloise e dichiara di avere sentito Domenica dire che aveva incontrato poco prima suo marito, i guai per Paolo Amendola si fanno seri. E si fanno davvero seri quando l’altra guardia municipale, Francesco Mannarino, dichiara di aver visto insieme marito e moglie vicino alla casa del messo daziario Vincenzo Pellegrino.

Il 14 settembre per Paolo Amendola la testimonianza spontanea di Giuseppina Berta, sessantenne contadina di Longobardi, potrebbe essere il colpo di grazia:

Verso l’imbrunire del 4 corrente, dalla campagna, prima di rincasare alla contrada Campolivari, salendo dalla strada Cava di Bovernino, mi recavo alla rivendita di Amendola Luigi per comprarvi mezzo chilo di sale. Giunta vicino ove fu rinvenuto il cadavere di Abate Domenica, trovai, poggiato con le spalle al muro sotto la quercia, Amendola Paolo, il quale subito mi disse: “O passi subito o voltati!”; io risposi: “Io non passo né avanti, né vado indietro!” e poiché me lo ripetette la seconda volta, ebbi paura e mi voltai indietro. Non passarono che tre o quattro minuti e intesi due colpi di revolver e subito dopo vidi costui scappare come un cavallo in mezzo ai fondi e senza cappello in testa. In me stessa, nell’udire i colpi, dissi: “L’ha fatto il guasto, uomo o donna l’ha ucciso!”, pensando a marito e moglie perché la madre dell’Amendola Paolo proprio a me aveva detto due o tre volte che il figlio doveva uccidere alla moglie. È stata proprio lei a portare a questo stato il figlio Paolo.

Ma Paolo Amendola non cede nemmeno davanti a tutte le prove testimoniali e si difende:

Il 1° novembre dell’anno scorso, appena entrai in casa dei miei genitori, mia madre mi disse: “Figlio mio, tutto il pubblico dice unanimemente che tua moglie è incinta”. A tale dolorosa notizia io rimasi pietrificato e non mi recai in casa mia per non vedere mia moglie, la quale tenne presso di sé nostra figlia. Da quando rimpatriai dall’America non ebbi occasione di imbattermi con mia moglie se non due o tre volte in mezzo alla pubblica via

– Avete mai minacciato vostra moglie, in presenza di parecchie persone, di volerla bastonare?

– Non è vero, nessuno mi vide bastoni in mano. Quella volta mia moglie mi insultò ma io non reagii

– È vero che vostra moglie aveva sporto denuncia per ottenere gli alimenti, visto che l’avevate abbandonata?

– Si, pendeva una causa tra me e mia moglie per gli alimenti perché separati di fatto.

– Perché l’avete uccisa? – gli chiede a bruciapelo il Pretore.

Persisto nel dichiararmi innocente – insiste.

– Chi ha ucciso vostra moglie?

Che so io? Che posso sapere chi va girando la sera per le strade? – risponde con tono risentito.

– Aveva nemici oltre a voi? Perché non potete negare che eravate nemici…

Non so se mia moglie avesse inimicizieammetto che con essa non andavo affatto d’accordo, anzi da quando ritornai dall’America, cioè il 29 ottobre 1919, non mi recai mai in casa di mia moglie e non ebbi con lei alcuna relazione – ripete per l’ennesima volta.

– Vi rendete conto che contro di voi ci sono molti indizi che portano alla vostra colpevolezza?

Non potevo uccidere io mia moglie perché non ero un uccello capace di trovarsi nello stesso momento in due luoghi diversi. Infatti la sera del quattro settembre, a un’ora circa del giorno, lasciai il trappeto dove lavoravo per recarmi a Longobardi al solo scopo di provvedermi da fumare. Percorsi la via di campagna detta Cava di Bovernino e mi portai al tabacchino di Amendola dal quale acquistai un sigaro ed una scatola di fiammiferi. Poscia, seguitando per la via Bovernino che conduce al paese, mi fermai alla cantina di Matteo Parisi col quale scambiai poche parole, trattenendomi alquanti minuti. Seguitando la suddetta via presi la strada dell’Indipendenza e, scendendo per il paese, mi trovai sul piazzale della casina, ove giunto imboccai la strada di sotto detta della Toriana o Viale San Francesco. Arrivai a casa verso le sette e mezza.

– Avete allungato di parecchio così!

Quella che ho fatto è la via più battuta.

– Può darsi. La cosa certa è che state mentendo perché non avete preso la via Toriana ma la via di Circonvallazione, voi non ci crederete ma vi hanno visto molti testimoni prendere quella via e poi incontraste vostra moglie! – urla il Pretore sbattendo un pugno sul tavolo.

Non è vero! quando uscii dal tabacchino e ritornai per via Bovernino in paese non vidi, né incontrai punto mia moglie.

– Abbiamo i testimoni…

Io non vidi mia moglie – ripete ostinatamente.

– E come giustificate il fatto che vostro fratello Luigi e Antonio Amendola hanno deposto che ritornaste nel trappeto verso le otto e un quarto o le otto e venti?

Non è possibile, non potevo arrivare a quest’orapotevano essere le sette e mezza o le otto

– E cosa dite del cappello trovato vicino al cadavere? Moti testimoni giurano che è vostro…

Non ho visto mai questo cappello

Negare anche l’evidenza, questa è la sua strategia difensiva che non lo porterà lontano. Il 21 febbraio 1921 la Sezione d’Accusa lo rinvia a giudizio con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione.

Per la sua difesa Paolo Amendola sceglie due pezzi grossi del foro cosentino, l’avvocato Benedetto Carratelli e l’onorevole Miceli Picardi, coadiuvati dall’avvocato Alfonso Zupi, ai quali si aggiungerà anche l’avvocato Pietro Mancini. Evidentemente Paolo sta dando fondo a tutto ciò che ha risparmiato in America. La parte civile è sostenuta da un altro pezzo grosso, l’onorevole Stanislao Amato. Pubblico Ministero è Filippo Coscarella.

Dopo vari rinvii, il dibattimento inizia il 27 giugno 1922 e va avanti senza sussulti fino al 4 luglio con la conferma della fedeltà coniugale di Domenica Abate, donna più che onesta, quando la Giuria, modificando il reato ascritto, condanna Paolo Amendola per il reato di omicidio volontario con la concessione delle attenuanti generiche e l’attenuante di avere agito in tale stato d’infermità di mente, non da togliergli la coscienza o la libertà degli atti, ma da scemarne grandemente l’imputabilità, senza escluderla. Quindi sospettare (o far finta di sospettare) che la propria moglie sia una poco di buono porta disturbi mentali tali da poterli utilizzare come attenuante per ucciderla e scampare all’ergastolo.

Fatti tutti i conteggi necessari, la pena è stabilita in 7 anni, 6 mesi e 8 giorni di reclusione, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e al pagamento dei danni alle parti civili.

La Suprema Corte di Cassazione, il 27 dicembre 1922, rigetta il ricorso di Paolo Amendola.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

Lascia il primo commento

Lascia un commento