LA VEDOVA BIANCA

 

Rosaria Provenzano, 32 anni di Longobardi, è come suol dirsi una vedova bianca perché il marito, Matteo Rao, appena sposati la lascia incinta e parte Allamerica senza dare più notizie della sua esistenza in vita. Da quel giorno sono passati più di cinque anni, proprio l’età di Francesco, l’unico legame di Rosaria con quel marito che non ha praticamente mai avuto.
La solitudine che accompagna la sua vita è mitigata molto poco dalla sua famiglia d’origine con la quale non va molto d’accordo, ma che comunque l’aiuta a crescere il bambino. Ciò che la deprime è la mancanza di due braccia forti che la stringano e le facciano provare quei brividi che ha avvertito le poche volte che ha fatto l’amore con Matteo.
Verso i primi di marzo del 1910 è da sola in casa quando quel bel ragazzo dai vestiti laceri bussa alla porta per chiederle qualcosa da mangiare. È questione di attimi. I due si ritrovano avvinghiati sul pavimento lastricato con mattoni di creta, incuranti di ciò che potrebbe accadere se qualcuno li vedesse. Rosaria non vorrebbe che quei momenti finiscano tanto presto, presa dal desiderio represso per anni, ma quel ragazzo, preso il cibo e presa lei, se ne va fischiettando e Rosaria non lo vedrà mai più.
È verso la fine di maggio che le cose, per Rosaria, si complicano. Non ha più le mestruazioni e comincia ad accusare i sintomi della gravidanza. “Nessuno deve saperlo, al bambino ci penserò al momento opportuno” si dice mentre zappa nell’orto.
Non dice niente nemmeno alla madre e alla sorella, che pure si accorgono che qualcosa sta cambiando. Man mano allarga l’allacciatura della gonnella e si illude che nessuno si sia accorto del pancione che aumenta giorno dopo giorno.
La mattina di giovedì primo dicembre 1910, Angela Provenzano avverte prima degli strani lamenti e poi quelli che sembrano i vagiti di un neonato provenire dalla casa adiacente alla sua, dove abita sua nipote Rosaria. Insospettita e preoccupata va a vedere cosa sta succedendo, ma la porta è chiusa a chiave dall’interno
– Rosà… Rosaria! Che succede? Chi piange? Vieni ad aprire…
– Non posso aprire adesso, vai a casa che poi ti chiamo io quando mi sbrigo – le risponde con uno strano tono di voce.
Dopo poco tempo Rosaria, visibilmente sofferente, va a chiamare la zia e la porta in casa. La sorpresa non è grande quando Angela, che ha già capito tutto, vede il bambino appena nato ancora attaccato alla placenta
– Dammi una forbice, presto! – le dice. Poi taglia il cordone ombelicale, lo lega con una pezzuola, lava alla meno peggio la creatura e gli sistema delle pezze a mò di pannolino. Rosaria lo prende in braccio e si rivolge alla zia
– Lo darò a Virginia Garritano perché gli trovi una balia fuori dal paese così nessuno si accorgerà…
– Ma chi è il padre? – le fa la zia, curiosa
– I primi di marzo ho subito una violenza… – mente – uno sconosciuto…
La sera Rosaria va a chiamare Virginia Garritano
– Devi aiutarmi… ho partorito stamattina… – le dice in modo concitato mentre la donna abbozza un sorrisino soddisfatto per avere visto giusto circa la pancia di Rosaria – devi prenderti il bambino per affidarlo a qualche donna che conosci…
– Non posso… lo sai che sono sotto processo per esercizio abusivo del mestiere di levatrice… se mi scoprono buttano la chiave…
– Sii buona… aiutami… non c’è questo pericolo, ho fatto tutto da sola e mia zia Angela è stata a casa e può testimoniare che ero da sola… lei ha tagliato il cordone e l’ha legato…
– Mio marito… chi glielo dice?
– Ma è questione di poco tempo, tu conosci un sacco di donne degli altri paesi… ti prego… ho novanta lire e te le posso dare, decidi tu come dividerle tra te e la balia…
– E va bene, adesso vattene, verrò a prenderlo verso le nove…
Mentre Rosaria aspetta la vicina, alla sua porta bussa la madre la quale, appresa la notizia, la rimprovera aspramente, ma poi l’aiuta a cercare la camicina del primo figlio e a metterla indosso al bambino con delle pezze di lana per non fargli sentire freddo.
Quando Virginia torna a casa col neonato, suo marito va su tutte le furie. Minaccia di ammazzarla di botte se non riporta immediatamente la creatura alla madre e Virginia, terrorizzata, riconsegna il bambino a Rosaria.
– Vuol dire che comincerò io ad allattarlo, ti chiedo però di trovare una donna che se lo prenda, le novanta lire sono sempre per te… anzi, ti anticipo 30 lire…
Rosaria resta sola come è sempre stata. Pensa tutto e il contrario di tutto, poi si convince che Virginia non l’aiuterà nonostante la somma offertale e che lei sarà svergognata davanti a tutti. “Questo non è possibile! Il bambino, in un modo o nell’altro, deve sparire”. E se, come è convinta, non lo farà sparire Virginia, dovrà farlo sparire lei stessa, tanto non lo saprà nessuno.
La creatura, dopo aver poppato dorme nel mezzo del letto grande. Rosaria lo guarda, lo bacia e gli accarezza la testolina, poi le sue mani scendono fino al collo e i pollici premono sulla gola. Il bambino si sveglia cercando disperatamente di respirare; rantola mentre le lacrime di Rosaria gli bagnano il faccino, poi si abbandona inerte.
Rosaria adesso è più disperata di prima. Che fare? Cosa farne di quel corpicino?  “Chi sa non parlerà… tra un paio di giorni, quando starò meglio, gli scavo una fossa e lo seppellisco”, pensa.
E pensa male perché non ha fatto i conti col marito di Virginia, Francesco Pugliese, il quale, temendo che la moglie possa restare invischiata in quest’altra brutta storia e andare in carcere per un bel po’ di anni, si mette a controllarne le mosse. Controlla, di sera quando fuori non c’è nessuno, anche Rosaria e si accorge che il bambino non deve essere più in casa perché non ne sente i vagiti durante le ore che resta in ascolto accanto al’abitazione di Rosaria. Il pomeriggio di sabato 3 dicembre rompe gli indugi e va a parlare con la guardia municipale, raccontandogli tutto, o quasi, quello che sa e poi azzarda
– Deve averlo ammazzato o forse è morto per conto suo e deve averlo ancora in casa… è da quasi due giorni che non si sente piangere…
Francesco Mannarino, la guardia, va subito a riferire quei sospetti al Sindaco, il quale gli ordina di andare a chiamare la levatrice comunale e di andare a casa di Rosaria per accertare i fatti.
La guardia e Carolina Maida vanno a casa di Rosaria e la trovano a letto
– C’è una denuncia a tuo carico per aborto o per parto clandestino – le dice la levatrice – che hai combinato?
– Io? Io non ho fatto niente… non sono mai stata incinta… mio marito è Allamerica
– Non raccontare fesserie, sappiamo che il bambino è in casa – bluffa la levatrice – e in quanto al fatto se sei stata incinta o meno ci metterò pochi secondi ad accertarlo… spogliati che ti visito…
– In… in verità ero davvero incinta e mi sono sgravata di un bambino di quattro o cinque mesi…
– Vedremo… dov’è il bambino? – tra le lacrime, Rosaria si alza e toglie da sotto il letto un cestino con un involto di stracci, poi lo porge alla levatrice che scopre il corpicino e ha un moto di stizza – e questo ti sembra di quattro o cinque mesi? Questo bambino è nato vivo!
– Io non lo so… mi sembrava di quattro o cinque mesi – farfuglia – ho subito una violenza… – continua mentre Carolina Maida, tolte tutte le bende, si accorge dei segni lasciati dalla pressione delle dita sul collo della creaturina
– Tu lo hai ucciso!
– No! – urla Rosaria – gli sono venute le convulsioni e per farlo respirare l’ho preso dal collo!
– Non muoverti da casa – le ordina la guardia – io vado a Fiumefreddo a chiamare i Carabinieri…
È la mattina di domenica 4 dicembre. Rosaria, disattendendo gli ordini della guardia municipale, esce di casa e va dalla sorella
– Tienimi Francesco per un paio di giorni, temo che da un momento all’altro arrivino i Carabinieri per arrestarmi…
– Ma…
– Ci vediamo tra un paio di giorni, ti raccomando mio figlio…
Senza aspettare che la sorella possa dire qualcosa si allontana a passo svelto e nessuno ne ha più notizie.
Giovanni Fiorenzo, 45 anni di Amalfi, è un commerciante di generi coloniali e vive a Longobardi. Il pomeriggio del 6 dicembre 1910 sta attraversando il torrente Cordari vicino la foce. Nota, sulla riva del mare, qualcosa di strano. Forse una gonna o una coperta. Incuriosito si avvicina e capisce che è, si, una gonna, ma dentro la gonna c’è il cadavere di una donna che non conosce. Lì vicino c’è il casello ferroviario numero 217 e Giovanni si mette a correre per chiedere aiuto. Trova il cantoniere Michele Fino e insieme tornano sul posto del macabro ritrovamento. Michele, delicatamente, scosta i capelli dal viso della donna e si mette una mano sulla bocca. L’ha riconosciuta, è Rosaria Provenzano.
Rosaria non ha retto all’enormità del suo crimine ed alla vergogna che ne sarebbe derivata, preferendo la morte.
Le indagini successive stabiliscono che non ci sono elementi per sospettare che qualcuno l’abbia istigata a compiere quest’altra pazzia.[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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