DUELLO AL SOLE

È la metà di ottobre del 1892 quando Saverio Penna, Cecardo, dall’America ritorna a Grimaldi  dopo tre anni. Adesso ha cinquant’anni e non ha fatto fortuna. In America ha lasciato i suoi due figli maschi, loro se la stanno cavando discretamente, avuti dalla moglie Maria Santo.
L’aria del paese è un’altra cosa, paragonata a quella pestilenziale di Chicago, la mattina che si affaccia sulla via principale del paese con la vecchia valigia di cartone, legata con lo stesso spago di tre anni prima. Saluti e pacche sulle spalle si sprecano lungo il tragitto che lo porterà a casa, ma tutti quelli che lo incontrano hanno un’espressione, tra il compassionevole e l’irridente, che non riesce a comprendere. Quando arriva a casa la trova chiusa. La moglie non c’è e non c’è nemmeno la chiave nel posto in cui erano soliti nasconderla. Chiede ai vicini che, imbarazzati, gli dicono che Maria se n’è andata con Giuseppe Rollo. Il mondo gli casca addosso, ecco cosa volevano dire quelle strane facce. È un cornuto!
Saverio è tornato per lei, non gli importa quello che è stato, vuole che Maria torni con lui e per questo interessa subito tutti i notabili del paese perché si occupino della questione
– Don Giovà, che volete che vi dica… – si confida con Giovanni Giardini – io ho sentito delle voci che parlavano male di Maria, che la descrivevano come una donna facile all’accondiscendere alle altrui voglie disoneste, ma non ci ho creduto mai, tanto è vero che poco tempo dopo che ci eravamo sposati, avendo sentito che mi tradiva, per fare cessare quelle voci, ci trasferimmo in Sicilia ma ben presto sentii anche lì le stesse cose e decisi che tanto valeva tornare a Grimaldi. Non era passato che qualche giorno e le voci ricominciarono a circolare. Io non ci badai nemmeno questa volta perché la mia passione per lei è sconfinata. Vi dirò di più. Se Maria tornasse a casa e Giuseppe volesse ancora frequentarla, ebbene ne soffrirei ma acconsentirei anche a questo purché non mi lasciasse. Io tengo conto solo del bene che mi ha fatto, pensate che una volta mi ha salvato la vita, e non del male che mi fa
– Ma lasciatela stare! Non vi merita, è una donnaccia – è la risposta che tutti gli danno, ma Saverio non vuole sentire ragioni e, piangendo, risponde a tutti
– Che ci posso fare? È la mia vita… dovrei cambiare testa… vi prego, aiutatemi!
Tutti i tentativi che le persone interpellate fanno per far tornare insieme Saverio e Maria vanno a vuoto e lui questa volta chiede aiuto al calzolaio mastro Pietro Colistro
– Voi siete cognato del fratello di Giuseppe Rollo, fatemi la carità di dirgli che lasciasse mia moglie…
Ma proprio in quel momento entra nella bottega proprio Giuseppe. I due si guardano in cagnesco ma mastro Pietro è svelto a cogliere la palla al balzo e a fare una proposta ai due
– Ecco, adesso siete l’uno di fronte all’altro e, se mi giurate di non fare sciocchezze, potete parlarvi qui davanti a me
– Giuseppe – attacca Saverio con tono supplichevole – lascia che Maria torni a casa con me…
– Io non ho niente in contrario, a patto che sia Maria a decidere – gli risponde Giuseppe
– Ci sto. Mastro Pietro, per favore, mentre noi aspettiamo qui, andate da Maria a portarle l’imbasciata
– Ditele che se vuole tornare col marito io non mi oppongo
Mastro Pietro porta l’imbasciata a Maria che risponde
– Manco morta! Non ho nessuna intenzione di tornare con lui!
Il calzolaio, deluso dalla piega che sta prendendo la faccenda, torna alla bottega e riferisce ai due la risposta della donna. Saverio allora si rivolge a Giuseppe
– Senti, da adesso in poi se ti incontrerò da solo puoi stare sicuro che non farò niente contro di te, ma se ti incontrerò con Maria o tu ucciderai me o io ucciderò te!
– Tu hai il revolver come l’ho io… chi di noi due sarà più veloce vivrà!
Ma dopo qualche giorno sembra che la situazione cambi: Maria decide di tornare col marito!
La convivenza tra i due sembra procedere senza grossi problemi fin quando Saverio, aperta la cassa con la roba di Maria, si accorge di qualche vestito nuovo e di qualche cianfrusaglia che quando partì per l’America la moglie non aveva. Tira fuori la roba e la sparpaglia sul pavimento
– Butta quella roba, vestiti e tutto il resto, perché in casa mia non ce la voglio – le dice con tono sprezzante
– Io non butto proprio niente, se non ti sta bene me ne vado – gli risponde con lo stesso tono, prendendo uno dei vestiti che le ha regalato Giuseppe e indossandolo. Non lo avesse mai fatto, Saverio si inalbera e la picchia, poi esce. Maria adesso ha la scusa buona per andarsene una volta per tutte. Rimette tutto nella cassa, va a chiamare Giuseppe che si carica la cassa sulle spalle e se ne va, sparendo alla vista di tutti.
Saverio la cerca dovunque, chiede e fa chiedere a Giuseppe dove si è nascosta ma questi giura e spergiura di non saperne niente, finché qualcuno gli riferisce che Maria si nasconde nella casetta di campagna di un fondo agricolo tenuto in fitto da Filippo Colistro, ‘Nsertu. Ma Saverio, per quante ricerche faccia, non riesce a trovarla. Anche molti paesani chiedono a Giuseppe che fine abbia fatto Maria ma lui risponde sempre in modo evasivo, dando a tutti l’impressione di voler fare il furbo. Quando finalmente a Saverio arriva una soffiata, va nel posto indicato convinto di sorprendere i due amanti insieme, ma non ci trova nessuno: proprio quella mattina Maria e Giuseppe hanno deciso di tornare in paese e vivere la loro relazione davanti agli occhi di tutti, senza vergogna.
Saverio, sempre più disperato, ricomincia a fare il giro degli amici comuni per cercare di ricomporre la situazione, ma nessuno si vuole più immischiare in questa faccenda e tutti se la cavano con il consiglio di scordarsi di Maria e cercarsi un’altra donna
– Non m’importa di quello che pensa la gente, se tornasse a casa, per me sarebbe come se l’avessi sposata oggi – va ripetendo ai quattro venti
– Non se ne andrà mai – risponde Giuseppe a chi gli chiede qualcosa, aggiungendo anche una esplicita minaccia – e il marito farebbe bene a scordarsela e a non guardarla nemmeno se dovesse incontrarla perché ne caso contrario gli farò saltare le cervella!
– Non lascerò più Giuseppe per tornare con mio marito – gli fa eco Maria.
I giorni passano senza che i tre si incontrino tra di loro e la vita scorre tranquilla a Grimaldi. Saverio sembra non cercare più con ostinazione la moglie e ha anche trovato un nuovo lavoro a giornata. Andrà a cavare pietre per conto di Raffaele Giardini. È il 20 marzo 1893 e i due si danno appuntamento per le sei e mezza del mattino successivo a casa di Giardini.
Saverio è puntuale ma, arrivato all’appuntamento, la moglie di Raffaele gli dice che il marito e gli altri braccianti sono già partiti
– Se ti sbrighi li raggiungi, passa per la Macchia e vai diritto dopo il mulino che lì c’è la cava
Ma a Saverio il contrattempo non va proprio giù e decide di non andare a lavorare. Comincia a camminare per la campagna intorno alla contrada Macchia, fino ad arrivare al fondo soprastante la stradina che dal paese conduce al mulino ad acqua gestito da Giovanni Rose e qui, accanto a una grossa quercia che sovrasta il viottolo, si ferma e si accovaccia per soddisfare un bisogno corporale.
La vista dalla stradina è impedita da molti arbusti e da un enorme roveto ma c’è un piccolo spazio tra la quercia e il roveto che gli consente di osservare chi, eventualmente, salga per il viottolo. Vede passare una donna che sta andando a macinare un po’ di grano e subito dopo un ragazzino ma nessuno dei due si accorge della sua presenza. Quando finisce, si appoggia alla quercia e accende un sigaro. Il sole, il primo giorno di primavera, è già abbastanza alto e caldo da rendere piacevole starsene lì senza far niente, quando ad un tratto la sua attenzione, attraverso lo squarcio tra l’albero e il roveto, viene attirata da un uomo e una donna che risalgono il viottolo. L’uomo cammina davanti e la donna un paio di passi più indietro. Gli sembrano delle figure familiari. Qualche altro passo ancora e non ha più dubbi: sono proprio Giuseppe e Maria! Dietro di loro, abbastanza più lontana, c’è un’altra donna, mentre un ragazzo sta zappando un pezzo di terra vicino al mulino.
Saverio butta il sigaro e aspetta che i due siano a pochi metri da lui che è sempre nascosto dietro i rovi. Il sole che sale alle sue spalle dovrebbe contribuire a camuffarlo. Non sa, però, che proprio i riflessi del sole tra le spine hanno permesso a Maria di intravedere la sua sagoma che si sposta dalla quercia fin dietro il roveto
– Giusè… c’è Saverio nascosto lì dietro… torniamo in paese, ho paura che possa fare qualcosa di brutto
– Cammina, non ho paura di nessuno io! – le risponde mentre mette la mano in tasca e accarezza il freddo acciaio del suo revolver
La voce di Saverio che si rivolge a Giuseppe non è una sorpresa
– Insomma, me la vuoi ridare o no mia moglie?
Ohi curnutu fricatu, sempre in mezzo ai coglioni stai? – Gli risponde estraendo la rivoltella e sparandogli contro due colpi che, con il sole negli occhi, vanno a vuoto. Almeno in questo il sole ha aiutato Saverio.
Saverio, a sua volta, impugna la rivoltella acquistata a Chicago e risponde con due colpi. Il primo va a vuoto, ma il secondo centra Giuseppe all’addome. Maria si mette al riparo sotto il roveto, dove il marito non può in nessun modo colpirla.
Giuseppe lascia cadere l’arma, fa qualche passo traballando e, premendosi le mani sulla ferita, crolla a terra esclamando
Ohi Madonna mia d’u Carmine! – sono le sue ultime parole. Il proiettile gli ha perforato l’intestino tranciandogli l’arteria iliaca sinistra.
Saverio cerca con lo sguardo sua moglie, la quale, come una freccia, si precipita a raccogliere la rivoltella di Giuseppe che si è inceppata, se la mette nella tasca del grembiule e, tenendosi al riparo di un muretto sovrastato dal roveto, scappa per non essere uccisa a sua volta. Ripercorre tutta la strada fino al paese e va a casa del fratello di Giuseppe per avvertirlo di ciò che è successo. Quando Antonio Rollo esce di casa correndo per raggiungere il luogo dove giace Giuseppe, Maria si intrufola in casa e nasconde il revolver sotto i coppi del tetto, poi sparisce dalla circolazione, temendo che il marito possa trovarla e ammazzarla.
Anche Saverio si nasconde e i Carabinieri per due giorni non lo trovano da nessuna parte, poi lui si presenta dal Sindaco di Rogliano, Luigi Amantea, e si lascia ammanettare del Tenente Girolamo Riva, comandante della Tenenza del posto. La mattina stessa, sotto scorta, viene portato davanti al Giudice Istruttore del Tribunale di Cosenza e quindi condotto in carcere.
Saverio Penna viene rinviato a giudizio  per omicidio volontario e porto abusivo di arma da fuoco. Il carcere preventivo scontato fino al 19 ottobre 1893 compensa ampiamente la mite condanna per il porto abusivo di arma. Omicidio d’onore.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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