LA GUERRA DELLE DONNE

La Grande Guerra sta mietendo le sue vittime al fronte e la popolazione soffre sempre più i morsi della fame dopo tre anni di stenti. La disfatta di Caporetto ha depresso ancora di più il morale degli italiani ma moltissimi sperano che serva almeno a far finire la guerra, non importa come. Per cercare di sollevare il morale della popolazione e alleviare il dramma delle famiglie più disagiate  che hanno gli uomini al fronte, alcune organizzazioni umanitarie si danno da fare e, paese dopo paese, distribuiscono aiuti.
Da alcuni giorni a Luzzi si è diffusa la voce che nei paesi circostanti stanno girando delle persone per fare propaganda a favore di un allungamento del conflitto di almeno altri tre anni. La popolazione, esasperata dagli stenti, comincia a crederci sul serio perchè le voci si fanno sempre più insistenti e particolareggiate, così per le strade si formano capannelli di gente che discute animatamente e la tensione aumenta di giorno in giorno.
La sera del 20 aprile 1918 il fattorino telegrafico cerca il regio Commissario del comune di Luzzi per consegnargli un telegramma del Prefetto che annuncia, per la mattina successiva, la visita in paese di una delegazione della Croce Rossa Americana per distribuire aiuti in denaro alle famiglie più bisognose. Quando il fattorino bussa alla casa del Commissario, la domestica gli dice che non è in paese e che ha lasciato detto di rivolgersi al segretario comunale che, a sua volta, non può riceverlo perché è a letto con la febbre.
Il fattorino, a questo punto, decide di rivolgersi al comandante della stazione dei Carabinieri, il Brigadiere Andrea Rucci. Gli dicono che è andato al mulino del Consorzio Agricolo di Luzzi a sovrintendere alle operazioni di distribuzione della farina e lo raggiunge.
Il Brigadiere, insieme a Eugenio Vivacqua, il responsabile del mulino, legge il telegramma e riferisce al fattorino di rispondere al Prefetto assicurando che avrebbe provveduto a garantire il servizio d’ordine necessario per accogliere la delegazione e torna in caserma.
Eugenio Vivacqua, da parte sua, pensa bene di avvertire i componenti del Comitato di Assistenza Civile del paese per preparare la popolazione e organizzare una degna accoglienza ai benefattori.
Qualche ora dopo, il Brigadiere torna al mulino e nota che un certo Antonio Mirabelli, procaccia postale, sta arringando una piccola folla di donne andate a prelevare la razione di macinato, sull’opportunità di ricevere bene gli stranieri.
– Domani comportatevi bene, non fate chiassate stupide, vengono a portarci aiuto e deve essere una festa.
Qualche donna, però, non è del tutto convinta e quando nota il Brigadiere, lo apostrofa:
– Brigadiè, volete dire pure voi la vostra minchiata?
– Vieni qua… si proprio tu… che voglio vederti bene in faccia – replica e, quando la donna gli è davanti, la identifica per Carmela Cosenza e le fa una bella ramanzina, poi la lascia andare.
I capannelli di gente, quella sera sono più vivaci che mai tra quelli che sono entusiasti per l’arrivo degli aiuti e quelli che, al contrario, temono qualche fregatura. Il Brigadiere gira da uno all’altro e poi, quando si convince che la situazione nel complesso è calma, verso mezzanotte torna in caserma.
Ma il Brigadiere si sbaglia. La situazione non è affatto calma. Durante la notte un via vai di donne da una casa all’altra porta in giro la voce che la delegazione di benefattori in realtà altro non è che una delegazione di propagandisti a favore dell’allungamento della guerra. Esattamente ciò che tutto il paese teme ormai da giorni.
Molte donne escono da casa e cominciano a organizzarsi. Con l’incitamento di Carmela Cosenza e Maria Ciardullo, detta ‘a zoppa, vengono preparati cumuli di pietre e nascosti bastoni lungo la strada di accesso al paese.
La mattina di domenica 21 aprile, verso le sei, la strada è già letteralmente invasa da donne le quali urlano di non volere in paese forestieri che propagandano la guerra, altrimenti avrebbero fatto una strage
– Abbiamo fame ma non vogliamo né soldi, né altro, vogliamo che i nostri uomini tornino a casa! Abbasso la guerra! A morte chi la propaganda! Li ammazziamo tutti!
– Non è vero! Si tratta della Croce Rossa che è un’istituzione indipendente e contraria alla guerra! – si sforza di spiegare il parroco, don Francesco Gallo.
– Ma quale croce rossa e croce nera! Noi non li vogliamo a Luzzi! Basta con la guerra! basta morti inutili! – gli rispondono.
Le donne, sempre più esagitate, sbarrano la strada con una trave di legno e dei grossi pezzi di tronco d’albero, sistemandosi dietro la barricata, armate di pietre e bastoni. Il Brigadiere Rucci corre da un capannello all’altro cercando di convincere le donne a desistere ma, attirata dalle urla, accorre sempre più gente e la situazione è davvero esplosiva.
Comincia anche a girare la voce che gli ispiratori dei propagandisti favorevoli all’allungamento della guerra sarebbero l’onorevole Nicola Serra e don Carlo De Cardona, ma nessuno ci crede più di tanto.
Quando da una curva vicino al Calvario spunta il carrozzino con il regio Commissario, le donne, urlando a squarciagola, cominciano un vero e proprio assalto a colpi di pietre. A farne le spese è il cocchiere che viene centrato numerose volte e, lasciato il carrozzino, scappa grondando sangue. Il Brigadiere e altre persone si lanciano verso il Commissario e riescono a sottrarlo alla folla. A niente serve farsi riconoscere, è costretto a tornare indietro sia per salvarsi sia per cercare di avvisare il convoglio della Croce Rossa di non avvicinarsi al paese per evitare l’irreparabile.
Il Brigadiere, non essendo in grado di far sgomberare la strada, comincia a segnare su un taccuino i nomi delle donne, almeno quelle più esagitate, avvisandole che sarebbero state denunciate, ma nemmeno questo serve. Le donne restano al loro posto in attesa dei forestieri.
Poi arrivano altre due carrozze ma dentro ci sono paesani e vengono fatte passare spostando la barricata.
Verso le nove, nei pressi dello Scalo di Bisignano un’autovettura con il contrassegno della Croce Rossa incontra il carrozzino del Regio Commissario di Luzzi, il quale fa ampi gesti e induce gli occupanti dell’automobile e fermarsi.
Dall’autovettura scendono un capitano dell’Esercito degli Stati Uniti e il Delegato di P.S. Francesco Cilento che lo accompagna in giro per i paesi. Il Commissario, chiamato in disparte il Delegato per non fare brutta figura con l’americano, lo avvisa di quanto sta accadendo a Luzzi e Cilento dice al compagno di viaggio che essendo la strada per Luzzi interrotta per una frana, possono visitare solo gli altri due paesi stabiliti per quel giorno: Bisignano e Acri.
Prima di separarsi, Cilento racconta al regio Commissario che anche a San Fili, Rende e Marano girava la stessa voce e che l’equivoco era stato generato da un giro elettorale dell’onorevole Serra il quale propagandava un recentissimo decreto luogotenenziale con il quale lo Stato si assumeva l’onere del ricovero dei tubercolotici non assistiti dall’Opera per la durata della guerra e per i tre anni successivi. La cattiva interpretazione di questa notizia aveva fatto si che a Serra si addebitasse il fatto di chiedere firme per allungare la guerra.
A Luzzi intanto arriva a piedi un ufficiale giudiziario del Tribunale di Cosenza che, ignaro, sta andando in paese per fare delle notifiche. Il Brigadiere Rucci, per evitare guai, lo costringe a tornare indietro con modi molto spicci e gli urla dietro di avvertire chiunque incontri per strada di stare lontano dal paese perché l’accesso è interdetto a tutti i forestieri.
Questo gli conquista la fiducia delle donne che, dietro l’assicurazione del militare che i carabinieri avrebbero provveduto a tenere lontani dal paese gli estranei, finalmente, poco prima di mezzogiorno tornano a casa e Rucci tira un lungo sospiro di sollievo. Ma la cosa non può finire senza conseguenze; sono stati commessi dei reati e lui deve far rispettare la legge, così durante il pomeriggio, ricevuti adeguati rinforzi dalle caserme vicine, fa arrestare 17 donne e un uomo, certo Antonio Malizia, militare temporaneamente esonerato dal servizio per attendere ai lavori agricoli, unico maschio della rivolta, per istigazione a delinquere e turbamento dell’ordine pubblico e denuncia a piede libero altre 65 donne per concorso negli stessi reati, in tutto 83. In istruttoria saranno prosciolte solo tre donne.
Il processo si apre il 17 giugno dello stesso anno ma i giudici della Corte d’Assise non hanno nessuna voglia di esasperare ancora gli animi, provati da anni di sacrifici e privazioni e, nella sentenza che manda assolti tutti gli imputati perché il fatto non costituisce reato, tra le altre cose scrivono:
Le donne, le contadine di Luzzi, come quelle di ogni altra contrada d’Italia, hanno dato e danno la
migliore parte dei loro cari, dei loro affetti familiari alla patria; hanno sopportato e sopportano con rassegnazione, fermezza e disciplina i disagi, le angustie, le privazioni della guerra; danno ciò che occorre in cereali ed altro all’esercito ed alla Nazione, lige a tutti gli ordini di requisizione loro imposti dagli organi competenti; stanno una settimana senza pane senza protestare,
convinte come sono con vero spirito di cosciente patriottismo che vicissitudini sfortunate di guerra impediscono talvolta l’approvvigionamento, ma che nulla trascura il governo in proposito; sentono insomma e tengono la disciplina di guerra: orbene non hanno il diritto queste donne, queste cittadine, d’insorgere allorchè un visitatore, un mestatore straniero per giunta, cerchi, secondo la
loro fallace credenza, nel dolore della guerra, nella triste necessità della guerra, il proprio tormento o quello del suo paese o qualche altra recondita utilità?
[1]

 

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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