UNICI INDIZI TRE PRESERVATIVI E UN CIUFFO DI PELI

È il 28 dicembre 1919 e in contrada Melobuono di Parenti si sta festeggiando il matrimonio tra Angelo Vizza e Maria Esposito. Nel cortile della casa colonica dei Vizza si mangia, si beve e, al suono di un organetto e di un tamburo, si balla e nessuno si accorge che fa veramente freddo. Qualcuno, un po’ brillo, prima spara qualche colpo di fucile in aria per buon augurio, poi organizza un tiro al bersaglio.
Verso il tramonto fa capolino alla festa un certo Gaetano Sottile, mulattiere del signor Zagarese, che sta andando a dar da mangiare ai maiali del suo padrone nella stalla della tenuta a un centinaio di metri dalla casa dei Vizza. Gaetano si ferma poco tempo, mangia qualche dolcino, mette nelle mani della sposa 10 Lire come regalo di nozze, saluta tutti e se ne va.
La festa va avanti e Giovanni Vizza, il padre dello sposo, decide che è arrivato il suo momento di sparare qualche colpo in aria per festeggiare lo sposo. Tra gli applausi, le grida di gioia, gli abbracci e i brindisi, la festa volge ormai alla fine ma la compagnia viene turbata da un colpo di fucile che proviene dal casino estivo dei Zagarese. Si fa il silenzio. In lontananza la compagnia sente una specie di lamento portato dal vento: “Ohi mamma! Signu muartu!
– Gaetano! – urla lo sposo – andiamo a vedere!
– Dove vai? Sono cose che non ti riguardano – cerca di trattenerlo Maria.
– Lascialo andare, ancora devi arrivare in casa nostra e già vuoi mettere la gonna a tuo marito? – la rimprovera la suocera tirandola da parte.
Angelo e altre persone si precipitano verso il casino e arrivati davanti alla stalla trovano per terra un secchio mezzo pieno di castagne e un candeliere di alluminio con un mozzicone di candela spenta. Entrano nella stalla e chiamano Gaetano a gran voce ma non ottengono risposta. Corrono verso il casino urlando ma nemmeno questa volta Gaetano risponde. Arriva sul posto anche Fortunata Costanzo, una contadina che abita lì vicino e comincia anche lei a chiamare il mulattiere. Sembra un miracolo, Gaetano adesso risponde da dietro il portone del casino e fa entrare gli accorsi. Lo trovano ferito al braccio sinistro, al fianco e al lato sinistro della testa; lo prendono in braccio e lo portano in una camera del piano superiore, adagiandolo su un letto.
– Chi è stato? – gli chiedono. Lui scuote la testa e poi dice
– Sistematemi il braccio… – e non dirà altro finché, un paio di ore dopo, chiuderà gli occhi per sempre.
– Se non ha detto chi l’ha sparato è per una questione d’onore… c’è di mezzo una femmina – questa è la frase ricorrente tra i presenti.
Facciamo un piccolo passo indietro per capire come sono andate le cose.
Gaetano, arrivato alla stalla, accende il mozzicone di candela, prende il secchio con le castagne per darle ai maiali e si avvia al recinto. Non fa che pochi passi; da dietro un piccolo canneto che è proprio di fronte all’ingresso della stalla, nascosto dalla penombra, qualcuno gli sussurra:
A tia mmerda! – poi gli scarica addosso un colpo di fucile caricato a pallettoni. Il mulattiere, ferito, cerca riparo nel casino del padrone e aspetta di sentire voci amiche prima di aprire, nel timore di essere finito dall’aggressore.
La contrada Melobuono è abbastanza distante dalla caserma dei Carabinieri di Parenti, poi bisogna avvertire il Pretore che sta a Rogliano e così ci vogliono ben due giorni prima che il maresciallo Vallar giunga sul posto col magistrato.
Esaminano il cadavere, lo perquisiscono e nella tasca del gilet trovano un portafogli di pelle. Lo aprono e oltre a ottantasette Lire e cinquanta centesimi ci trovano anche N° 3 preservativi di qualità fina, nonché, avolto in una cartina legata con fituccia tricolore, un ciuffo di peli neri da fica. È chiaro: è una questione d’onore.
Il Maresciallo inizia le indagini seguendo questa pista ma si trova davanti a un muro di omertà. A Melobuono non c’è nessuna donna che possa essere sospettata di avere avuto una relazione clandestina col morto, eppure è chiaro che l’omicidio si è consumato nei confini della contrada, lo dimostra la perfetta conoscenza dei luoghi da parte dell’assassino che è sparito nel nulla al buio.
Qualche vaga indicazione il Maresciallo sembra ottenerla da una lettera anonima nella quale si parla di una donna maritata che ha il marito lontano da tempo perché emigrato o perché soldato. L’anonimo si dice certo che, tornato a casa il marito cornuto, la moglie se ne sia andata per conto suo e conclude puntando il dito contro Giovanni Vizza e suo nipote Felice Domanico.
Il Maresciallo non trova riscontri alle affermazioni dell’anonimo e sembra non trovare riscontro nemmeno alle parole di Antonietta Sottile, figlia della vittima, la quale sostiene di sapere che il padre aveva certamente una relazione clandestina con una ragazza giovane di nome Concettina, ma né a Melobuono, né nelle contrade vicine vive una ragazza che porta quel nome. Antonietta, che è una ragazza tosta, insiste e dice al Maresciallo che la fantomatica Concettina altri non è se non Ninna la figlia di Giovanni Vizza che, in effetti, era fidanzata con un soldato, ma al ritorno di questi lo ha lasciato per andarsene in America a sposare un altro e quindi tornare in paese. Gli dice anche di avere ricevuto le confidenze di una merciaia che le ha parlato di due sciarpe per donna acquistate dal padre un paio di giorni prima di morire e che, secondo lei, quando Angelo Vizza chiamava il padre dopo lo sparo, questi non gli aprì perché sapeva che a sparargli era stato uno dei Vizza e aveva paura di essere finito, tant’è vero che si decise ad aprire solo quando sentì altre voci.
È quanto basta per fare emettere un mandato di cattura nei confronti di Giovanni Vizza, del figlio Angelo e del nipote Felice Domanico.
Dopo gli arresti, Vallar decide di perquisire la casa dei Vizza e una sciarpa la trova davvero, ma gli sembra vecchia e non la sequestra. Ci ripensa e dopo qualche giorno torna per farsela consegnare ma non si trova più. “L’ho persa” gli risponde Ninna.
Il Maresciallo è furioso, va dal Pretore e ottiene che la ragazza sia sottoposta a visita ginecologica per verificarne l’illibatezza e qui tutti, ma proprio tutti, restano con la bocca aperta per la sorpresa. Il perito, dottor Filippo Costanzo, mette nero su bianco come “la Vizza abbia, per natura, la rara anomalia che va sotto il nome d’imene sfrangiato, donde l’assenza delle caruncole mirtiforme, avanzo della lacerazione del comune imene semilunare. Data l’anomalia anzidetta relativa alla forma sfrangiata dell’imene, il coito potette compiersi senza residuare i soliti postumi sudetti”. Un bel casino. Ninna è vergine o no? Solo lei lo sa.
Ed è il segreto della ragazza a salvare il padre, il fratello e il cugino dall’ergastolo.
A Melobuono le acque si calmano e tutti, tranne la vedova e gli orfani di Gaetano Sottile, continuano a vivere felici e contenti.
Ma una persona vive col rimorso di non aver detto la verità. Questa persona è Maria Esposito, la sposina del 28 dicembre 1919.
Angelo, il marito, non appena sposati emigra in Argentina e la lascia da sola con il bambino che, nel frattempo, è nato. Maria agli inizi del 1927 si ammala e lascia, insieme al figlio, la casa dei suoceri per andare a stare dai propri genitori a Mangone e cercare di guarire col cambiamento d’aria. Le cose precipitano nel mese di aprile 1928 e Maria muore dopo aver preteso di restare  da sola col padre per qualche minuto.
– Mi raccomando il bambino… se i nonni paterni te lo portano via, sai quello che devi fare… – queste sono le ultime parole che dice al padre.
E i nonni paterni il bambino lo portano via, secondo la legge, alla fine del 1929. Gabriele Esposito, fedele alla promessa fatta, si veste bene e va alla caserma dei Carabinieri del paese.
– Gaetano Sottile è stato ammazzato da Giovanni Vizza. Mia figlia me lo ha confessato prima di morire. Ne era certa perché, dopo che sparò un colpo di fucile in aria per buon augurio agli sposi, lo vide allontanarsi verso il Casino di Zagarese e il colpo che uccise il povero Sottile fu esploso dopo giusto il tempo che un uomo impiega per coprire la distanza tra la casa dei Vizza e il casino. Mi raccontò ancora, la mia povera figlia, che quando i Carabinieri andarono a perquisire le case di Melobuono per trovare l’arma del delitto, la suocera si nascose il fucile del marito, per quanto era lungo, sotto il vestito e siccome non riusciva a stare in piedi, si fece trovare coricata a terra che fingeva di avere le convulsioni.
– Ma perché vostra figlia non le ha dette prima queste cose? Perché voi avete aspettato un anno e mezzo prima di venire qui?
– Mia figlia mi ha detto di avere paura che il marito l’avrebbe ammazzata se avesse denunciato il suocero… e io sono venuto adesso per rispettare la volontà di mia figlia. Mi aveva fatto promettere di non rivelare niente fino a quando i nonni paterni non avessero reclamato l’affidamento del nipote. Io così ho fatto… non voleva che il bambino crescesse senza di lei in quella casa…
Ma sono solo le parole di un vecchio. Sono passati dieci anni, anche volendo, dove li trovi più i riscontri? E poi, chi ci dice che il vecchio non stia agendo perché gli hanno tolto il nipote?
A Melobuono continuano a vivere felici e contenti.[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali

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